(Giuseppe Di Maio) – Attraverso lo Stato liberale e il suffragio censitario la classe dominante tenne per la gola la società italiana a cavallo tra Otto e Novecento. Gli economisti Zucman e Piketty direbbero che in Italia più che altrove il rapporto capitale/reddito era del tutto sfavorevole al secondo, e il lavoro salariato valeva la retribuzione di uno schiavo. La guerra imperialista confusa per guerra di liberazione strappò i giovani dalle più remote provincie italiane e li fece morire in massa sui monti delle Alpi orientali. Una popolazione che si fece popolo dividendo un’unica sorte, combattendo nelle trincee contro tedeschi, austriaci, ungheresi e bulgari. Un popolo, che avvertì finalmente il suo valore sociale e maturò il desiderio di emergere politicamente.

La classe che era pronta per queste rivendicazioni era la piccola borghesia, e il rancore maturato nell’avvertire lo squilibrio tra il peso avuto nelle operazioni belliche e la scarsa importanza sociale, creò presto aggregazioni e bande che reiteravano le virtù mostrate al fronte. Il fascismo e i suoi capi si fecero portavoce di questo scontento e lo indirizzarono verso la loro parte politica. Il comportamento violento e il fisicismo, capaci di coinvolgere vasti strati della popolazione incapaci di un pensiero critico, sostituirono un preciso orizzonte ideale. Il suffragio universale cambiò la scena: in Italia e in Europa nacquero le campagne elettorali, gli appelli alle battaglie nelle urne, le lusinghe, le balle, e dappertutto il fascismo si distinse nel forzare le regole. Ovunque il rancore sociale produsse violenza, e convinse gli affiliati di avere meriti indiscutibili, come quello de “la prima ora”.

Ciò che si gridò fu l’orgoglio di una nazione non nata; il Duce fu il primo a rivolgersi agli “Italiani” enfatizzandone il significato di popolo eletto. Centro di questo pseudo pensiero era Roma e il suo costituendo impero che ricalcava quello di due millenni prima, sogno di unità per un paese dal miscuglio di lingue e tradizioni, il cui solo collante era stato per secoli la Chiesa Cattolica. Lo stesso paese che dopo il ventennio faticò a creare un sistema democratico proprio a causa della sua specialità di non nazione. Ma la democrazia e i “trenta gloriosi” (1945/1975) portarono all’emersione di un’altra classe, il popolo minuto, che ambì a sua volta ai vertici dell’ordine sociale. La realtà politica del nuovo ceto s’è affermata con la violenza dell’opinione e con quella della menzogna della sua classe dirigente.

I nuovi elettori sono incapaci di capire i propri interessi e li confondono con quelli dei loro padroni, che intanto li tengono oppressi da un asfissiante sistema mediatico. Sono spariti i valori morali della borghesia, sono sparite la logica e la dialettica delle vecchie classi. Nondimeno continuano a ripetere ad un’urlatrice ignorante a capo di una banda di incapaci che è intelligente, nessuno le dice che è una villana impreparata. Il senso dei provvedimenti approvati è più che eloquente, ed è del tutto inutile pretendere da quella e dal suo seguito dichiarazioni di antifascismo. Dice Massimo Magliaro: “Se sono fascista sono affari miei” e, incalzato: “Se dico che sono fascista che fai, chiami i carabinieri?” Allora, se non si capisce la violenza di un cialtrone che si avvale delle possibilità offerte dalla democrazia, non si capirà il nuovo fascismo.