Una vita da gregario non è più sufficiente. Il mediano, col tempo, è diventato un raccattapalle mediocre. Per questo conviene avvicinarsi al territorio di John McEnroe.

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – C’era una canzone di fine anni Novanta che Luciano Ligabue dedicò alla vita del mediano. Quello che sgobba in mezzo al campo, che fa il lavoro oscuro, non segna mai, non fa assist memorabili e inevitabilmente non finisce sulle prime pagine dei giornali sportivi. Per lui la questione non è quasi mai di lana caprina: o è il pallone o è la gamba dell’avversario. Lavoro di gomito, di posizione, di interdizione: lui non deve creare, perché a quello ci pensano gli altri. Corre e si sbatte come un pendolino finché c’è benzina. Ed esiste perché esistano gli altri. Perché qualcuno deve pur fare il lavoro sporco. A ben guardare, da questa veloce sintesi, il mondo sembra fatto quasi interamente di mediani. Ma questa medianità – pur non essendo tratto negativo in sé – potrebbe non bastare più in un mondo che corre con la fretta di chi non ha più tempo da perdere.
Da grande appassionato di tennis, riflettevo – in questi giorni di Roland Garros, orfani per diversi motivi dei campioni più rappresentativi – che sono rimaste in gara le seconde linee. Ognuna delle quali, in maniera più o meno spiccata, riconducibile alla categoria dei mediani di cui parlava il cantante. Nel tennis, sport individuale per eccellenza, dove non è possibile brillare di luce riflessa, la medianità si intuisce meglio. Il campione senza talento non esiste, eppure esiste eccome il giocatore che vince senza esserlo. Quello che non ti toglie il respiro con nessun colpo, ma che è lì, sempre lì, a ribattere ogni palla con la pazienza di un monaco tibetano, che si butta su qualsiasi palla pur di tenerla in gioco, che non ha un rovescio angelico ma aspetta che il fuoriclasse dall’altra parte della rete commetta un errore. Senza guizzi. Senza emozioni visibili o “circoletti rossi”. Spesso anche con poca empatia e molti muscoli. Una macchina da guerra travestita da uomo qualunque. Viene in mente la faccia incredula, quasi surreale, da tennista per caso di Casper Ruud: un onesto gregario che fa tutto in maniera discreta ma che non eccelle in nulla. Solo per fare un esempio calzante.
È scomodo da ammettere, ma funziona. La filosofia lo aveva intuito fin dai suoi albori. In medio stat virtus, recita la sentenza latina che della filosofia aristotelica vuole essere sintesi. Piaccia o non piaccia, in questo mondo la virtù ha spesso e volentieri abitato il centro, equidistante dagli eccessi. Lontana sia dal troppo quanto dal niente, dall’utile spinto all’eccesso quanto dall’inutile totale. Il centro insomma – per diversi motivi pratici – non è stato associato alla medianità calante e rassegnata come la intendiamo spesso noi, ma come equilibrio, fonte di successo.
Eppure, nella lingua italiana esiste un termine che nasce proprio dalla radice “media” ma che ci riconduce naturalmente a un’idea di medianità diversa, ossia: mediocre. Fin dal voto a scuola ci siamo abituati a usare “mediocre” come non sufficiente. Mediocre è sinonimo di fallimento soft, di ambizione mai decollata, di talento mai sbocciato. Una lettura che si è accentuata nella lingua parlata nel corso del Novecento.
Ed è qui il punto. L’elogio del mediano finora delineato potrebbe sempre più tingersi delle venature di mediocrità di cui abbiamo detto sopra. Quel mediano, come figura machiavellica nel senso più tecnico del termine, che compensa l’assenza di talento con un arsenale di qualità meno nobili ma altrettanto efficaci: resistenza, testardaggine, tenacia, capacità di leggere le debolezze altrui e trasformarle in leva. Che sa aspettare. Sa fingere. Sa addirittura far credere agli altri anche quello che non è. Lavora di narrazione, di posizionamento, di calcolo. Supplisce al genio con la furbizia e arriva spesso agli stessi risultati. Quel mediano sembra non ci sia ormai più. O che non basti più. E il sospetto è che, quando la medianità si trasforma in mediocrità, quando cadono cioè tutti i veli, si cominciano a delineare allora le magagne dell’uomo di oggi.
Al contrario: esporsi presenta un costo. A volte troppo alto per chi non può e non vuole permetterselo. Chi si mette in mostra offre agli altri una superficie da attaccare, mostra il tallone d’Achille, si presta al pubblico ludibrio e all’etichetta del “si crede qualcosa“. A Catania si dice: “chiddu avi i bummi n’testa”. Ha le bombe nella testa. Perfetta metafora per denigrare qualcuno che mostra di saperla lunga. La critica arriva sempre – puntuale – ogni volta che qualcuno osa percorrere sentieri laterali o descrivere e descriversi in maniera peculiare.
Ecco perché rimanere nell’ombra in molteplici contesti è più di una scelta strategica, quasi di opportunismo. E nella nostra retro cultura, l’equilibrista che non cade non è meno bravo del funambolo che vola, anzi è più furbo. Quanti, ad esempio, preferiscono che siano gli altri a definirli, senza mai intervenire nei dibattiti, sui social, piuttosto che accettare la fatica di scavarsi da soli il proprio percorso? Di lurkers è pieno il web.
La storia dell’uomo è fondamentalmente una storia di sopravvissuti mediani. L’evoluzione ha premiato sempre chi ha saputo interpretare al meglio il ruolo che il contesto richiedeva in un dato momento. Chi si è adattato senza fare troppo rumore. Chi – anche nelle stagioni più buie, nelle dittature, nei totalitarismi – ha capito come mimetizzarsi senza perdere del tutto sé stesso. Non furono i più dotati culturalmente o i più intelligenti a sopravvivere al nazismo o al fascismo, spesso. Furono quelli che avevano imparato l’arte sottile dello Zeitgeist inteso come grammatica di sopravvivenza. C’è un detto dalle mie parti che riassume bene il concetto nella lingua sicula: “vicinu al re è bonu cu c’è.” Spesso, per essere mediano, bisogna volerlo essere.
E poi ci sono i mediani che diventano eroi senza volerlo. Il padre e la madre che lavorano a testa bassa per una vita intera per dare un futuro ai figli non hanno scelto la medianità come strategia: l’hanno vissuta come necessità, come forma d’amore. Ecco il mediano elevato a eroe. Non perché abbia vinto, ma perché non ha mai smesso di tenere in piedi qualcosa che valeva la pena tenere in piedi.
Eppure. Dal mediano non sono nati la ruota, la corrente elettrica, la radio, la penicillina, la relatività. Non è il gregario che ha cambiato il corso della storia: sono stati i visionari, i sognatori, quelli che hanno creduto nelle proprie intuizioni contro il parere di tutti, quelli che si sono esposti con tutto il rischio che questo comporta. Certo, il genio ha anche dato il via al male assoluto, ha piegato la forza del progresso verso la guerra, la distruzione, il terrore. Ma quella deviazione dolorosa è quasi una condizione strutturale del salto in avanti. Un prezzo che la storia presenta sempre, e che va messo in conto.
Oggi quella sfida si chiama intelligenza artificiale. E non è solo una questione tecnologica: è una questione antropologica. Le macchine non stanno imparando a fare il lavoro del mediano, quello lo sapevano fare già. Stanno imparando a fare il lavoro del genio: sintetizzare, creare, decidere. Le Big Tech non stanno lanciando solo prodotti commerciali. Stanno ridisegnando i confini della libertà cognitiva, della capacità di giudizio, del senso stesso di autonomia individuale. In un mondo così, rassegnarsi alla medianità come destino accettabile non è saggezza aristotelica. È resa incondizionata alla mediocrità.
Certo, il mediano è servito e serve ancora. È necessario. È persino nobile, nella misura in cui tiene in piedi il sistema. Ma non può essere l’orizzonte, non può essere la risposta a un tempo che chiede invece la fatica di stare in piedi da soli, di pensare con la propria testa, di non lasciarsi inglobare dalla vulgata della comfort zone della mediocrità come virtù.
Tornando al tennis, da cui è nata questa riflessione: Mats Wilander, Ivan Lendl, lo stesso Bjorn Borg – che da genio giocava da mediano – e poi il più grande “regolare” di tutti, Rafa Nadal, hanno dominato per intere stagioni, per interi periodi, ciascuno a modo suo ma tutti riconducibili a una logica di medianità elevata, di continuità sistematica, di solidità quasi ossessiva. Poi, ogni tanto, a ricordare che il mondo appartiene anche ai geni, spuntava fuori un John McEnroe, uno Stefan Edberg, un Roger Federer, a scompigliare tutto, a far sembrare il tennis un’altra cosa, uno sport quasi tutto da inventare. Dove le regole sembravano riscritte da capo e il gusto della vita tornava ad avere un sapore diverso.
E voi, da che parte del tabellone state? Siete con i gregari o con i visionari? Anche senza esserlo, geni, è bello provare ad abitare da quelle parti. Non costa nulla. Fidatevi.