
(estr. di Donatella Di Cesare – ilfattoquotidiano.it) – […] Aumentano ogni giorno i “disinvitati”. La conferenza viene annullata, l’incontro rimandato a data da destinarsi, il dibattito cancellato. Una partecipazione già prevista diventa improvvisamente controversa.
[…] Il disinvitato non è il censurato classico. Non gli viene impedito di parlare. Semplicemente la sua presenza diventa problematica. Si mette in dubbio che sia la persona giusta per quel contesto. Meglio di no. È fuori linea. Ci sarebbero imbarazzi, proteste, prese di distanza. Si suggerisce allora prudenza. Si invoca opportunità. E alla fine l’invito scompare. Tu sì, lui no, lei nemmeno. Così funziona la censura, o meglio, l’autocensura preventiva. Certo gli organizzatori di un festival hanno tutto il diritto di scegliere i nomi, di invitare gli ospiti più consoni, e persino di disinvitare. Ma è inevitabile che il disinvito inneschi la miccia delle polemiche. Accuse, repliche, interventi e contro-interventi. Nei giornali e sui social si formano schieramenti contrapposti – tu con chi stai? Compaiono qui e là piccole liste di proscrizione (a futura memoria): i buoni e i cattivi, i coraggiosi e i pavidi, chi si è dissociato, chi ha esitato, chi ha taciuto. Si cercano alleati. Si distribuiscono patenti morali. E fioccano le scomuniche. Così anche il mondo della cultura – anziché andare controcorrente – riflette quest’andazzo, e anzi lo incentiva. Chiamo i “miei” e tengo fuori i “loro”. Se poi incorro in una svista, posso sempre rettificare.
Sarebbe riduttivo prendere questi episodi per semplici controversie occasionali. Sono invece il sintomo di un fenomeno che si va diffondendo ovunque, non solo in Italia, ma anche in molti altri Paesi europei. In queste ore gira una petizione che pretenderebbe di estromettere addirittura lo scrittore israeliano Eshkol Nevo dal festival Il Libro Possibile. Gli viene chiesto di assumersi la propria responsabilità e di “difendere l’umanità” – secondo il diktat dei firmatari, s’intende!
[…] Intorno a festival, incontri, dibattiti, talk, si alzano siepi, recinti protettivi. Si delimita il perimetro del dicibile. E si decide chi è ritenuto degno di parola. Ci sono le voci ammesse e quelle inammissibili. Eh sì, perché il disinvitato diventa automaticamente qualcuno che ha perso legittimità. Il sospetto cade su di lui, la divergenza si trasforma in colpa. Non si discutono gli argomenti, le sue eventuali tesi. In questione è la sua figura. E per la delegittimazione basta ormai poco: una semplice sfumatura tra il bianco e il nero, un dubbio, un’esitazione. Basta non pronunciare lo shibboleth, quel termine che è divenuto certificato di appartenenza. Se si è sottratto a questa prova, all’autodafé permanente, allora è fuori. Non è dei nostri. Piovono etichette che lo segnalano. Ci sarà pure un “sacrosanto” diritto di critica! Una “sacrosanta” esclusione! Il linguaggio morale, quasi liturgico, trasforma il dissenso in eresia, divide i fedeli dagli infedeli. “Ma se non l’ha pronunciato! Si rifiuta di dirlo! È un negazionista!”. In una recente intervista David Grossman ha dichiarato di volersi sottrarre a questa logica binaria, perché non accetta che ogni sua parola venga tradotta in appartenenza o diventi l’atto di fedeltà a un campo.
Questo nuovo tempo di scomuniche è già iniziato da un po’. E ce lo ricordiamo bene. Lo spazio pubblico trasformato in tribunale, l’avversario in figura sospetta, il dissenziente in complice. Il dubbio letto come un tradimento, ogni sfumatura vista come una resa. E poi il gioco dei marchi e degli stigmi che delegittimano e sfigurano. Del tutto in secondo piano i temi, gli argomenti, spesso cancellati dalla contesa morale, sacrificati alla guerra di identità. […]
Forse il termine polarizzazione non basta più a descrivere quel che accade. Non ci sono due fronti contrapposti. Le fratture si moltiplicano. Si aprono anche negli schieramenti che apparivano più compatti. Dividono gruppi che si consideravano omogenei. Attraversano amicizie, redazioni, associazioni, cerchie culturali. Oppongono persone che fino a ieri si sentivano dalla stessa parte. La sorpresa amara è che proprio coloro che rivendicano il dissenso verso il governo, l’opinione dominante, il pensiero unico, finiscono non di rado per riprodurre gli stessi meccanismi che denunciano. Si rivendica il diritto di critica, ma si fatica ad ammetterla al proprio interno.
Il risultato è una frammentazione dello spazio pubblico, di cui i “disinvitati” sono solo una spia. Nuove scomuniche, nuove esclusioni – in un crescendo. Le fratture si infittiscono e si aggravano. Lo spazio pubblico si frammenta e assume contorni tribali. Festival dove parlano solo “i nostri”, dibattiti tra anime gemelle, talk recitati all’unisono. Rischiamo di trovarci ciascuno nel proprio recinto, ad ascoltare il proprio soliloquio, mentre si perde la possibilità stessa di confrontarsi in uno spazio comune.