Dal massacro di Sabra e Chatila alle operazioni militari di oggi. Con la normalizzazione della guerra scompare la reazione civile

Se i massacri in Libano diventano le medaglie della Grande Israele

(Anna Foa – lastampa.it) – Mentre continuano le trattative fra Stati Uniti e Iran e mentre lo Stretto di Hormuz viene alternativamente chiuso e riaperto, il Libano sembra essere diventato il luogo principale del conflitto, almeno sul fronte israeliano. Dal 17 aprile è in atto una tregua di dieci giorni con il Libano, imposta da Trump a un Netanyahu come sempre riluttante a trattar tregue. Con il suo solito fair play, Trump ha comunicato di aver «proibito» a Israele di continuare a bombardare il Libano, modalità che non è piaciuta a Bibi, ma certamente nemmeno agli israeliani, ostili a qualsiasi accenno a una limitazione della loro sovranità.

Secondo sondaggi dell’Università di Tel Aviv, il 61% degli israeliani appoggia il proseguimento della guerra in corso con il Libano. A supportare questa alta percentuale di sostegno alla guerra sono gli attacchi degli Hezbollah sul Nord di Israele, che hanno fatto migliaia di sfollati nella zona di frontiera, anche se non sembra che con i suoi attacchi Israele sia riuscito a sconfiggerli definitivamente.

Minore sembra essere oggi in Israele l’appoggio alla guerra all’Iran, dopo la prima settimana in cui Israele credeva, con l’appoggio degli Usa, di potersi finalmente sbarazzare del suo maggiore nemico.

La tregua con il Libano appare quanto mai fragile, ed è stata già violata da ambo le parti, fra l’altro con l’attacco, probabilmente da parte degli Hezbollah, a un convoglio dell’Unifil, con la morte di un militare francese. Che Israele si opponga alla tregua e alle stesse trattative è stato d’altronde drammaticamente affermato con il terribile bombardamento israeliano che, il giorno stesso in cui entrava in vigore la tregua con l’Iran, ha fatto nello spazio di pochi minuti oltre trecento morti nel Sud del Libano. Morti per lo più civili, molti in quartieri cristiani non presidiati dagli Hezbollah: un sanguinoso segnale di voler continuare la guerra.

Una guerra che Israele combatte sue due fronti. L’uno, interno, è quello elettorale, quello delle elezioni dell’autunno, dato il favore verso la guerra della maggioranza degli israeliani. La maggior parte degli stessi leaders dell’opposizione è contraria a fermare i combattimenti senza aver distrutto Hezbollah. Continuano, come ogni sabato, le manifestazioni dei movimenti pacifisti e degli attivisti contro la guerra, che crescono di ampiezza e intensità e che coinvolgono anche una crescente opposizione alla tragica situazione in Cisgiordania. In questo contesto, Gaza sembra dimenticata, anche se la sua situazione continua ad essere gravissima.

L’altro fronte è quello più propriamente bellico. Il ministro della difesa Katz prospetta una strategia militare simile a quella attuata a Gaza. Il che vuol dire, come è noto, distruzioni sistematiche del territorio, uccisioni di civili senza limiti, annessione di una parte del territorio, in questo caso la parte a Sud del fiume Litani, colpita pesantemente nei recenti bombardamenti. In sostanza, ciò che già per Gaza è sotto giudizio di fronte alla giustizia internazionale come «genocidio», «crimine di guerra», «crimine contro l’umanità». Nel frattempo, nelle zone bombardate l’Idf ha messo in funzione decine di ruspe per abbattere ciò che resta delle macerie, approfittando del fatto che Trump ha proibito i bombardamenti, non le ruspe. L’intento dichiarato è quello di impedire il ritorno dei profughi e di annettere in una forma o nell’altra la parte meridionale del Libano.

Come reagirà l’opposizione israeliana, non gli attivisti impegnati sui tanti fronti, ma i politici, coloro che si propongono come successori di questo governo? Vorranno differenziarsi dai vari Katz e Ben Gvir anche dal punto di vista umano, etico, o lo faranno solo distinguendosi sui risultati che potrebbero ottenere per la sicurezza? Si proporranno cioè soprattutto di rendere le operazioni militari più efficaci, dal momento che oggi non hanno raggiunto il loro obiettivo?

Nel 1982, durante la guerra del Libano, si verificò in Libano il terribile massacro di Sabra e Chatila, un campo profughi palestinese, in cui l’Idf aiutò i falangisti libanesi autori del massacro. Ma questo portò ad un sussulto civile e morale del Paese, con grandi manifestazioni di protesta nelle piazze.

Anche la diaspora ebraica protestò, manifestò, si schierò contro il governo. Nel 1983, una commissione d’inchiesta della Corte Suprema attribuì a Sharon, allora ministro della difesa, la responsabilità indiretta del massacro e lo spinse a dimettersi. Anche il primo ministro Begin si dimise non molto tempo dopo. Oggi, nulla di tutto questo è possibile, i massacri sono sventolati come medaglie, la Grande Israele è dietro l’angolo. E l’opposizione in maggioranza tace.