(estr. di Alessandro Orsini – ilfattoquotidiano.it) – […] Trump ha perso la guerra con l’Iran perché non può raggiungere i quattro obiettivi che persegue con i mezzi che ha predisposto. Questa formula riassume il criterio che uso per stabilire chi vince e chi perde in un “conflitto massimalista” in cui l’attaccante vuole ottenere tutto: è il criterio della razionalità strumentale, altrimenti detta “razionalità mezzi-fini”. In questo tipo di razionalità, 1) si parte da un obiettivo; 2) si scelgono i mezzi più efficaci per raggiungerlo; 3) si valuta l’efficienza. Inizierò dagli obiettivi di Trump: cambio di regime; fine dei rapporti tra l’Iran e i suoi alleati (Hamas, Hezbollah, Houthi); fine del programma nucleare e del programma missilistico. Quanto ai mezzi, Trump ha impiegato la forza aerea: un mezzo inadeguato al fine. Se Trump ha perso la guerra, perché è così difficile riconoscerlo? Una ragione riguarda il funzionamento della mente umana. L’uomo, quando è certo delle proprie idee, impiega molto tempo per accettare che erano sbagliate, soprattutto se la verità si manifesta con la potenza di uno sparo.

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Il caso di studio più interessante è il rapporto tra la grande stampa italiana e la controffensiva ucraina iniziata il 5 giugno 2023. Quando la controffensiva è fallita (come questa rubrica aveva previsto), gli editorialisti del Corriere della Sera, come Beppe Severgnini, Paolo Mieli, Luciano Fontana, hanno subito un trauma cognitivo talmente grande che hanno avuto bisogno di due anni circa per assorbirlo. Beppe Severgnini, ospite di Lilli Gruber il 27 aprile 2022, si era espresso così sulla Russia: “Qui stiamo parlando di un Paese, non il più ricco del mondo, anche se molto armato, contro 40 democrazie ricche, avanzate e organizzate. Quindi, come va a finire questa storia è abbastanza evidente. Non c’è storia. Quaranta democrazie organizzate contro la Russia. È evidente chi è più forte a lungo andare. Economicamente, militarmente e strategicamente. Il punto è non umiliare i futuri sconfitti”. E poi l’Europa è stata umiliata da Putin. Quei processi cognitivi alterati sono tornati alla realtà intorno al 15 agosto 2025, quando Trump ha accettato le richieste di Putin in Alaska, supplicando un cessate il fuoco. Gli analisti italiani che avevano affermato l’esistenza di una verità assoluta (“la Nato è onnipotente, tutto il resto è putinismo”) hanno avuto bisogno di due anni per compiere la necessaria riconversione cognitiva.

[…]Adesso cerchiamo di capire come mai il regime di Teheran non si è arreso dopo due giorni di bombardamenti, vanificando i sogni di vittoria di Trump. Il regime di Teheran non si è arreso perché la resistenza ai bombardamenti comporta un danno minore rispetto alle altre alternative. Trump ha impostato la trattativa (“voglio tutto”) in modo da lasciare all’Iran una sola possibilità di azione: la resistenza. Trump ha proposto al regime iraniano la resa senza condizioni, con la garanzia di distruggerlo comunque. Anziché trattare con un bastone e una carota (“ti arrendi però ti salvi”), Trump ha offerto due bastonate (“ti arrendi e ti distruggo”). A causa dei disincentivi offerti da Trump, l’Iran ha valutato che la resistenza fosse la soluzione meno costosa. I costi della resistenza sono altissimi, ma restano pur sempre inferiori a quelli della resa, che comporterebbe il controllo dell’Iran da parte di Trump e Netanyahu. La resistenza è razionale perché costa meno della resa. Quindi, l’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz cambiando la priorità degli obiettivi della guerra di Trump. Accettare la sconfitta richiederà una lunga (e penosa) riconversione cognitiva. […]