Inflazione e instabilità economica, la guerra smette di essere soltanto un pericolo lontano

(Alessandra Ghisleri – lastampa.it) – L’81,7% degli italiani si sente preoccupato per tutto quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Questa inquietudine non si definisce attraverso un colore politico specifico, perché è una reazione profondamente umana; tuttavia, più spesso si definisce attraverso ciò che ciascuno teme di perdere o di vedere distrutto. Di certo sono pochi ormai coloro che ricostruiscono le proprie paure attraverso un’esperienza personale; più facilmente questo senso di fragilità si costruisce attraverso la paura di perdere valori come la libertà, la sicurezza e l’identità.
Esiste tuttavia un ulteriore livello, più silenzioso e meno dichiarato, che attraversa questa inquietudine collettiva. In una società come la nostra, abituata a una relativa stabilità e a un benessere diffuso, la paura tende a tradursi in ciò che appare più concreto e immediato: la possibilità di un indebolimento economico, di una perdita di potere d’acquisto, di un futuro meno prevedibile. Non è necessariamente una paura cinica o materialista, ma il riflesso di una quotidianità in cui il benessere rappresenta una forma di sicurezza.

Il pensiero dei cittadini corre infatti velocemente sulle conseguenze economiche per il nostro Paese – e per il proprio portafoglio – che già si manifestano nell’aumento dei prezzi dei combustibili, delle materie prime e dei beni alimentari (47,6%). A queste preoccupazioni si affiancano i timori per le ripercussioni sulla vita quotidiana (12,5%) e sul proprio stile di vita (3,8%), segno di una fragilità percepita che tocca la dimensione concreta dell’esistenza. Accanto a questo piano, tuttavia, riemerge anche una paura più diretta. Un italiano su quattro (25,6%) si sente infatti più esposto rispetto a possibili sviluppi che coinvolgano direttamente il Paese: dall’eventualità dell’invio di militari italiani nei teatri di guerra (9,8%), al rischio di attentati e azioni terroristiche (8,4%), fino al timore di un allargamento del conflitto con il coinvolgimento di potenze come Russia e Cina (7,4%).
Da qui emerge un ulteriore elemento di inquietudine, più politico ma non per questo meno trasversale: il rapporto con il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, percepito come un possibile fattore di rischio dal 54,3% degli italiani. Un dato che colpisce perché attraversa tutti gli schieramenti politici: oltre al dato maggioritario degli elettori dei partiti di opposizione, infatti, questa preoccupazione riguarda anche il 38,5% dei sostenitori di Forza Italia, il 33,3% di quelli della Lega e il 23,5% di Fratelli d’Italia. Allo stesso tempo, tra le file della maggioranza emerge un 32,4% che considera il rapporto con il leader americano un passaggio obbligato (32.4%). Del resto, quella tra Italia e Stati Uniti è storicamente un’amicizia consolidata, che trascende le singole presidenze.

Resta però un tema che chiama in causa non solo le scelte geopolitiche, ma anche lo stile comunicativo e decisionale della leadership. In un contesto già segnato da instabilità, una comunicazione percepita come imprevedibile da una parte o troppo assertiva dall’altra, può amplificare il senso di incertezza, rendendo più difficile per l’opinione pubblica costruire punti di riferimento stabili. La leadership, in questi casi, non è soltanto esercizio del potere, ma anche gestione delle percezioni: rassicurare, dare coerenza, offrire una direzione leggibile. In questo scenario si inserisce anche il ruolo dell’Europa, percepita da molti come poco incisiva. Non è una novità: già durante l’emergenza Covid era emersa l’immagine di un’Unione distante, fragile e poco reattiva. Oggi quella stessa percezione sembra riattivarsi. Il 39,9% degli italiani ritiene addirittura che l’Italia dovrebbe trattare direttamente e in autonomia con l’Iran per garantire il passaggio delle navi nel canale di Hormuz, una posizione che, pur non essendo realisticamente praticabile alla luce dei trattati e delle regole europee, segnala un bisogno forte di protezione e di rapidità decisionale. È un dato che va oltre la sua fattibilità concreta: racconta una domanda di sovranità percepita più che reale, una richiesta di presenza e di efficacia che i cittadini faticano a riconoscere nei livelli sovranazionali. Quando le istituzioni appaiono lente o distanti, la tentazione di immaginare soluzioni autonome cresce, anche se incompatibili con l’assetto politico ed economico esistente.
La distanza geografica dal conflitto contribuisce a questo slittamento tra livelli di paura: ciò che non viene vissuto direttamente sul piano fisico o esistenziale viene rielaborato attraverso categorie più vicine all’esperienza quotidiana. Così, la guerra smette di essere soltanto una minaccia militare e diventa un fattore di instabilità generale, capace di insinuarsi nelle scelte di vita, nelle aspettative e nella fiducia nel futuro. Questo non significa che siano scomparse paure più profonde o più “primarie”. Piuttosto, esse si manifestano in forme diverse, mediate dal contesto culturale e sociale. La paura, oggi, non è meno autentica: è semplicemente più indiretta, più filtrata, e forse proprio per questo più difficile da riconoscere e da nominare.
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