
(Marcello Veneziani) – Ma quanto sono fessi gli uomini che sceneggiano il trapasso d’anno, diceva ieri sera la luna affacciata sulla terra. Li guardava dall’alto, paffuta e solitaria, al lume di se stessa, mentre davano fuoco all’euforia rituale di Capodanno. Urla, spari, auguri, tutto per niente, solo per santificare un nonnulla, una festa non per uomini né dei, nascite né morti; agitati a celebrare solo il tempo che passa. A illudersi di un transito tra il Non più e il Non ancora. Ma quanto sono scemi gli abitanti della terra, diceva tra sé la luna, cos’hanno da brindare per un giorno come gli altri, una manciata d’attimi tra la luce di un anno che va e il buio ignoto di un altro che viene, e poi viceversa. Insensata giostra del tempo, che solo dementi atavici possono osannare, fingendo cerimonie d’addio e di benvenuto a grumi seriali di giorni. Botti, bombe, esplosioni di razzismo nel senso dei razzi di fine anno, spari di una festosa guerra contro ignoti, in nome d’una patria di passaggio che dura lo spazio di un momento, nel varcare il confine tra due paesi immaginari denominati Annovecchio e Annonuovo. Pirla dal volto umano festeggiano il nuovo che li invecchia e la tragedia del divenire; brindano al Capodanno che, lo dice la parola, è a capo del danno chiamato tempo-che-passa. Ma che vuoi farci, luna, siamo bambini d’annata, siamo imbecilli giocosi, ci entusiasmiamo solo per le cose vane e insensate. Il nostro lusso è l’Assurdo; ci strega la sua magia. Siamo animali simbolici, siamo bestie sacrali, affamate di riti catartici, gesti scaramantici e atti propiziatori. Altro che tecnici e contabili. Siamo animali ludici e rituali, carne da gioco. Comunque, auguri con tutto il cuore, buon anno.
Proprio vero. Ma l’andare del tempo è ineluttabile.
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Solo in questa dimensione.
Perché il tempo, si sa, non esiste…
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Tauto teni zwn kai
Teqnhkoz kai (to) egregoroz
Kai kaqeudon kai neon kai
Ghraion tade gar
Metapesonta ekeina esti
Kakeina palin tauta.
E’ la stessa cosa, che è viva e morta,
Che è desta e dormiente, che è giovane
E vecchia. Queste cose infatti,
Ricadono nel mutamento in quelle,
E quelle viceversa in queste.
(Eraclito, Frammenti, 88)
Passano gli anni,
I treni, i topi per le fogne,
I pezzi in radio,
Le illusioni, le cicogne.
Passa la gioventù,
Non te ne fare un vanto:
Lo sai che tutto cambia,
Nulla si può fermare.
Cambiano i regni,
Le stagioni, i presidenti, le religioni, gli urlettini
Dei cantanti……
E intanto passa ignaro
Il vero senso della vita.
Si cambia amore, idea, umore,
Per noi che siamo solo di passaggio.
L’Informazione, il Coito, la Locomozione.
Diametrali Delimitazioni,
Settecentoventi Case.
Soffia la Verità
Nel Libro della Formazione.
Passano gli alimenti,
Le voglie, i santi, i malcontenti.
Non ci si può bagnare
Due volte nello stesso fiume,
Né prevedere i cambiamenti di costume.
E intanto passa ignaro
Il vero senso della vita.
Ci cambiano capelli, denti e seni,
A noi che siamo solo di passaggio.
Eipaz Kleombrotoz _pas hélie chàire Kleombrotos
WmbraÉiwthz hlat aj ufhlou
Hombrakiotes hèlat ‘ af ‘ hupselù
Teiceoz eiz Aden, teicheos eis Aìden,
Axion ouden idwn Janatou axion udèn idòn thanàtu
ÉaÉon, alla Platwnoz kakòn allà Plàtonos
(hen to peri psuches gramm ‘analexamenos).
Dicendo; “Addio sole!”
Cleombroto d’Ambracia
Da un alto muro
Si gettò nell’Ade.
Non gli era capitato alcun male
Che fosse degno di morte;
Aveva solo letto
Uno scritto di Platone;
Quello intorno all’anima.
(Callimaco, Epigrammi, XXIII)
Battiato. “Di passaggio”
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