L’insistenza normativa avvalora l’idea di una maggioranza poco efficace proprio sul suo perno politico: la sicurezza

(Flavia Perina – lastampa.it) – Ma l’idea di una eterna emergenza sicurezza da affrontare pugnal tra i denti può pagare ancora a destra? È la domanda che la maggioranza dovrebbe porsi dopo l’esito surreale del quinto decreto sicurezza, che oggi vedrà il governo impegnato a cancellare con una mano ciò che aveva scritto pochi giorni fa con l’altra. Si può dire (e la destra lo dice): solo un incidente di percorso. Ma il provvedimento arrivato in queste ore al capolinea ha annaspato troppo tempo nelle difficoltà per chiudere la questione così.
Per mesi la maggioranza si è incagliata su ogni singolo dettaglio del testo, in una girandola di proposte avanzate e ritirate perché in conflitto con altre norme, o al limite della costituzionalità, o affondate da fatti di cronaca come l’omicidio di Rogoredo. Il testo è arrivato nell’aula del Senato senza relatore perché si è fatto e disfatto su ogni dettaglio del pacchetto: sul fermo preventivo senza limiti, sullo scudo legale assoluto per gli agenti, sulle cauzioni a carico di chi organizza manifestazioni, sull’uso dell’esercito in funzioni di ordine pubblico.
La difficoltà, evidente, è stata quella di produrre nuovi segnali di intransigenza e fermezza dopo aver esplorato con i quattro precedenti decreti sicurezza ogni angolo dell’universo securitario, dai rave (primo decreto sicurezza) alla caccia planetaria agli scafisti (decreto Cutro), dalle baby gang (decreto Caivano) ai quattordici nuovi reati introdotti dal decreto del 2025.
Restare nel canone della Costituzione alzando per la quinta volta il tiro era oggettivamente difficile, e infatti non ci si è riusciti: il provvedimento più significativo, introdotto all’ultimo minuto con un emendamento a prima firma FdI, si è scontrato non solo con le osservazioni del capo dello Stato ma soprattutto con le contestazioni indignate di chi avrebbe dovuto beneficiarne, gli avvocati e ogni loro rappresentanza.
Il problema tecnico sarà risolto, il problema politico rimane. Per il suo ipotetico weekend della riscossa il centrodestra aveva immaginato una coppia di iniziative ad alto impatto, concepite per segnare la ripartenza dopo lo choc referendario. La prima era la visita in Albania di una delegazione FdI di altissimo livello, che avrebbe dovuto “ribaltare la narrazione” sull’inefficienza del centro di Gjader. La seconda era appunto affidata al bonus di Stato agli avvocati che si spendono per il rimpatrio assistito dei loro clienti anziché brigare con le richieste d’asilo. Era, forse, anche un modo di assecondare l’input dato da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio 2026 («Dovrà essere l’anno del cambio di passo sulla sicurezza») poi ribadito nell’ultimo intervento in Parlamento («Non sono soddisfatta dei risultati sulla sicurezza»). Entrambe le idee hanno fatto cilecca, la seconda si è trasformata in un atto di autolesionismo difficile da riparare.
E dunque la domanda iniziale ha un suo senso: questa eterna emergenza sicurezza, valorizzata in ogni intervento, ogni trasmissione televisiva, ogni impegno parlamentare, può essere davvero la risposta giusta per la gestione dell’ultimo anno di legislatura? O è soltanto la comfort zone dove il centrodestra trova riparo in un momento di confusione e incertezza? Dopo quattro anni di governo, è immaginabile che gli elettori della maggioranza siano storditi da una escalation interventista che dà la sensazione di un esecutivo alla perenne e continua rincorsa di eventi che non riesce a controllare. Sistemate le baby gang ci sono i maranza, sistemato il piccolo spaccio ci sono i coltelli, sistemate le occupazioni delle prime case ci sono quelle delle case al mare, fatti gli accordi per i rimpatri ci sono quelli che non li assecondano, raddoppiata la vigilanza nelle stazioni ci sono i ragazzini che aggrediscono i professori.
Il rischio piuttosto evidente è che l’impegno sulla sicurezza e l’infinita serie di norme-bandiera prodotte per confermarlo si trasformino in boomerang e avvalorino l’idea di una maggioranza poco efficace proprio sul caposaldo politico della sua proposta, quello che nel 2022 ha contribuito a segnarne la vittoria. E il vero paradosso è che, a guardare i dati, l’emergenza non esiste o è molto minore di come la raccontano: tutti i reati di pericolo sociale sono in diminuzione da anni e pure l’immigrazione, ci dice l’Istat, sta registrando cali. Prenderne atto e valorizzare i risultati ottenuti piuttosto che i problemi ancora aperti forse sarebbe una migliore strategia. Di certo più convincente dell’allarmismo quotidiano, visti anche i risultati parlamentari che produce.