Colpo in stile B. Il viceministro Sisto lavora febbrilmente all’ennesima norma sui tempi del processo: sarebbe la quinta dal 2005

Prescrizione, il blitz estivo di Forza Italia:  ”Ok alla riforma entro agosto”

(di Liana Milella – ilfattoquotidiano.it) – Forza Italia ci spera e ci lavora tanto. Un blitz d’agosto sulla prescrizione. Per portarla a casa definitivamente. Dopo tre anni nel dimenticatoio. I meloniani mugugnano un po’ per le voci d’una ulteriore accelerazione, ma per ora stanno a guardare. Al Senato, in commissione Giustizia, dove la nuova prescrizione a firma Pittalis, Calderone, Patriarca, è ferma dal 2024, il relatore è giusto di FdI, l’avvocato Sergio Rastrelli, che ha fama d’essere uno tosto.

Il ddl era passato alla Camera il 16 gennaio, ma è stato ingoiato dal referendum. Ora è risorto all’improvviso. Sarebbe la quinta legge in 21 anni sulla stessa questione, il tempo in cui un processo si estingue. Dalla “ex Cirielli” del 2005, passando per la Orlando del 2017, ancora con la Bonafede, la famosa “spazzacorrotti” del 2019, per approdare all’improcedibilità della Cartabia nel 2022. Il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, da giorni, lavora febbrilmente. Il progetto e l’intenzione di una norma transitoria sono politicamente fattibili? Vediamolo, partendo dalla politica.

Forza Italia, s’è visto, punta forte sulla giustizia. La prescrizione sarebbe un colpo in stile Berlusconi. Al Senato le voci ben informate confermano. “Sì, è possibile, ci stiamo pensando e si può fare. Addirittura in un paio di settimane, se ci sono volontà politica e accordo”. Davvero? “Sì, perché tecnicamente stiamo parlando di un testo di un paio di articoli, che va già bene così com’è. Avrebbe solo bisogno, per evitare l’ennesimo conflitto coi magistrati, visto il dialogo adottato dal guardasigilli nel clima post referendum, di una norma transitoria, per evitare una strage di processi già in primo grado”. Ed è proprio la norma su cui sta lavorando Sisto, affidando al giurista Giorgio Spangher una prima verifica di costituzionalità.

Come funzionerebbe? In modo assai semplice. Le nuove regole approvate alla Camera non verrebbero applicate ai processi in corso che hanno già chiuso il primo grado. Una sorta di congelamento. Per una legge che prevede, dopo una prima condanna, che i tempi di prescrizione si fermino per un massimo di 24 mesi. Se la condanna viene confermata anche in Appello ecco altri 12 mesi di bonus. Nessun’altra sospensione possibile in Cassazione, com’era previsto invece con la legge Orlando. Qualora la sentenza non arrivi neppure dopo questi stop, a quel punto non solo la prescrizione riprende a correre, ma recupera pure il tempo perduto.

Se la legge è questa – e c’è chi ipotizza che il Pd potrebbe astenersi come ha fatto sul ddl Costa sull’obbligo di pubblicazione delle sentenze di assoluzione, vista anche la sintonia con la vecchia riforma Orlando – ecco che stavolta sono le toghe a chiedere una ciambella di salvataggio. Lo ha detto, sentito in commissione Giustizia, il presidente della Corte d’Appello di Milano Giuseppe Ondei con quel “dateci almeno una norma transitoria”. Che si è materializzata con Sisto e servirebbe a non applicare la nuova legge ai processi che hanno già chiuso il primo grado e sono in attesa dell’Appello. Sarebbe la stessa norma che le toghe avevano già chiesto a novembre del 2023, alla vigilia del voto sulla prescrizione alla Camera, con una lettera inviata a Nordio sottoscritta dai presidenti delle Corti italiane. Non rischiare l’arrivo della prescrizione, ma soprattutto non ricalcolare, processo per processo, e reato per reato quando allo stesso imputato ne vede contestato più d’uno, i tempi di estinzione. Con la conseguenza di perdere tantissimo tempo e poi magari veder comunque scattare la “tagliola”. Una “pezza” insomma, contro governi che cambiano i tempi di prescrizione a gettito continuo.

La rivincita di Giusi Bartolozzi: l’ex “zarina” di Nordio evita la toga e torna subito al governo come consigliera del ministro Foti

A tre mesi dalle dimissioni. Assist Nordio ritarda il rientro in tribunale di Giusi, Che così può traslocare a Chigi

La rivincita di Giusi Bartolozzi: l’ex “zarina” di Nordio evita la toga e torna subito al governo come consigliera del ministro Foti

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – A neanche tre mesi dalle sue dimissioni forzate, Giusi Bartolozzi è già pronta a tornare al governo. L’ex capo gabinetto del ministero della Giustizia, costretta a lasciare l’incarico a fine marzo, si riaccaserà a breve a Palazzo Chigi nel ruolo di consigliera giuridica di Tommaso Foti, ministro degli Affari europei e del Pnrr, nonché fedelissimo della premier Giorgia Meloni. Una riabilitazione lampo per l’ex “zarina”, allontanata da via Arenula nel repulisti post referendario – imposto dalla stessa Meloni – dopo l’uscita tv in cui paragonò i magistrati a un plotone di esecuzione, esortando a votare Sì per “toglierli di mezzo”. Come anticipato ieri dal quotidiano Il Dubbio, la richiesta di Foti è arrivata nei giorni scorsi al Consiglio superiore della magistratura, che dovrà autorizzare la conferma del collocamento fuori ruolo: Bartolozzi infatti è una giudice prestata alla politica dal 2018, prima come deputata (eletta con Forza Italia) e poi come plenipotenziaria del Guardasigilli Carlo Nordio. Ora il ministro del Pnrr, già capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, chiede di avvalersi della sua collaborazione “a tempo pieno e a titolo gratuito” – la retribuzione sarà quella da magistrato – “con particolare riguardo alla cura della fase ascendente dei principali dossier in esame presso le istituzioni europee”.

L’incarico serve soprattutto a blindare il futuro di Bartolozzi: l’ex “zarina”, sostenuta da Nordio, puntava infatti a trasferirsi a Londra come magistrato di collegamento, il responsabile della cooperazione giudiziaria tra Italia e Regno Unito. La nomina però è di competenza del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che per ora si è opposto. Nel frattempo, il 22 aprile, il Csm ha deliberato il suo rientro in magistratura nelle ultime funzioni svolte, quelle di “giudice distrettuale” della Corte d’Appello di Roma (una figura “tappabuchi” applicabile a tutti i tribunali in base alle carenze d’organico). Ma tornare a indossare la toga, per legge, le impedirebbe di ottenere nuovi incarichi fuori ruolo per un periodo di due anni: così, nonostante la delibera del Consiglio, il ministero ha bloccato il rientro in servizio di Bartolozzi, ritardando per due mesi la pubblicazione dell’apposito decreto, fino all’arrivo del salvagente di Foti. Formalmente, quindi, l’ex fiduciaria di Nordio è ancora distaccata in via Arenula, dove peraltro continua a recarsi quotidianamente: per questo la richiesta del ministro degli Affari europei è stata trasmessa al Csm proprio dal Guardasigilli, che ha dato il suo parere favorevole. Ora servirà il via libera (scontato) dell’organo di palazzo Bachelet, che dovrebbe arrivare nelle prossime settimane.

Nonostante la defenestrazione, insomma, al governo c’è chi si è preoccupato di non lasciare l’ex “zarina” a piedi (o meglio in toga). In ballo, d’altra parte, c’è ancora il caso Almasri: i pm di Roma hanno chiesto il rinvio a giudizio di Bartolozzi per false informazioni al Tribunale dei ministri, che aveva definito “inattendibile e mendace” la sua versione sulla scarcerazione e il rimpatrio del generale libico ricercato dalla Corte penale internazionale. Dopo il no della Camera alla richiesta di processare tre membri dell’esecutivo – Nordio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano – Bartolozzi è rimasta l’unica accusata, nonostante l’aula di Montecitorio abbia tentato di estendere l’immunità anche a lei sollevando conflitto di attribuzioni alla Corte costituzionale. Se sulla vicenda si terrà un processo, le dichiarazioni dell’ex capo gabinetto potrebbero diventare materia scottante per il governo. E nelle scorse settimane, in un’intervista al Corriere, sul tema lei ha risposto in modo sibillino: “Ho solo eseguito disposizioni, Nordio era informato di tutto”. In questo senso, il trattamento riservato a Bartolozzi appare molto più tenero rispetto a quello subito da Andrea Delmastro, altro peso massimo della Giustizia vittima delle purghe post-referendarie a causa dei suoi affari con i prestanome del clan Senese (in un ristorante frequentato anche dalla “zarina”). All’ex sottosegretario, tornato deputato semplice, è stato negato persino di far parte della Commissione Giustizia per ragioni di opportunità. Quelle che evidentemente, per Bartolozzi, non si pongono.