
(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] A volte i lettori mi chiedono da dove nascono le idee dei miei libri. Per le biografia è semplice. Nerone, Catilina, il Mullah Omar sono personaggi condannati dalla communis opinio e a me è sempre piaciuto questo tipo di personaggio. Nerone e Catilina sono lontani nel tempo, la storia del Mullah è invece recente e proprio a lui, alla sua testarda e coraggiosa difesa dei costumi afgano-talebani, voglio riagganciarmi.
[…]Alla fine degli anni Sessanta feci un viaggio in Kenya e in Tanzania, non come giornalista, non lo ero ancora, ma da turista. Atterrammo a Nairobi, la capitale del Kenya, poi con una macchina noleggiata, guidata da un pazzo cui dovevo dire continuamente “pole, pole!” che in swahili significa “piano”, ci spingemmo in una regione al confine fra Kenya e Tanzania dove vivono, o forse sarebbe meglio dire vivevano (non so se con le convulsioni africane siano stati anch’essi spazzati via dalla modernità) i masai. I masai bevevano latte misto a sangue e vidi una donna picchiata dal marito perché urlava di dolore mentre partoriva. Ne chiesi il perché al nostro accompagnatore, quello del “pole, pole”, e costui mi rispose che un comportamento del genere era indegno per una donna masai. Col mio bravo bagaglio illuminista appresso pensai che la comunità masai doveva essere civilizzata al più presto. Poi tornai a Nairobi dove vivono i kikuyu che si sono adeguati alla modernità. Invece che in capanne, come i masai, vivevano in case, chiamiamole così, fatte con i materiali di risulta del nostro mondo, cioè in case di lamiere contorte. Mi ricordo di una foto da cui era stata ritagliata una gigantesca Coca-Cola che era quasi un simbolo del disastro. I kikuyu erano abbruttiti dall’alcol, dalla droga, dalla prostituzione e non conoscevano più l’economia del baratto su cui avevano vissuto, e a volte prosperato, per secoli e millenni. E allora mi chiesi se avessero ragione i masai che avevano conservato la propria cultura, le loro tradizioni, il loro modo di vivere o i kikuyu che si erano allineati al progresso, chiamiamolo così, del nostro mondo. […]
Con La ragione aveva torto?, del 1985, un libro, se posso dirlo, molto documentato (“La madre di tutte le battaglie” per parafrasare Saddam Hussein, cioè il libro che ha dato origine a tutti quelli successivi di tipo filosofico, da Il vizio oscuro dell’Occidente agli altri) decisi di trasferire questa questione nel nostro mondo. Hanno avuto ragione i progressisti, gli illuministi che hanno cavalcato il progresso o quelli che invece l’hanno rifiutato? È la domanda cruciale. Io sto con Papa Ratzinger che, quando era ancora cardinale, disse, ignorato da tutti: “Il progresso non ha migliorato l’uomo, né la società, e si prospetta come un grave pericolo per l’intera umanità” (l’AI docet, concetto, quest’ultimo, ripreso anche da Leone XIV). Del resto nevrosi e depressione, patologie oggi diffusissime, sono malattie che nascono con la modernità. Prima non esistevano, c’era, come c’è ancora, lo “psicopatico”, il “matto del villaggio” che però gli antichi, parliamo del Medioevo, erano riusciti a metabolizzare pensando che, per ragioni imperscrutabili, avesse un rapporto privilegiato con Dio.
[…] Ciò chiarisce anche una contraddizione che molti lettori trovano nel mio pensiero, come posso essere un “socialista libertario” (per altro io penso a un socialismo comunitario e non organizzato e regolarizzato in una società) e allo stesso tempo un “antimodernista”. Con questo non spiego tanto le origini dell’idea da cui nasce La ragione aveva torto?, ma il mio pensiero di cui molti miei lettori, anche affezionati, non capiscono niente. Peraltro vedo che l’antimodernismo sta facendo parecchi passi avanti, col fenomeno del luddismo che nelle sue versioni estreme è un rifiuto del lavoro (in quelle più moderate è un rifiuto di dare all’imprenditore capitalista un solo minuto in più della propria giornata), ma so già qual è la mia sorte. Fra un secolo, o anche meno, sarò considerato il più bieco dei modernisti. Sono nato postumo.
“ma il mio pensiero di cui molti miei lettori, anche affezionati, non capiscono niente.”
🔝😂😂😂😂😂
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Per sua fortuna Fini è nato nella modernità, anzi nella contemporaneità, perché altrimenti sarebbe vissuto non oltre i 40 anni (vita media in era premoderna). E forse meno, per giunta bruciato vivo in quanto eretico. Mi si potrebbe dire che sarebbe cresciuto con le stesse credenze nonché usi e costumi di quel periodo. Ma con una vita breve e un trattamento certamente non invidiabili. Basti pensare che senza l’invenzione della penicillina, chissà, avrebbe corso il rischio di seguire lo stesso triste destino di tantissimi suoi consimili.
La vera questione è che esistono varie modernità. Certo viviamo vittime di nevrosi e depressioni ma vivaddio con una vecchiaia più lunga e nel complesso più in salute. E scusate se è poco, per lui.
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