Seneca riscrive la lettera sulla felicità

(Marcello Veneziani) – Caro Lucilio, che farai a Natale e Capodanno? Non vorrei molestarti con le mie lettere edificanti e rovinarti le noiose festività. (Si, ho detto noia, non ho detto gioia, per citare Franco Califano). Ora che siamo entrando nella fase acuta dei festeggiamenti, vorrei aggiornare la mia lettera sulla felicità. Vi scambierete una montagna di auguri di felicità, un rito superstizioso di massa che denota quanto primitiva sia la vostra modernità. Auguri de visu e soprattutto tramite quelle lettere nane che chiamate whatsapp, sms o lasciando messaggi vocali, sempre con quell’infernale aggeggio che mi sta rendendo superato l’epistolario. Non dire, caro Lucilio, che sono il solito pedante con le mie petulanti pergamene; ringrazia il cielo che non ho il telefonino, altrimenti ti tempesterei e non ti resterebbe che bloccare il contatto…

Dopo la feste tornerete tutti a casa dalla felicità e dall’infelicità e riprenderete l’abito ordinario della mediocrità. Le vacanze hanno il privilegio di alterare la normalità e di far venire fuori impetuoso e imperativo il desiderio di felicità; ma portano alla luce anche le sommerse infelicità, rivelano i dolori e le malinconie, scoprono le carenze e le orfanità. Gli assenti pesano più dei presenti. Così nelle vacanze si scatenano la felicità e l’infelicità, vanno a braccetto, si scambiano i posti e si mettono a ballare. Anche tu festeggerai alla grande, Lucilio, perché tu mi leggi e mi ami, non ne dubito; ma poi nella vita pratica te ne strafotti dei miei consigli e vivi come ti capita e vai dove ti porta il cuore, la panza e persino il membro vile, la cosiddetta mentula. Io, da classico, trascorrerò il passaggio d’anno in disparte, a riflettere sulla felicità e i suoi spot. Le mie lettere sulla felicità vanno ancora a ruba in vista delle festività. A duemila anni dalla prima edizione fa piacere vedersi in classifica dei sempreverdi, anche se si sente un po’ fregati nei diritti d’autore, che non riscuoto da millenni. Va bene che per me vengono prima i doveri dei diritti; ma sono stoico, mica fesso.

E poi ci si sente presi per le terga diventare un best seller in un’epoca che la pensa all’opposto di me. D’accordo, ho vissuto sotto Caligola e Nerone, però voi sotto Conte e Draghi…Mi sento tirato per la tunica un po’ dovunque. Ho visto in libreria una caterva di libri dedicati alla felicità e scritti quasi tutti da barbari, celti, galli o affini. Ho preso nota per deformazione professionale: c’è addirittura una storia della felicità, come se la felicità potesse avere una storia, quando al contrario ne è una fuoruscita. Si parla pure di economia della felicità ma la felicità è la cosa più anti-economica che esista, vive nello spreco. Un tempo a voi vicino, persino il civis romanus Antonello Venditti mi infilava nelle sue canzoni; vada a rompere las pelotas a Epicuro (ogni tanto mi sfugge un’espressione ispanica, perché sono di Cordoba) e lasci in pace me che non sono nemmeno della Roma, ma del Real Madrid. Tutti questi libri e cd costano molto più delle mie lettere sulla felicità, stampata in economica. Quel laccio inutile che pende dai vostri colli come un guinzaglio colorato, che chiamate cravatta, lo pagate venti volte più del mio libro solo perché firmato da un sarto. E un libro firmato da Seneca, antico di duemila anni, costa solo mezzo sesterzo…Vergogna, pidocchiosi.

In tema di felicità cito due posteri francesi; Louis Aragon che diceva: “Chi parla di felicità ha gli occhi tristi” e Proust “Gli anni felici sono sempre perduti”. Quanto infelice dev’essere un’epoca che esalta così fanaticamente la felicità, ne scrive, ne canta, ne parla, inonda di auguri…Dev’essere schiava di un edonismo sofferente, malato. Magari fossero epicurei, no, sono gaudenti ma infelici, famelici di gioia ma disperati, golosi e incontentabili…Perché la felicità sparisce appena è desiderata, arriva quando è inattesa, ospite volatile e latitante. Gioie e dolori dolgono entrambi, ma in tempi diversi; perché la felicità si sconta prima o poi, cari pueri. Gli inverni vengono per farci pagare le estati.

Un tempo pensavate che la felicità fosse un bene pubblico, politico, anche quella più intima e privata; ora siete caduti nell’errore opposto e credete che la felicità sia solo un fatto privato. Ma la felicità non è un proclama politico e nemmeno una mutanda rossa, roba intima…Invece ci sono infelicità che passano dalla vita pubblica e altre dalla vita privata.

La felicità, caro Lucilio, non è un progetto ma una carezza, è il convergere fugace di clima, sospensione e gesti, solitudine beata o combaciante compagnia. Non è un programma politico ma un fuori programma; figuriamoci se può essere un piano industriale o di consumi. La felicità fiorisce selvatica e leggera nel giardino della dimenticanza. Mente chi dice: sono felice. Perché la felicità è attesa o ricordo, sogno o amnesia. Quando sei cosciente la felicità non è presente, quando è presente non sei cosciente. La felicità avrà il cuore aperto, ma ha gli occhi chiusi. Cerca piuttosto la saggezza, non la felicità. E non solo perché è più importante e dona la beatitudine, è una felicità più vera e duratura; ma anche perché la felicità vive di furti e imboscate, ama improvvisare e viene sotto falso nome. Insomma, Lucilio, ha ragione un collega di Venditti, mio mezzo omonimo – Lucio Dalla – che cantava tenero e misterioso: “La felicità, su quale treno della notte viaggerà…”

(Panorama, n.52)

9 replies

    • Stamattina ha aperto il solito dizionario/volume di enciclopedia per decidere di che cosa straparlare… e si è aperto sulla lettera “S”.

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      • X Anail
        Niente succede a caso.
        Veneziani non è un conservatore (se lo fosse ambirebbe a conservare ciò che è ancora utile, tipo… il RdC, per fare un esempio attuale). No, Veneziani è un tradizionalista dal cuore nero fiammante, un nostalgico addirittura del tempo antico-romano in cui la società funzionava soprattutto con lo schiavismo (Marx lo definiva modo di produzione (e di vita) schiavistico. E Seneca era un sedicente saggio funzionale a quei tempi, quando gli schiavi e i sottoposti dovevano RASSEGNARSI alla loro condizione per non suicidarsi… persino, di fronte a tanto dolore (Spartaco aveva solo tentato una sorte migliore). Parlare di Seneca oggi in cui lo Statuto dei Lavoratori ha ricevuto danni mortali e in troppi vivono di lavoro servile (quando c’è) o di elemosina, può sembrare di attualità. Ma bisogna chiamarsi Veneziani, dal cuore nero e fiammante, per farlo.
        So che progresso è una parola non sua, e penso neanche “miglioramento” della propria condizione. Fatto è che il “saggio” Veneziani invita a ad accettare le cose come stanno e mettere da parte l’aspirazione di un futuro più accettabile anche spiritualmente… naturalmente dopo avere soddisfatto i bisogni fondamentali, non solo quelli primari. Solo che questi sono interdetti a troppi individui, prima non lo erano (per questo occorre essere “conservatori”, ma sani). Ma che vuoi fare – sembra dire Veneziani – mettici una pietra sopra e tira avanti… magari con sotto il braccio un libro di lettere a Lucilio. Anzi… fatti frate!… che è il massimo della rassegnazione, chissà se veramente FELICE.

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  1. “D’accordo, ho vissuto sotto Caligola e Nerone, però voi sotto Conte e Draghi…”
    Povero Venesian a quali vette arriverebbe per leccare le terga della Meloni…

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    • “D’accordo, ho vissuto sotto Caligola e Nerone, però voi sotto Conte e Draghi…”
      Che paragone sarebbe?
      Conte… paragonato a Caligola e Nerone?
      O STR0NZOOOOOOO
      Non ce la fa, proprio non ce la fa…
      È disonestà intellettuale, questa.
      Cerca di fare il figo, l’intellettuale, ma il suo intelletto è ubicato…tra le natiche.

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  2. Bell’articolo , la felicità non si dovrebbe pagare e poi, perché darle un prezzo quando ha solo sfumature ? La felicità non ha prezzo il dolore si, specie quello originato dal male gratuito di anime e menti acerbe a cui si deve senza che magari lo creino con volontà..
    Chi oserebbe oggi vivere come Epicuro, Confucio o un Diogene, disprezzati da una gioventù così virile e così impostata verso un macchinoso futuro dove le età e i ruoli si confondono per sostare sempre all’ombra di un paternalismo che ammira le donzelle senza poterci ragionare?!? E poi perché finalmente non viene detto che molte donne hanno dovuto porsi in pubblico con nomi maschili per non soccombere all’abiura imperante che da Galileo è ancora verde, quella roba lì è sempreverde, non certo i volumi il cui contenuto narra le memorie dei costumi, dei geni e degli sprovveduti, ma mai elogiando il sesso femminile se non come santa consorte o parca concubina!!, Ci sono le istituzioni e la politica che elevano gli individui ai precetti del loro imperativo intelletto, oltre vi è la forza di un categorico maschile che in questi tempi ha più lo spirito di un animale nomade che di un principio sano a cui devolvere il dividi et impera. Siamo fragili e il dolore fa come la morte per la massima vera, ciò che non mi uccide mi rende più forte . Il suo almagesto a questo punto dove si collocherebbe? Se la virilità è sinonimo di potenza la capacità creativa femminile lo sarebbe cento volte di più, se non fosse per un senso umano di abnegazione verso tutto ciò che è vita e non per principio maschile, verso tutto ciò che è potenza. Comunque auguri.

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