Il consumo aumenta il rischio di tumori e altre malattie La proposta: etichette come per le sigarette. Meloni e soci: “Mai”

(di Laura Margottini – ilfattoquotidiano.it) – Anche un modico consumo di alcol è associato a un aumento del rischio di cancro e malattie del fegato. Dieci grammi di etanolo al giorno – l’equivalente di una lattina di birra, di un bicchiere di vino o di uno shot di superalcolico – sono collegati a un rischio elevato di tumori della faringe, colon-retto, mammella, esofago, fegato, pancreas, prostata e altre malattie. Lo evidenzia uno studio pubblicato il 1° giugno su Nature Health, prestigiosa rivista scientifica. Gli autori ritengono che tali rischi debbano essere resi trasparenti al consumatore nelle etichette degli alcolici come avviene, ad esempio, per le sigarette.
Non è decisamente la linea del nostro governo. La premier Giorgia Meloni ha di recente dichiarato che il governo “continuerà a contrastare ogni tentativo di demonizzazione con etichette allarmistiche” quando si tratta di vino, ha scritto in una lettera diretta a Riccardo Cotarella, presidente dell’Associazione Enologi Enotecnici Italiani (Assoenologi), in apertura del 79° Congresso Nazionale dell’associazione lo scorso 28 maggio. “Il vino è un elemento cardine della dieta mediterranea e tale deve rimanere”, ha aggiunto, “nel quadro di un consumo consapevole e responsabile”. Sulla stessa linea il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, che lo scorso marzo, al convegno di Assoenologi “Il vino e i giovani”, ha definito posizioni scientifiche simili “un attacco di una parte della comunità scientifica al vino”.
Per gli scienziati, il punto non è quale sia la bevanda, ma la presenza di alcol. “Non esiste una dose minima sicura”, ha spiegato al Fatto Xiaochen Dai, coordinatore dello studio dell’Institute for Health Metrics and Evaluation, Università di Washington (Usa). La conclusione è in linea con quelle dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), che classifica l’alcol nel Gruppo 1 delle sostanze cancerogene, per cui cioè esistono prove certe di cancerogenicità nell’uomo. Quando da un consumo basso si passa a moderato, l’aumento del rischio per il tumore della faringe sale a 105%, della laringe a +49%, cirrosi e altre malattie epatiche croniche +40%; pancreatite, tumore del colon-retto, labbra e cavità orale +22%; dell’esofago 15%, del seno 12%. Sono i risultati che emergono dall’analisi di 843 studi sui danni da alcol pubblicati in sessant’anni, dal 1963 al 2023.
Governo e associazioni di categoria invocano invece un consumo “moderato e consapevole” per il vino, parlando anche di benefici per la salute di un bicchiere a pasto. Non spiegano però cosa sia per loro “moderato” e perché danno importanza alla “consapevolezza”, ma poi si oppongono agli strumenti per favorirla. Per Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, le etichette sanitarie sui rischi certificati per la salute rappresentano una “follia ideologica” priva di fondamento scientifico perché “non distinguono tra consumo consapevole e abuso.” L’opposto di ciò che dicono gli autori dello studio, Oms e Iarc.
La questione di riportare rischi per la salute e ingredienti, inclusi additivi chimici e allergeni, riguarda sia il diritto all’informazione che la possibilità di valutare il rischio individuale, proprio per acquisire maggiore consapevolezza. Chi ha una predisposizione familiare o una precedente diagnosi, ad esempio di cancro al seno o colon-retto, potrebbe non saper valutare quanto consumi anche modesti possano incidere sul proprio profilo di rischio.
Cotarella, presidente di Assoenologi, ha spesso criticato sia gli studi che evidenziano i rischi dell’alcol quando applicati al vino, sia i media che li riportano “danneggiando l’intero comparto vinicolo”. Non a caso Assoenologi organizza iniziative che puntano a rafforzare la cultura del vino tra i giovani, ritenuti dall’associazione sempre più distanti dal vino e attratti da altre bevande alcoliche, come i superalcolici. “I giovani bevono sempre meno vino”, ha detto lo scorso 28 maggio, parlando del futuro del comparto e ricordando un’epoca in cui il vino era “parte naturale della vita familiare italiana” e la moderazione si apprendeva in famiglia: “Oggi prevale un approccio proibizionistico che rischia di ottenere l’effetto contrario”.
Secondo i dati epidemiologici nazionali dell’Istituto Superiore di Sanità, l’Italia invece registra una delle maggiori crescite dei consumi di alcol in Europa rispetto al 2016 (+13%). L’aumento riguarda soprattutto il consumo di vino (+17,5%) e birra (+19,6%), e specialmente tra i giovani, mentre i consumi di superalcolici sono diminuiti del 33%, il calo più marcato tra tutti i Paesi europei, si legge nel Rapporto IStisan di aprile 2026 sul consumo di alcol.
Le attuali linee guida del ministero della Salute considerano a basso rischio un consumo fino a una unità alcolica al giorno per le donne (12 grammi di alcol) e fino a due per gli uomini (24 grammi). “Già con un bicchiere al giorno osserviamo un aumento del rischio per alcuni dei tumori che causano il maggior numero di morti premature nel mondo”, spiega invece Xiaochen Dai: per questo “le linee guida dovrebbero basarsi sull’insieme delle evidenze scientifiche disponibili, evitando soglie prive di solide basi empiriche e promuovendo messaggi chiari sui rischi per la salute”.
Per il vino, l’obbligo di indicare tutti gli ingredienti è entrato in vigore solo nel 2023. La normativa europea consente però di riportarli attraverso un minuscolo codice QR in etichetta, consultabile online tramite smartphone. Per birra e superalcolici, invece, non esiste ancora un obbligo analogo.
“Le evidenze mostrano che un’etichettatura chiara e visibile modifica nel tempo i comportamenti di consumo, soprattutto tra i giovani e per chi acquista per la prima volta”, spiega al Fatto Irene Mosqueira, direttrice di Policy e Salute pubblica dell’Associazione europea per lo studio del fegato (EASL): “La condizione essenziale è che l’informazione sia riportata chiaramente sull’etichetta di tutti gli alcolici e non nascosta dietro un codice QR”.
Secondo lo studio di Nature Health, peraltro, un basso consumo di alcol è associato anche a una lieve riduzione del rischio di diabete di tipo 2, Alzheimer, cardiopatie ischemiche e ictus.
Effetti che però vanno controbilanciati con i rischi oncologici e per altre patologie: “È un malinteso interpretare un’associazione statistica tra consumo moderato e minore rischio di alcune malattie come prova che un certo consumo di alcol sia benefico. Il nostro studio non supporta questa interpretazione”, concludono gli autori.
La logica dell’articolo è chiara: scienza verso politica, nella fattispecie quella di questo governo; salute contro lobby del vino, etichette informative contro opacità.
La domanda corretta da porsi non è se l’alcol faccia male o meno, questo è ampiamente noto e da tempo; ma quale livello di rischio giustifichi un intervento normativo e con quali misure attuarlo.
La politica, in generale, deve sì tenere conto di cosa dice la scienza, specie in tema di salute pubblica; ma deve cercare di bilanciarla con libertà individuali, tradizione e cultura, interessi economici.
Se vogliamo vedere la vicenda in modo pragmatico prendiamo il caso di due amici, uno di 17 anni, cui per legge non si possono vendere alcolici, e uno di 19 anni; se vogliono prendersi una sbronza ci riescono.
Le restrizioni infatti riducono il fenomeno, ma non lo eliminano; per questo la consapevolezza individuale rimane il principale fattore di prevenzione
Quindi il direttore d’orchestra è la libertà individuale e il primo violino è la consapevolezza.
Crea disappunto, ma non sorpresa, l’appiattimento del governo alla lobby del vino e il tentativo da parte di questa di difendere un interesse che sul piano pratico non riceve una seria minaccia.
Un’etichetta può contribuire all’informazione del consumatore, ma la vera consapevolezza si costruisce soprattutto attraverso educazione, cultura e responsabilità individuale.
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