Dall’inizio dell’anno i veicoli finanziari del presidente hanno guadagnato almeno 10 miliardi. La volatilità prodotta dal conflitto in Iran ha creato nuove opportunità d’investimento

(Mattia Ferraresi – editorialedomani.it) – Il 23 marzo, a meno di un mese dall’inizio della guerra, pochi minuti prima che Donald Trump annunciasse sul social Truth di avere avuto «conversazioni molto buone e produttive» con l’Iran, qualcuno ha comprato circa 1,5 miliardi di dollari di futures sull’indice S&P 500.
Appena uscito il post del presidente, i mercati hanno tirato un sospiro. L’indice Brent è crollato di oltre il 10 per cento, e chi aveva scommesso in anticipo sul calo del prezzo del petrolio ha fatto incassi enormi. Secondo il Financial Times, nei quindici minuti prima dell’annuncio c’è stato un volume di movimenti anomali sul prezzo del petrolio di circa 580 milioni di dollari. Il senatore democratico Chris Murphy si è domandato se a trainare queste operazioni finanziarie sia stato direttamente Trump, oppure qualche familiare o funzionario della Casa Bianca.
Quando si osservano le scelte politiche di Trump non bisogna mai perdere di vista la dimensione dell’interesse privato e famigliare che si nasconde, ma nemmeno troppo, sotto la patina delle giustificazioni formali. Anche la guerra in Iran non fugge a questa regola. Un documento dell’Office of Government Ethics pubblicato il 14 maggio mostra la prima fotografia, nella storia contemporanea della presidenza americana, di un portafoglio azionario attivo intestato a un presidente in carica.
Nel rapporto sono segnalate 3.642 transazioni nei primi tre mesi del 2026, per un volume tra 220 e 750 milioni di dollari, a un ritmo di circa sessanta operazioni al giorno. L’accumulo è cominciato con la guerra, il 28 febbraio. Per tutto il 2025 il conto aveva trattato quasi soltanto obbligazioni municipali e societarie. L’inizio del conflitto coincide con il passaggio ad azioni, oro e buoni del Tesoro.
Il 4 marzo, il giorno in cui le forze iraniane hanno chiuso lo stretto di Hormuz, il portafoglio riconducibile al presidente si è arricchito di Etf sui Treasury americani; il giorno dopo, oro. E qualche settimana più tardi mentre l’annuncio sulla distensione imminente faceva crollare il greggio, lo stesso conto ha rastrellato azioni energetiche e titoli della difesa come Lockheed Martin e General Dynamics, tutte società che aumentano i loro profitti con le guerre.

Quelle scommesse
La Trump Organization sostiene che a decidere siano istituzioni terze con delega, mentre la Casa Bianca dice che i beni sono in un trust gestito dai figli del presidente e che «non ci sono conflitti di interesse». L’ex consigliere etico di George W. Bush, Richard Painter, ricorda l’unico dato giuridicamente rilevante, cioè che la legge sul conflitto di interessi non si applica al presidente.
Lo stesso schema si ripete sul mercato delle previsioni. La Cnn ha riportato che un singolo trader su Polymarket ha incassato quasi un milione di dollari dal 2025 con decine di scommesse perfettamente sincronizzate sulle azioni militari americane e israeliane contro l’Iran, indovinando il 93 per cento delle puntate.

Le operazioni non erano mai state annunciate pubblicamente prima di essere messe in atto. Il senatore Murphy, insieme al deputato Greg Casar, ha presentato una legge per vietare le scommesse su guerre, azioni di governo e attentati, iniziativa che la Casa Bianca ha liquidato come «irresponsabile».
La guerra è solo l’ultimo affare di questa presidenza d’investimento. La commissione di vigilanza dei democratici alla Camera ha creato il “Trump Family Digital Grift Wealth Tracker”, un indice che segue in tempo reale l’andamento degli investimenti del clan presidenziale. A gennaio 2026 stimava che la famiglia Trump aveva già realizzato 2,25 miliardi di profitti attraverso investimenti all’estero, una cifra che sale fino a 9,7 miliardi se si contano gli asset digitali. Reuters ha quantificato in almeno 2,3 miliardi la somma che la famiglia ha aggiunto al patrimonio con le principali iniziative cripto dal 2025.

Il cuore dell’impero cripto è il veicolo World Liberty Financial che, secondo i conti della Reuters, ha fruttato oltre 1,6 miliardi alla famiglia, con il 75 per cento dei ricavi dalla vendita dei token destinato a un’altra entità, sempre controllata dai Trump. Il Wall Street Journal ha calcolato che in sedici mesi Trump ha guadagnato di più dalle criptovalute che dal suo impero immobiliare negli ultimi dieci anni.
A gennaio alcuni investitori legati ad Abu Dhabi hanno comprato il 49 per cento della piattaforma per 500 milioni. I memecoin $TRUMP e $MELANIA, secondo il Financial Times, hanno reso altri 427 milioni. Gli investitori al dettaglio, intanto, hanno visto evaporare il valore che avevano acquistato.
Niente di tutto questo è tecnicamente illegale. La legge che vieta a quasi ogni funzionario federale di arricchirsi grazie alla propria carica prevede una cruciale eccezione proprio per il presidente. Per la prima volta nella storia americana, le decisioni sui conflitti che sconvolgono il mondo si muovono anche in base ai ricavi finanziari attesi dal presidente degli Stati Uniti.