Che cosa farà ora l’Italia? La risposta non è solo giuridica. È prima di tutto politica

Il generale libico Almasri

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – Con l’apertura all’Aia della discussione sul deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati parte della Corte penale internazionale, il caso Almasri entra adesso in una fase nuova, quella delle conseguenze per il nostro Paese. Non è più soltanto la ricostruzione di ciò che è accaduto nei giorni dell’arresto e del rimpatrio del generale libico Osama Njeem Almasri, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui torture e omicidi nel carcere di Mitiga, ma la valutazione, davanti agli Stati parte della Cpi, di una condotta già giudicata inadempiente. È qui che il piano giuridico incrocia quello politico e diplomatico, e dove si misura il peso reale di quella decisione.

Non è una sanzione, ma sarebbe un errore considerarlo poco più di un richiamo formale. Il deferimento segna un passaggio che pesa molto nella relazione tra Roma e l’Aia. Non tanto per ciò che produce nell’immediato, quanto per ciò che certifica: una violazione già accertata e, soprattutto, una difficoltà strutturale nel dare attuazione agli obblighi internazionali.

La sequenza di ciò che è accaduto è ormai chiara. La Camera preliminare lo scrive con nettezza: così facendo, l’Italia ha impedito alla Corte di esercitare una delle sue funzioni fondamentali. Su questo punto non ci sono più margini di discussione. Il nodo ora è un altro: capire che cosa comporta il passaggio all’Assemblea degli Stati parte. E qui il rischio è sottovalutare la portata della decisione perché non produce effetti sanzionatori immediati. Ma il danno c’è. Ed è triplice.

Il primo è un danno di credibilità internazionale. L’Italia non è uno Stato qualsiasi rispetto alla Cpi perché è uno dei suoi principali promotori. Essere formalmente indicati come inadempienti significa incrinare un’immagine costruita nel tempo: quella di un Paese che sostiene la giustizia penale internazionale e ne rispetta le regole. La Corte, nelle sue decisioni, è stata chiara: le giustificazioni italiane non sono state ritenute idonee, né sul piano giuridico né su quello procedurale. Questo giudizio, ormai pubblico, resta.

Il secondo è un danno politico-diplomatico. Il deferimento apre una fase di interlocuzione obbligata con gli altri Stati parte. Non è un passaggio neutro. Il rappresentante italiano convocato davanti al Bureau dell’Assemblea è chiamato a spiegare che cosa è accaduto e soprattutto come l’Italia intenda comportarsi in futuro. In altre parole viene richiesto un impegno. Ed è proprio qui che si gioca la partita più delicata: continuare a negare qualsiasi violazione oppure riconoscere che qualcosa non ha funzionato nel rapporto tra norme interne e obblighi internazionali.

Il terzo è un danno istituzionale e sistemico. Il caso Almasri ha messo in evidenza una frizione tra diversi livelli dello Stato: governo, ministeri, autorità giudiziaria. La stessa magistratura italiana ha segnalato criticità, parlando di difficoltà operative legate alla mancata trasmissione degli atti e al ruolo del filtro politico. La Corte, dal canto suo, ha chiarito un principio essenziale: eventuali ostacoli derivanti dal diritto interno non possono giustificare la mancata cooperazione. È un punto decisivo, perché riguarda non solo questo caso, ma il funzionamento complessivo del sistema.

Ed è proprio qui che il deferimento assume un significato più profondo. Non è soltanto la presa d’atto di un errore, ma una richiesta implicita di chiarimento sul futuro. Il Bureau elaborerà una relazione e potrà formulare raccomandazioni. Non si tratta di sanzioni in senso stretto, ma di indicazioni politiche che incidono sulla posizione internazionale dell’Italia.

Resta una domanda: che cosa farà ora l’Italia? Continuerà a sostenere che non vi è stata alcuna violazione, nonostante il giudizio della Corte, o avvierà una riflessione più ampia sul proprio sistema di cooperazione? La risposta non è solo giuridica. È, prima di tutto, politica. Perché la credibilità di uno Stato, soprattutto quando si tratta di giustizia internazionale, non si misura nell’assenza di errori. Si misura nella capacità di riconoscerli e di correggerli. In questo senso il caso Almasri non è chiuso. È appena entrato in una fase in cui le conseguenze, più che nelle carte, si giocheranno nelle scelte.