Ancora un anno alla Camera poi la tentazione Bruxelles. La second life di Enrico Letta

Il segretario guida dietro le quinte la transizione del partito. Un progressivo distacco dalla politica attiva

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – ROMA – L’indiscrezione corre di bocca in bocca ormai da settimane: “Enrico sta cercando una via d’uscita”. Convinti, i colleghi in Transatlantico, che il segretario del Partito democratico – una volta consegnate le mostrine del capo al vincitore delle primarie – non durerà a lungo neppure fra gli scranni di Montecitorio.

“Sono mesi che non sente e non vede più nessuno”, racconta chi pure gli è stato vicino nei quasi due anni di permanenza al Nazareno. Come se la scelta di vestire i panni dell’arbitro non giocatore, ossia di mantenersi equidistante e non candidarsi al congresso dopo le dimissioni che gli hanno impedito di rassegnare la notte stessa della batosta elettorale – trattenuto in sella dallo stato maggiore dem, preoccupato per il potenziale vuoto di potere – fosse un gesto studiato di disamore: nei confronti del partito che di fatto non governa più e del ruolo di leader largamente condiviso che ha perduto già da un po’.

Deflagrato il Pd sotto i colpi della lotta fra correnti, tornata cruenta in vista dei gazebo, e con esso l’unanimità di facciata garantita dalla stagione di governo, Letta s’è infatti inabissato. Deciso a sottrarsi al giochino di chi ne ha voluto fare, ben oltre le sue innegabili responsabilità, il capro espiatorio di tutti gli errori commessi dopo la caduta di Mario Draghi: dalle alleanze mancate alla postura da tenere all’opposizione, fino alla caotica organizzazione della fase costituente, causa ed effetto del precipizio nei sondaggi e del sorpasso del M5S. Un tiro al piccione che l’ha molto amareggiato: simile alla delusione provata ai tempi della cacciata da Palazzo Chigi per mano di Matteo Renzi. Tale da innescare, oggi come allora, una crisi personale e una profonda riflessione sul suo futuro.

È a un bivio, Enrico Letta. Incerto se ripercorrere a ritroso la strada che nel 2015, prima d’essere richiamato al capezzale del Pd ferito dall’addio di Nicola Zingaretti, lo condusse fuori dal Parlamento, a insegnare in una grande università francese, nei board di prestigiose compagnie straniere (da Abertis a Toyoi), advisor di società del calibro di Spencer Stuart, al vertice di organismi internazionali come l’Italia-Asean, l’associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico. “È evidente che se volesse rientrare in quel mondo lì, non avrebbe problemi: con il suo curriculum potrebbe fare qualsiasi cosa”, concordano i compagni di banco alla Camera. Oppure se restare in politica nonostante tutto – consapevole che un nuovo congedo sarebbe stavolta irreversibile – sebbene optando per la dimensione che gli è da sempre più congeniale: quella europea.

Una volta eletto alla guida del Pd, Letta ha sì rinunciato a tutti gli incarichi accumulati nell’esilio da professore, ma ha mantenuto la presidenza dell’Istituto Jacques Delors, dove potrebbe tornare a tempo pieno. E ha continuato a coltivare, intensificandole grazie al ruolo di segretario di uno dei maggiori partiti progressisti del continente, importanti relazioni oltreconfine con leader politici e capi di governo. Tant’è che c’è una delle strade che si prospettano è quella che porterebbe a Bruxelles. Non è affatto esclusa l’ipotesi che Letta si allontani progressivamente dalla politica attiva italiana, per approdare a una candidatura alle Europee del 2024: la chiave in grado di schiudere le porte di un ufficio di peso a Bruxelles qualora le elezioni dovessero premiare la famiglia socialista. Oppure a Strasburgo, dove le possibilità per un ex presidente del Consiglio sono comunque molteplici. La poltrona da vicepresidente del Parlamento europeo a quel punto sarebbe l’approdo “minimo”.

Va detto che se dovesse spettare all’Italia una qualche casella strategica sul piano internazionale – dal vertice Nato al Consiglio europeo – Giorgia Meloni difficilmente promuoverebbe il nome di Letta. Ne esisterebbe già un altro in pole: Mario Draghi. Ex premier come lui, ancor più conosciuto fuori confine. Tutte variabili su cui Letta sta riflettendo per decidere cosa fare da grande.

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7 replies

  1. Se sei uno (non il solo) che ha assestato un colpo micidiale allo storico partito di csx (???) vuoi poi privarlo di un futuro radioso e assicurato?
    In europa, la casa di riposo dei trombati in politica!

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    • E in aggiunta alla sua già spettacolare carriera non va mai dimenticato come Sogliola sia stato l’unico sleader del pippiriddì sveglio quanto basta da farsi politicamente trombare addirittura da d’Arabia, sotto il suo stesso naso e in pompa magna.
      Se il suo curriculum fosse una torta, sarebbe questa la sua particolare ciliegina. Da un chilo, minimo.

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  2. Il nipote di suo zio… quelli come lui le elezioni le vincono anche quando perdono, hanno sempre un futuro radioso davanti a loro, a 90 anni ancora non vanno in pensione (però la prendono), qulo nel burro e benessere assicurato alle loro famiglie per generazioni e generazioni. E quando le navi affondano, fanno come quello della scena del Titanic, che si accomoda con nonchalance sulla scialuppa passando davanti a donne e bambini. Che invidia. Che invidia per le Rivoluzioni di una volta, quelle coi forconi e le ghigliottine.

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  3. “grazie al ruolo di segretario di uno dei maggiori partiti progressisti del continente”

    Pensa i minori partiti progressisti del continente come stanno messi!

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  4. Sì ok, se questa è una giornalista… praticamente ha scritto un’agiografia di Letta, uno dei personaggi più mediocri del mondo. Ok Letta è un genio, ce l’hanno tutti con lui, poverino. Medita il distacco dalla politica (e infatti pensa di candidarsi alle Europee). Ha un curriculum spaventoso (lo avrà pure ma resta un assoluto incapace). Vitale, più che una giornalista, è una tifosa senza ritegno

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