(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Martedì scorso a Torre Annunziata autorità locali e nazionali, tra cui il ministro e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, hanno salutato con entusiasmo l’abbattimento di Palazzo Fienga, per decenni fortino del clan Gionta. Prima di quello però, l’edificio testimoniava l’influenza spagnola sull’architettura napoletana e per questo era oggetto di tutela culturale. Di costruzione ottocentesca, Palazzo Fienga era dal 2015 anche un bene confiscato alla criminalità organizzata. Per anni si sono sprecate le ipotesi di ristrutturazione e riuso, come accaduto con altre centinaia di beni sottratti alle mafie e restituiti ai cittadini. Poi, nel 2023, è arrivata la revoca del vincolo culturale e la decisione di demolire l’edificio per far sorgere al suo posto una piazza e un parco pubblico.

Le ruspe dell’esercito segnano l’avvio dei lavori di demolizione di Palazzo Fienga, per cinquant’anni il Fortapàsc del clan Gionta, attivo nella provincia napoletana. «La lotta a mafia, camorra e ’ndrangheta si fa così: con i fatti, con i cantieri, con la presenza dello Stato», scrive Salvini, presente alla cerimonia. Dello stesso avviso anche il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, secondo cui «la lotta alle mafie si fa anche restituendo alla comunità i patrimoni confiscati, trasformandoli così da frutto di attività criminali in presìdi di legalità, sicurezza e di welfare». A quanto pare, per i rappresentanti del governo Meloni la restituzione di un bene passa dalla sua demolizione — una strada, questa, tracciata già nel 2023, quando all’ottocentesco Palazzo Fienga è stato revocato il vincolo culturale a causa del grave stato di conservazione. Tra le più recenti testimonianze dell’influenza spagnola sull’architettura napoletana, il Palazzo Fienga viene ancora oggi definito dal Ministero della Cultura «uno dei simboli più rappresentativi dell’alta borghesia di Torre Annunziata», nonché «uno dei Palazzi più maestosi della città». Nel 2015 aveva ottenuto lo status di bene confiscato alla criminalità organizzata, vedendo susseguirsi decine di ipotesi per il suo recupero; nel 2020 il Ministero dell’Interno scriveva: «Palazzo Fienga sarà adibito a presìdi e uffici delle Forze di polizia, uffici della Polizia giudiziaria, della Polizia metropolitana e della Polizia locale».

In effetti esiste una logica precisa dietro il riuso dei beni confiscati alla criminalità organizzata, che in Italia gode di una delle normative più avanzate al mondo, ed è la restituzione ai cittadini. Con questo gesto, un luogo per anni simbolo del potere criminale riacquista la sua dignità sociale e diventa monito, tanto della presenza dei clan sul territorio quanto della possibilità di sconfiggerli. Nel momento in cui si sceglie la via della demolizione, bypassando per di più il valore storico e culturale dell’edificio, la potenza simbolica del riuso si dissipa, nonostante i proclami istituzionali. A riempire il vuoto è la spettacolarizzazione che, tra ruspe e telecamere, pecca forse di presunzione riguardo all’efficacia della lotta alla criminalità organizzata. Sul punto è tornato anche il procuratore di Torre Annunzia Nunzio Fragliasso, che dal palco allestito martedì ha rotto con la narrazione della “ricostruzione” e del “trionfo dello Stato”, chiedendo meno cerimonie e più azioni concrete.

Le parole del procuratore Fragliasso hanno provocato un primo terremoto politico, proprio nell’amministrazione di Torre Annunziata, con le dimissioni presentate dal sindaco Corrado Cuccurullo. Avrà venti giorni per ripensarci. Nel frattempo, l’abbattimento di Palazzo Fienga andrà avanti. Al suo posto sorgeranno un parco pubblico e la “Piazza Libertà”. Durante la cerimonia di martedì, più voci hanno chiesto che la piazza venga intitolata a Giancarlo Siani, il cronista napoletano che combatté la criminalità organizzata a suon di inchieste e azioni concrete, pubblicando circa un centinaio di articoli sulle infiltrazioni camorristiche nella politica campana. Per questo impegno venne assassinato dalla camorra nel 1985, a soli 26 anni.