La povertà e i limiti del nuovo “Reddito”

(CHIARA SARACENO – lastampa.it) – La legge finanziaria, oltre a ridurre drasticamente la durata massima del Reddito di cittadinanza per le famiglie che non hanno al proprio interno minorenni, persone con disabilità o persone ultrasessantenni, ha fortemente rafforzato gli obblighi cui sono tenuti coloro che sono definiti occupabili dalla legge istitutiva del RdC: coloro che non hanno avuto una occupazione regolare da non più di due anni o sono beneficiari della Naspi o di altro ammortizzatore sociale per la disoccupazione involontaria o ne hanno terminato la fruizione da non più di un anno, o hanno sottoscritto negli ultimi due anni un patto di servizio attivo presso i centri per l’impiego.

Accanto all’obbligo di accettare la prima offerta di lavoro congrua, pena la decadenza dal beneficio per l’intera famiglia, per questi beneficiari è stato introdotto un duplice obbligo formativo. Il primo riguarda tutti, il secondo solo i giovani tra i 18 e i 29 anni che non abbiano conseguito la licenza della scuola secondaria di primo grado. A partire dal primo gennaio, tutti gli adulti tenuti a stipulare un patto per il lavoro sono tenuti a frequentare sei mesi intensivi di corsi di formazione, sempre pena la decadenza dal beneficio per tutta la famiglia. Se giovani tra i 18 e i 29 anni privi del titolo dell’obbligo, devono anche frequentare corsi che consentano di conseguirlo. Il coinvolgimento in corsi di formazione e riqualificazione era già previsto dalle norme del RdC, anche se non sempre attuato e verificato per responsabilità di chi avrebbe dovuto offrirne l’opportunità e controllarne la frequenza.

Si tratta di un passaggio fondamentale per migliorare l’occupabilità delle persone, soprattutto se si considera che oltre il 70% dei beneficiari teoricamente occupabili, perché sani e in età da lavoro, sono a bassissima qualifica e scolarità e molti dei giovani hanno abbandonato precocemente la scuola. Ma sei mesi sono pochi sia per un serio corso di formazione professionale sia per il recupero dell’obbligo. Inoltre, per mettere a punto corsi che siano efficaci e renderli disponibili e accessibili ai beneficiari del RdC, occorrono intese tra Ministeri, istituti scolastici e di formazione professionale, aziende. Occorre anche un personale docente e di formatori capace di interagire con persone che spesso sono state fortemente scoraggiate dalla loro esperienza scolastica in passato.

Tutto ciò richiede tempo. Indicare la data di inizio nel 1 gennaio quando la legge di bilancio è stata approvata il 28 dicembre è poco serio e cade nella stessa trappola in cui è caduto il RdC, che partì come erogazione economica molto prima che fossero predisposte le misure che avrebbero dovuto accompagnarlo – dalle piattaforme informatiche alle politiche attive del lavoro, alle iniziative di inclusione sociale. Solo che questa volta c’è la tagliola dei 7 mesi massimi di durata del beneficio per molti beneficiari, a prescindere che abbiano trovato una occupazione e prima ancora che sia stata loro offerta la possibilità di una formazione seria o abbiano potuto seguirla per un tempo sufficientemente lungo.

La legge di bilancio annuncia la stipula di un protocollo di intesa tra Ministero del lavoro e Ministero di istruzione. Anche questo è positivo. Ma si scontrerà con il fatto che i corsi per adulti (i Cpa) seguono il calendario scolastico e non sono accessibili in corso d’anno. Introdurre corsi “a scorrimento” richiede una nuova organizzazione e risorse… ma la legge parla di costo zero e utilizzo di risorse già esistenti.

Va infine rilevato che le modifiche introdotte nel RdC per quest’anno ignorano del tutto due tipi di beneficiari. Il primo sono gli adulti che, pur sani e privi di disabilità certificata, non sono tenuti, secondo la normativa vigente o dopo la valutazione del Centro per l’impiego, a stipulare un patto per il lavoro e sono mandati ai servizi sociali. Questi non riceveranno nessuna offerta formativa, tanto meno di lavoro, ma, se non stanno in una famiglia con minorenni, disabili o anziani, cadranno ugualmente sotto la tagliola dei sette mesi. Il secondo gruppo è costituito dai beneficiari che lavorano. Anche questi non sono tenuti a stipulare un patto per il lavoro dalla normativa vigente.

Non è chiaro che cosa il governo preveda per loro quest’anno e nella riforma futura. Eppure il lavoro povero e la povertà nonostante il lavoro sembrano essere il più plausibile destino occupazionale di molti beneficiari del RdC, non solo di quelli che hanno un lavoro stagionale, gli unici nominati dalla legge di bilancio per esentarne il reddito da lavoro aggiuntivo dal calcolo del beneficio fino a tremila euro annui.

3 replies

  1. La foto è fuorvianre: quella persona o ha già il reddito oppure non ne avrà mai i requisiti (clandestino, ecc…).
    Faccio notare che non è ancora stato tolto.

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  2. La nostra costituzione afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro,il lavoro è un diritto di tutti,uno stato serio deve creare le condizioni perché ciò si avveri,se non si fa questo si vuole la guerra sociale.

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