
(Chiara Saraceno – lastampa.it) – Dal cosiddetto campo largo e in particolare dal Pd si ripete che per fare il programma occorre ripartire dai territori e dalla società civile. Buona idea in linea di principio, che tuttavia è anche una implicita confessione di aver perso il legame con la società che vorrebbe rappresentare, di non aver più gli strumenti che un tempo gli consentivano di avere il polso non solo degli umori, ma anche delle aspirazioni, difficoltà, cambiamenti. Probabilmente anche nel periodo d’oro del legame tra il Pd e il suo elettorato una parte dell’apparato politico viveva in una sorta di mondo separato e per molti versi auto-referenziale – un mondo di alieni, come ha scritto autoriflessivamente anni fa Laura Balbo, acuta sociologa prestata per un breve tempo alla politica negli anni Novanta, scomparsa proprio in questi giorni. Ma questa autoreferenzialità è aumentata sempre più specularmente al venir meno di una capacità, e disposizione, a conoscere contesti, pratiche, a instaurare relazioni e cercare alleanze non puramente strumentali.
La grande mobilitazione dell’Ulivo, ricordata su questo giornale da Prodi, probabilmente irripetibile non solo nella sua intensità, ma anche nei modi (ad esempio i molti comitati spontanei), che avrebbe forse potuto dare forma a nuove forme di partecipazione non legate esclusivamente ad una campagna elettorale, per altro fu affossata rapidamente dall’occupazione della scena da parte dei conflitti interni alla coalizione che aveva portato al governo. L’interlocuzione con la società civile, sempre più erratica e legata ai cicli elettorali, ha assunto sempre più spesso la forma di passerella ad inviti, in cui si chiamano gli ospiti più vari a dire la loro in cinque-dieci minuti, senza preoccupazione non dico per l’organicità, ma almeno per il principio di non contraddizione e comunque senza confronto, discussione, essa in comune di idee, punti di vista, esperienze.
L’apparente, anche ben intenzionata, apertura ad una molteplicità di idee e sguardi si risolve così vuoi in una lista, lunghissima e perciò ingestibile, di temi, vuoi in una cacofonia, non in un lavoro comune, tanto meno in effettiva partecipazione. Penso all’iniziativa “Piazza grande” di Zingaretti, o all’ “Agorà” di Letta ed ora agli incontri che il PD organizza in alcune grandi città. Anche le Leopolde di Renzi, pur organizzate in tavoli di lavoro, quindi con un minimo di confronto su singoli temi, erano forme di partecipazione (ad invito) per lo spazio di qualche giorno, non modalità di coinvolgimento sistematico e al di fuori dalla cerchia degli esperti e dei testimonials.
Queste formule possono forse gratificare gli e le invitate per la possibilità di avere una vetrina, se ne sentono il desiderio, ma la partecipazione alla definizione e costruzione di un progetto di società è un’altra cosa.
Temo che questa modalità di intendere l’ascolto e il coinvolgimento dei cittadini nasca non solo da una immagine superficiale di che cosa comporti davvero farlo sul serio, ma anche, se non soprattutto, dal fatto che manca un’idea strutturata della direzione che si vorrebbe prendere e in che modo. Anche lasciando da parte le questioni dei rapporti internazionali, che dividono non solo i partiti del possibile campo largo, ma anche il PD al proprio interno, in questi anni di opposizione non si è capito quali siano le proposte positive, strutturali, e da attuare con quali mezzi, per affrontare le sfide demografiche, economiche, tecnologiche, che ci stanno davanti. Salario minimo, congedo paritario, rafforzamento della sanità sono importanti, ma entro quale cornice complessiva? Va bene ascoltare le proposte che vengono “dai territori e dalla società civile”, ma a partire da quale proposta propria, eventualmente aggiustabile e modificabile nel confronto? Quale è la logica, la prospettiva di insieme, i punti fermi, in cui si valutano le idee e proposte che si raccolgono?
Anche per onestà verso i propri interlocutori i punti essenziali di questa cornice vanno chiariti. Ed invece di organizzare passerelle, suggerirei di andare a discutere questi punti e la cornice che li contiene in luoghi, con interlocutori che su quei punti hanno cose da dire e con il tempo necessario. Per gli intellettuali e gli esperti sarebbero utili incontri seminariali. Ma sarebbe anche utile farsi ospitare, non solo nelle grandi città, da case di quartiere, portinerie di comunità e simili, centri famiglia, sedi sindacali, associazioni, biblioteche – luoghi dove sia possibile incontrare cittadini nei loro contesti di vita e dove spesso si attuano sviluppano conoscenze e pratiche sociali interessanti e innovative, anche se pressoché invisibili alla politica (e agli intellettuali).
Comunicazione ai naviganti:
che fine ha fatto “frugnin”?
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Me lo chiedevo anch’io…
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e mi manca pure da tempo smsparviero…..
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Oh cacchio! Hai ragione Net!! 🤞🤞🤞
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Mokj spero sempre in bene e che sia un momento di riflessione per lui… comunque gli arrivino i miei saluti se ci legge.
cccc
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“Anche lasciando da parte le questioni dei rapporti internazionali, che dividono non solo i partiti del possibile campo largo..”
Esatto, lasciamolo da parte. E il traffico? Tentacolare, vorticoso! Troppe macchine! (cit)
Nessuno parla di questa piaga che affligge il paese. Che idee hanno le opposizioni sul traffico? Tema delicato e assai divisivo. Sarà una vera impresa trovare un accordo sulla soluzione .
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