
(Michele Agagliate – lafionda.org) – In Bulgaria si sono chiuse le urne. Il risultato non ha calcato — per così dire — il copione scritto tra Bruxelles e Strasburgo. E allora scatta, puntuale, il solito riflesso pavloviano. In un nano-secondo, la democrazia — quella divinità che l’Occidente invoca solo quando vince il “suo” candidato — smette di essere il sacro volere del popolo e diventa un “rischio da monitorare”.
Il voto del 19 aprile 2026 ha fatto partire la solita reazione isterica: Rumen Radev ha stravinto, incassando una maggioranza assoluta schiacciante con il 45,9% delle preferenze. Tradotto in poltrone: 130 seggi su 240. Per le cancellerie euro-atlantiche, e per i giornaloni d’ordinanza, è già tempo di lutto stretto.
Sui media mainstream è tutto un fiorire di aggettivi scelti col bilancino della paura: “deriva”, “ombra del Cremlino”, “minaccia alla stabilità”. Come se il problema fosse il voto dei bulgari, e non il cumulo di macerie che i paladini dell’europeismo di facciata hanno lasciato dietro di sé. Otto elezioni in cinque anni. Leggete bene: otto. Non è il ritmo di una democrazia vivace, è il rantolo di un Paese ridotto a laboratorio di futilità. Dal 2021 a oggi, la Bulgaria è stata trattata come una colonia di serie B, costretta a votare ogni sei mesi perché la sua classe politica “affidabile” — quella che piace molto a “Madame Ursula” — era troppo impegnata a spartirsi le briciole del potere per ricordarsi dei cittadini.
Ma finché a Sofia comandava Boyko Borisov, il “problema bulgaro” era solo pura demologia. Borisov, l’uomo del GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) che garantiva obbedienza cieca all’UE mentre costruiva un sistema di potere basato su relazioni clientelari e controllo oligarchico. Finché la Bulgaria restava nel recinto geopolitico corretto, la corruzione era un “rumore di fondo” e l’oligarchia una variabile accettabile. Oggi, il GERB crolla al 13%, un naufragio che certifica la fine di un’epoca di fango spacciata per stabilità sociale e politica.
Ma veniamo al punto che fa davvero schiumare di rabbia nei salotti turbocapitalisti. Radev ha vinto con un programma che, in un mondo normale, verrebbe definito di sinistra sociale: sanità e istruzione pubblica, riduzione dei costi dell’energia, meno libero mercato e più Stato nell’economia. Aggiungeteci la forte critica alle politiche energetiche dell’UE, il no all’invio di armi all’Ucraina, la normalizzazione dei rapporti con la Russia e un referendum sull’adesione all’euro, e avrete il quadro completo dell’incubo burocratico di Bruxelles.
E qui casca l’asino: la nostra sinistra farlocca, quella che rappresenta gli interessi dell’élite neoliberale dominante e che si sciacqua la bocca con i “diritti individuali”, non festeggia. Anzi, piange. Preferiscono il conservatore democristiano, europeista e filo-ucraino che ha vinto in Ungheria (dopo la fine dell’era Orbán) a un leader bulgaro che parla di pane, lavoro e sovranità popolare. È la prova del nove: se una sinistra non festeggia chi vuole rimettere lo Stato al centro per difendere i poveri, non fa altro che fare da ufficio stampa ai padroni del vapore.
Prima di Radev, ci avevano provato i “ragazzi di Harvard”. Kiril Petkov e i suoi tecnocrati col colletto inamidato, il sogno erotico di ogni burocrate della Commissione. Erano il “nuovo che avanza”, il volto pulito dell’anti-corruzione istruita negli USA. Sono durati lo spazio di un mattino, sciogliendosi nell’abbraccio mortale con il vecchio sistema di Borisov. Quando l’alternativa si fonde con il nemico, la credibilità evapora; nel vuoto lasciato da questa melassa “europeista” è entrato Radev.
Il doppio standard è servito: se vince un liberale è democrazia, se vince un sovranista popolare e socialista è un “pericolo”. Se vince un europeista che tollera le mafie è un “partner difficile”, se vince un leader che trascina alle urne il 65% degli elettori (sconfiggendo l’apatia) è un “rischio geopolitico”. Lo temono: mette insieme ciò che a Bruxelles non piace — identità nazionale, protezione sociale e rigore morale.
L’aspetto più esilarante è che “Madame Ursula” non aveva ancora finito di brindare per Budapest che a Sofia si ritrova un osso ancora più duro. Radev, ex maggiore generale, ha capito che l’Europa è «caduta vittima della propria ambizione di essere leader morale in un mondo con nuove regole» e ora ha la forza per governare da solo.
Lo farà attraverso la sua nuova creatura, Bulgaria Progressista; il tentativo disperato di superare le delusioni del cosiddetto “socialismo del XXI secolo” incarnato per decenni dal Partito Socialista Bulgaro (BSP), oggi rimasto ai margini, impantanato tra nostalgie e compromessi.
Radev archivia la vecchia sinistra di apparato e prova a costruire una forza nuova, più pragmatica e dichiaratamente ostile al modello oligarchico.
Il segnale è chiaro: una fase politica si chiude, un’altra si apre — con equilibri e linguaggi diversi.
Auguri a Radev e serva d’esempio alla nostra sx che si è innamorata della Salis ho scritto appositamente l’abbreviativo di sinistra per far capire quanto siano lontani dalle istanze chieste dal popolo
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