Qatargate: lo scandalo potrebbe allargarsi ai radicali

(Giacomo Amadori e François de Tonquédec – La Verità) – «Il Qatargate? Non è un italian job, magari è un socialist job». Così ieri la premier Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di fine anno. Ma forse sarebbe meglio puntualizzare che lo scandalo potrebbe non riguardare solo i socialisti, ma anche i radicali. A partire da Nicolò Figà-Talamanca, attivista arrestato il 9 dicembre e ancora recluso nel carcere di Saint Gilles nel centro di Bruxelles.

Nato a Genova nel 1971 da padre romano e madre greca, sino a venti giorni fa era segretario generale della Ong No peace without justice (Non c’è pace senza giustizia), un’«associazione internazionale senza fini di lucro», fondata da Emma Bonino nel 1993.

La Bonino è tutt’ ora presidente della Ong, che ha due sedi, una a Bruxelles e una Roma.

Nei giorni scorsi il gip di Aosta Giuseppe Colazingari, su richiesta del giudice istruttore belga Michel Claise, ha ordinato il sequestro di un appartamento di Cervinia di proprietà di una società di Figà-Talamanca, la Nakaz development.

La presunta cricca dell’europarlamento avrebbe fatto «circolare i fondi attraverso ong e/o associazioni non profit gestite da Figà-Talamanca [] il cui ruolo parrebbe essere quello di garantire che il denaro venga poi convogliato ai destinatari della corruzione» ha scritto il giudice.

L’immobile, acquistato il 29 aprile scorso, è costato 215.000 euro e le autorità belghe hanno attenzionato i flussi di denaro tra Bruxelles e l’Italia, in particolare i bonifici transitati dal conto belga della Nakaz su quello del notaio valdostano che ha firmato il rogito. La famiglia di Figà-Talamanca con La Verità aveva evidenziato che la casa non era stata comprata cash, ma attraverso il mutuo accordato da un istituto di credito belga alla Naqaz developement Sprl.

In effetti la banca Belfius ha prestato quasi l’intera somma necessaria all’acquisto: 200.000 euro. Ma contrariamente a quanto di solito avviene in Italia, non attraverso un mutuo ipotecario, bensì con un «credito d’investimento», concesso il 22 aprile, una settimana prima del rogito, da rimborsare in 120 rate mensili, con un tasso annuo nominale del 2,42%. Costituita nel 2007, la Nakaz developement è anche della moglie di Figà-Talamanca, Alison Smith, la quale non sarebbe, però, indagata. La donna, laurea in legge e nazionalità australiana, dirige dal 2004 l’«international criminal Justice program » della Ong fondata dalla Bonino.

In queste ore la posizione di Figà-Talamanca sembra essersi complicata a causa delle intercettazioni. L’8 novembre scorso uno dei principali indagati dell’inchiesta, Francesco Giorgi, in un’intercettazione riportata dal Fatto quotidiano, dice al telefono a Panzeri: «Vedo Niccolò alle 11… sì… verso le 11:30, mi vuole vedere, poi contatto Simona che mi manda il programma e… poi, ecco, come vuoi tu, gli dico che dovrà preparare una campagna… mmm, mmm… così ci divertiremo, per assegnare la coppa 27/28 agli Emirati».

L’incontro sembrerebbe finalizzato ad avere l’appoggio della Ong di Figà-Talamanca in vista di un’assegnazione non meglio definita. Ma chi conosce bene Figà-Talamanca non ci sta: «Secondo me scherzano, prendono in giro, come due cazzoni, Nicolò per il suo lavoro di denuncia delle violazioni dei diritti umani anche negli Emirati» ha ipotizzato un amico. Ricordandoci che in pubblico Figà-Talamanca si è espresso più volte duramente contro gli Emirati. Lo stesso 8 novembre, aveva organizzato una conferenza sull’«uso spietato della magistratura come strumento di oppressione» in Paesi come Egitto, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti.

Tra le carte agli atti si trova anche un’intercettazione del 7 ottobre, in cui il segretario dell’Ong chiama un negozio di Bruxelles specializzato in compravendita di orologi.

Nell’occasione avrebbe detto di voler cedere un «Cartier nuovo, in garanzia» che sarebbe stato «un regalo di lavoro».

Per la polizia belga «questa tecnica di rivendita di orologi di lusso» sarebbe «molto usata negli ambienti della criminalità» e permetterebbe di «trasferire a livello internazionale grossi valori senza attirare l’attenzione delle autorità doganali o di altri servizi di polizia».

L’amico di Niccolò con cui abbiamo parlato, ironizza: «Come si può pensare di diventare ricettatori rivolgendosi a un negozio e per di più chiamandolo al telefono».

La sede della Ong al centro dell’attenzione si trova in palazzina bianca di Rue Ducale 41 a Bruxelles, immobile che ospita anche l’altra Ong citata nell’inchiesta, la Fight impunity di Pier Antonio Panzeri, l’ex eurodeputato finito a sua volta in carcere.

A collegare con la sua persona le due principali organizzazioni non governative è un signore livornese di 67 anni. È residente all’estero dal 2014 e vive a Bruxelles. È cofondatore della prima e presidente del board della seconda. Si tratta di Gianfranco Dell’Alba, uomo di stretta fiducia della stessa Bonino ed ex parlamentare europeo (dal 1994 al 2004) proprio sotto le insegne dei Radicali.

Dal 1998 al 2009 è stato segretario generale di No peace without justice. Dal 2006 al 2008 è stato capo di gabinetto della Bonino quando quest’ ultima era ministro per le Politiche europee del secondo governo Prodi. Tra il 2008 e il 2011 è stato titolare di una ditta individuale di pubbliche relazioni.

Attualmente ricopre incarichi anche a Bruxelles, dove, per esempio, è tesoriere del Gruppo di iniziativa italiana (l’associazione delle imprese tricolori presenti nella capitale belga) ed è senior advisor di Ania, l’associazione italiana delle compagnie assicurative. Ma al suo curriculum manca un passaggio fondamentale: da marzo 2009 a settembre 2017 è stato direttore della delegazione di Confindustria presso l’Unione europea a Bruxelles. E proprio in questa veste, Dell’Alba è inciampato in una truffa ai danni dell’associazione degli industriali costata alle casse della confederazione 500.000 euro.

Nel settembre del 2017 Dell’Alba riceve al suo indirizzo di posta elettronica un messaggio che le cronache dell’epoca sintetizzavano così: «Caro Gianfranco, dovresti eseguire un bonifico di mezzo milione di euro (in realtà la cifra pare un po’ inferiore, ndr) su questo conto corrente. Non mi chiamare perché sono in giro con il presidente e non posso parlare». La mail risultava inviata da Marcella Panucci, all’epoca dg di Confindustria.

Dell’Alba avrebbe eseguito senza farsi domande e senza chiamare la Panucci. Che però non era la reale mittente della mail, che sarebbe stata inviata da un hacker che si sarebbe impossessato dell’indirizzo di posta elettronica della manager. Subito dopo questo incidente Dell’Alba è stato licenziato in tronco: «La vicenda si concluse con l’intervento dell’assicurazione che, riconoscendo che fui vittima di una truffa (phishing), rimborsò integralmente la somma (come confermato dalla stessa Confindustria)» puntualizza il diretto interessato. Il quale, però, non fece ricorso contro quel licenziamento.

«Abbiamo concluso il rapporto di lavoro nel rispetto dei diritti di entrambe le parti» spiega.

Dell’Alba rivendica, «in virtù della mia militanza quarantennale a fianco di Emma Bonino e Marco Pannella», di essere stato «tra i promotori di Non c’è pace senza giustizia 30 anni fa» e di essere oggi «presidente del consiglio direttivo dell’omonimo comitato, che opera per la protezione dei diritti umani e la promozione della giustizia penale internazionale».

L’ex europarlamentare non vuole rispondere alle domande su Figà-Talamanca («sospesosi dalla sua carica di segretario generale») «per rispetto del lavoro della magistratura e della presunzione di innocenza», ma ci assicura che «il comitato è estraneo ai fatti oggetto dell’inchiesta».

E su Fight impunity che cosa ci può dire? «Nel 2019, sono stato, su richiesta di Panzeri, che conoscevo come ex eurodeputato, fra i fondatori di questa Ong, partecipando poi, come membro dell’associazione, a due o tre riunioni interne l’anno in gran parte dedicate al rapporto annuale sull’impunità che l’associazione ha prodotto e che in due occasioni ho presentato nel corso di un’audizione al Parlamento europeo, lontano mille miglia dal pensare alle accuse che stanno emergendo verso il presidente. Mi sono ritirato da Fight impunity dieci giorni fa come tante altre personalità».

Dell’Alba nei giorni scorsi ha anche assicurato di non aver avuto «il minimo sentore che Panzeri stesse portando l’associazione in una determinata direzione, orientandola in quel modo…». Quindi ha esclamato: «Uno poi si chiede: “Ma allora sono io che sono fesso?”. Ma purtroppo può succedere». A lui sembra essere accaduto almeno tre volte. Ha collaborato Giorgia Chiodo.

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