Nel labirinto libanese delle guerre degli altri tutti indicano il Partito di Dio

Il Partito di Dio Tra forza armata e attore politico, Hezbollah resta uno dei principali protagonisti del conflitto e al centro dei sospetti per l’attacco ai Caschi blu francesi

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Chi ha ucciso il sergente Florian Montorio, Casco blu francese impegnato, fidando un po’ troppo in un fragile cessate il fuoco, a sminare una strada che porta a un posto di controllo del contingente Onu nel Sud del Libano, la piccola armata più indifesa del mondo? L’indagine su un delitto è sempre complicata soprattutto quando il fatto accade in una zona di guerra. Ancor più quando è in Libano. Perché il capitolo libanese del confronto tra Israele (e il suo alleato americano) e l’Iran è un sacco colmo di tragedie e di domande: è una guerra di annessione territoriale per il Grande Israele? Una guerra per la crisi mediorientale? Una guerra geopolitica con l’asse della resistenza sciita sbrindellato ma non vinto? O una guerra civile, religiosa, sociale, di poveri contro ricchi? O tutto questo insieme? In Libano corre la decorrelazione radicale, a ciascuno la sua Storia, due mondi in cui uno continua in quanto l’altro si estenua. Hezbollah ne è la sintesi: gruppo terrorista confessionale ma non solo, gli altri gruppi di kamikaze dell’epoca sono scomparsi e loro sono ancora lì, poi partito poi esercito poi potere e contropotere, missili e la tv Al-Manar, guerra asimmetrica e valle della Bekaa, i riti del martirio e i giochi di corridoio levantini in parlamento, welfare dei poveri e braccio armato – armatissimo – dell’Iran sul Mediterraneo ma anche l’unica forza libanese in un Paese di indifesi in grado di umiliare l’onnipotente aggressore israeliano. Hezbollah ha inventato il “made in” della rivoluzione islamica. Intorno, nel calderone, bolle un movimento frenetico che rimescolando i vecchi pezzi, sbattendo con forza le une contro le altre le molecole politiche e confessionali tradizionali scindendole, separandole, facendole deflagrare come per una catalisi, crea molecole imprevedibili. E travolge i libanesi. Sì i libanesi: uomini destituiti, uomini decaduti, uomini di troppo. Fantasmi tra rovine senza scampo che tornano a ogni nuovo capitolo della tragedia a ricordarci i nostri debiti non saldati.

Questo perché il Libano è un teatro delle ombre, in cui da decenni, dal secolo scorso, da quando è diventato il fragile palcoscenico di tutte le crisi del vicino Oriente, lì si combattono guerre che non gli appartengono. Ecco: è un labirinto in cui coloro che si addentrano baldanzosi finiscono per restarne prigionieri, la Siria, Israele l’Iran, gli Stati Uniti, l’Onu, la Francia, i palestinesi… Il labirinto è uno spazio di enigma dove tutte le trame si ingarbugliano, di cui è facile superare le porte ma difficile uscirne a meno che qualcuno non fornisca il filo da riavvolgere passo dopo passo. Complice, alleato, traditore? Chissà. E anche in questo caso: tra il mostro da uccidere e l’eroe liberatore, chi è sicuro che i due non si scambino le parti, che siano a loro volta colpevole e innocente? Un labirinto come le guerre libanesi non comincia e non finisce, tutt’al più fa finta di cominciare e di finire.

Torniamo all’agguato di ieri. Chi ha ucciso il sergente Montorio e ferito alcuni suoi commilitoni? Il presidente francese Macron non ha dubbi: «Tutto lascia pensare» che a organizzare l’attacco ai soldati della pace siano stati i miliziani di Hezbollah, il Partito di Dio, l’alleato dell’Iran. Anche le Nazioni Unite, sempre cautissime, tremebonde, volpine, per una volta azzardano, anche se usano le tradizionali formule pilatesche: «L’attacco è da attribuire a un soggetto non statale» e tra parentesi spunta il nome Hezbollah. Ahi! La situazione nella guerra di Hormuz è incandescente, tutto si lega e collega, si rischia la catastrofe a mala pena interrotta. Niente paura. Il povero Casco blu ucciso resterà una notizia di cinque righe. Come le altre centinaia di morti nell’inutile, impotente missione libanese.

Lo dimostra il formulario paradossale, al limite del grottesco usato dopo l’attacco di ieri. Il presidente francese ingiunge al presidente libanese Aoun «l’arresto immediato dei colpevoli». Aoun affannato e partecipativo aggettiva il sì come segue: «Ho dato istruzioni agli organi competenti per una indagine immediata sull’incidente». Anche la missione Onu invoca «un’indagine».

L’indagine… gli organi competenti… gli arresti: uno Stato che non esiste, il cui esercito dovrebbe nientemeno che disarmare il vero esercito libanese, quello di Hezbollah; che dovrebbe impedire a Israele di considerare il suo territorio come un poligono dove far piazza pulita di civili e villaggi, e annuncia sghignazzando annessioni. E un contingente di pace che non può sparare ma solo, appunto, condurre indagini…

Si ricorra dunque all’antico metodo degli investigatori: a chi giova il delitto? E qui il teatro delle ombre dilaga, capovolge, depista. Hezbollah, il grande accusato, è l’assassino che più sarebbe danneggiato dalla fine del cessate il fuoco. Perché proprio la tregua è il grande successo, suo e del suo alleato padrone l’Iran: aver costretto, resistendo, gli Stati Uniti a obbligare Israele a non fare qualcosa, a continuare almeno la micidiale guerra libanese. È per certi aspetti una svolta che mette a nudo la precarietà della «vittoria» di Netanyahu. Hezbollah ha forse una strategia divergente da quella degli Ayatollah, punta alla guerra infinita? Impossibile. Il gruppo libanese è strutturato sulla base di ferree gerarchie, militari e teologiche, non c’è spazio per dissidenze che indeboliscono. Si obbedisce, si combatte e se necessario si muore. È questa obbedienza che gli ha permesso di tener testa a Israele. Senza l’Iran dei Pasdaran e degli Ayatollah non può continuare a esistere, i loro destini sono collegati; e in questa fase Teheran vuole andare a vedere le carte di Trump a Karachi.

Resta così un altro indiziato: Israele, che ha più volte colpito intenzionalmente i Caschi blu che ostacolano le sue strategie annientatrici non fosse altro come testimoni. La tregua per Netanyahu è un disastro, ha bisogno che la resa dei conti con l’Iran e Hezbollah non finisca perché «c’è ancora molto lavoro da fare». C’è il rischio che la morte del sergente paracadutista francese resti l’ennesimo delitto perfetto. La guerra è davvero tutto ciò che non si capisce.