Visto da Roma l’assalto israelo-americano all’Iran è un assedio all’Italia. Rischiamo di finire in trappola nel lago salato del Mediterraneo semichiuso

Teheran (Iran), 13 aprile: un cartellone che allude allo stretto di Hormuz

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Preghiamo per Gibilterra. L’ultimo stretto ancora libero che ci connette all’Oceano Mondo dovrebbe convertire alla fede il più scettico degli italiani. Perché visto da Roma l’assalto israelo-americano all’Iran è un assedio all’Italia. Rischiamo di finire in trappola nel lago salato del Mediterraneo semichiuso. Altro che Medioceano tramite tra stivale e rotte marittime globali. Qui ci si chiude una valvola dopo l’altra.

Da est a ovest: Hormuz in fiamme, Bab al Mandab sotto tiro huthi, come Suez investito dalle guerre di reazione dello Stato ebraico dopo il 7 ottobre. Tacciamo degli stretti turchi, frontiera tra Mar Nero, teatro della contesa russo-ucraina, e Mediterraneo orientale in agitazione, con epicentro Cipro. Né ci tranquillizza lo stretto di Sicilia: sulla quarta sponda incrociamo a Tripoli l’estroversa Turchia, più gettone russo in Cirenaica e pressione dei conflitti permanenti tra Sahel e Corno d’Africa.

Di lì alle colonne d’Ercole va meglio ma non troppo, stanti le pretese di Algeri sul Mar di Sardegna — noi abbozziamo perché appesi al suo gas. Prevedibile nei prossimi mesi un biblico sussulto migratorio da sud-est verso le Europe che nei devoti evocherà la mosaica traversata del Mar Rosso. Caoslandia alle porte.

Il collasso dell’impero marittimo d’America si rovescia su di noi. L’offensiva scatenata il 28 febbraio da Trump in veste di vassallo di Israele contro l’Iran disegna il crepuscolo della talassocrazia a stelle e strisce. L’impero in disarmo non è più in grado di controllare i choke point strategici, stazioni obbligate dei traffici commerciali e degli snodi internet, che tracciavano il sistema nervoso della sua egemonia ormai evaporata. Speciale umiliazione per la Us Navy, già governatrice delle onde in ideale staffetta post-Britannia.

L’ammutinamento a bordo della massima portaerei d’ogni tempo, la Gerald Ford, scatenato da marinai scoppiati dopo quasi un anno di missioni senza sosta, illumina lo stato dell’Armada su cui Trump contava per obliterare la Repubblica Islamica. Eco del caos negli apparati di Washington, quindi nello stesso governo federale, dove l’anarchico monarca ingrassa il patrimonio di famiglia (allargata) mentre si diverte a giocare tutti contro tutti. Fino a minacciare l’uscita dalla Nato, «tigre di carta». Non sappiamo come se la cavi con la cetra, ma il pensiero corre a Nerone.

Tra le sentenze apocrife attribuite a Mark Twain una ci pare adattarsi all’autoaffondamento del numero uno: «Dio ha creato la guerra affinché gli americani imparassero la geografia». E la storia, glosseremmo. Missione fallita. Solo il 23% degli americani sa individuare l’Iran su una carta muta — non scommetteremmo di cavarcela meglio ma noi mica pretendiamo di reggere un impero. Molti scommettono che si tratti di un paese arabo e lo scambiano per l’Iraq, pochi lo identificano con la Persia.

Quando pianificano di mettere gli stivali per terra, i decisori di Washington forse rimuovono gli impervi acrocori di un territorio più grande di Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Benelux riuniti, abitato da quasi cento milioni di anime mediamente trentaquattrenni, di fiera identità e alta cultura, con picchi impressionanti in campo tecnico-scientifico e ingegneristico, specie tra le donne.

Si capisce che buona parte degli iraniani non ne possa più di un regime oppressivo, corrotto e assassino. Non si capisce come Trump abbia potuto chiedere loro di rovesciare quel governo, quindi lo Stato cui è consustanziale, bombardandoli a man salva.

Intanto Israele, che ha messo gli Stati Uniti nella sua scia, continua nella sua guerra senza fine (maschile) né fine (femminile). Stabilisce il generale Udi Dekel, analista al Centro di studi strategici di Tel Aviv: «Dal 7 ottobre Israele è finito nella trappola della “sicurezza assoluta”, concezione che lo porta alla guerra continua. Se la sicurezza è definita come rimozione completa di ogni minaccia appena emerge, tanto più quando è chiara e tangibile — invece di ridurla o di costruire un quadro stabilizzato — allora ogni altro esito del conflitto sarà percepito insufficiente, ogni intesa resa, ogni successo parziale sconfitta».