Vecchia Italia, tanta politica e niente Silvio: ecco a voi il governo Meloni

(JACOPO TONDELLI – glistatigenerali.com) – Un governo molto politico, alla fine, come iperpolitica sarà la sua guida, quella di Giorgia Meloni, prima donna presidente del Consiglio della storia italiana. Dopo qualche tira e molla in extremis, dunque, abbiamo la lista dei ministri che domani giureranno fedeltà alla Costituzione della Repubblica davanti a Sergio Mattarella. Una lista che, a dispetto delle indiscrezioni e forse al di là della volontà della stessa Meloni, è caratterizzata dalla forte prevalenza di personale politico rispetto a quello tecnico. E quando non si parla di politici, siamo di fronte a tecnici di area per lo più riconducibili proprio all’area della presidente del Consiglio.

È questo, forse, il primo indizio che ci aiuta a leggere meglio il puzzle, e che si incastra molto bene con altri pezzi del disegno. Perché siamo di fronte a un governo costruito per provare a durare davvero in un mare in tempesta, tenendo anzitutto conto di quanto si fa fatica, sempre, a camminare in parlamento. Anche con una maggioranza al momento comoda, i pericoli sono sempre in agguato, il possibile logoramento e la mancanza dei numeri che servono sempre dietro l’angolo. Meloni, che in parlamento ci sta ormai da un pezzo, lo sa, e si capisce bene da certe scelte. La prima, quella del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Uomo di destra, magistrato di lungo corso, che già ha ricoperto ruoli governativi di primo piano, e conosce bene la macchina dei palazzi romani. In quel ruolo, da sempre fondamentale per la tenuta dei governi, sembrava destinato Fazzolari, compagno del Fronte della Gioventù di Colle Oppio, mille battaglie di giovinezza missina. La presidente del Consiglio lo sacrifica per scegliere un profesisonista navigato, storicamente molto vicino peraltro a Gianfranco Fini. Nello stesso solco va collocata e letta un’altra scelta, quella del ministero dei rapporti col Parlamento, che sarà il senatore Luca Ciriani da Pordenone, peraltro fratello del sindaco della città friulana. Meloniano di ferro, già capogruppo in Senato, che si muove con sicurezza tra le pieghe di regolamenti e le psicologie collettive del Parlamento. Un ruolo fondamentale perchè un governo regga e duri, un ruolo per cui serve la conoscenza del Palazzo e la fedeltà ferrea a chi comanda a Palazzo Chigi: se lo ricorda bene da ultimo Giuseppe Conte. Una figura che rafforza un presidio già solido soprattutto nell’aula – quella del Senato – dalla quale potrebbero arrivare i problemi. Non a caso a presiederla sarà Ignazio La Russa.

Detto di quanto Meloni abbia voluto essere sicura del governo della macchina governativa e parlamentare, ci sono poi le scelte e gli equilibri politici che questo governo rende espliciti. Tra membri del partito e tecnici a lei vicini, Fratelli d’Italia esprime una netta egemonia sull’esecutivo. Era prevedibile e ovvio, se vogliamo, ma le proporzioni e i dettagli contano. Conta vedere che allo Sviluppo Economico (Urso, FdI), alla Giustizia (Nordio, eletto con FdI), alla Difesa (Crosetto, fondatore di Fdi), al Lavoro (Calderone, tecnica di area FdI), al Turismo (Santanchè, Fdi tendenza Billionaire), agli affari europei e Pnrr (Fitto, Fdi), all’Agricoltura (Lollobrigida, Fdi e cognato di Meloni) vanno tutte figure diretta espressione del partito della presidente del Consiglio. Se messe tutte in fila le deleghe appena elencate disegnano l’ossatura produttiva ed economica di un paese. I settori in cui certo si annidano i rischi, nel pieno di una crisi epocale, ma anche le opportunità di spesa. Questi pieni ovviamente segnano per differenza i vuoti che sono toccati agli alleati. Chi resta evidentemente a bocca quasi asciutta è Silvio Berlusconi. Voleva la giustizia per Casellati, che si accontenta invece di un ministero simbolico, quello per le riforme, che nella realtà non saranno sul tavolo per un pezzo. Non trova posto la fedelissima Licia Ronzulli, mentre va all’Università e ricerca una meno fedele Annamaria Bernini. Insomma, gli ultimi giorni di Silvio, tra un’intemerata su Putin e un discorso a braccio come ai vecchi tempi, per il momento, non ha giovato ai berlusconiani di ferro, nè a lui e alle sue antiche passioni – giustizia ed emittenza televisiva – finite in mani diverse da quelle che avrebbe sognato. Certo, si dirà, c’è Tajani agli Esteri, con un ruolo di vicepresidente del Consiglio: ma Tajani è ormai un ente autonomo dal vecchio patriarca, una provincia distaccata che ha trattato per sè dall’inizio della partita. La cosa ha indispettito molto Silvio e i suoi, ma quel dispetto, a quanto pare, non ha preoccupato Giorgia. Anzi.

È forse in questo quadro che si capisce, anche, l’incetta di deleghe pesanti che invece ha raccolto la Lega. Matteo Salvini ha dovuto abbandonare presto il sogno di tornare al Viminale, che invece tocca a un prefetto ormai stabilmente prestato alla politica, Piantedosi. È il terzo governo di fila che ha all’Interno un prefetto e non un politico: non proprio un segno di salute dell’istituzione, e forse anche il segno che se i politici esagerano – vero Matteo? – in un ruolo così istituzionale, poi finisce che nessuno vuole più rischiare e tocca sempre alla burocrazia esprimere la guida. Ma il capitano nel complesso può essere soddisfatto: ha la delega alle infrastrutture, che gli permetterà di sfogare l’antica passione per le ruspe, e la vicepresidenza, accanto appunto a Tajani. Un uomo del suo partito – benché certo non sia un suo uomo – cioè Giancarlo Giorgetti. Chissà se quando se n’era andato dal Mise dicendo “è l’ultima volta che faccio il ministro” ci credeva davvero. Chi scrive queste righe non ci credeva, per quel che vale. Non sarà facile governare l’economia italiana, agli occhi degli italiani e dell’Unione Europea, in un momento così. E difficilmente porterà consensi a valanga. Ma è certo un ruolo di grande peso, e chi fa politica a Roma da trent’anni, come Giorgetti, non può che esserne orgoglioso. Certo, la Lega non può continuare a presidiare lo storico feudo dell’agricoltura, ma può consolarsi con gli affari regionali affidati a Roberto Calderoli, altra vecchia volpe della politica leghista, che torna sempre a galla, in assenza – abbastanza generalizzata, invero – di rinnovamento. Così come non è da poco la delega alla scuola, affidata a Valditara, ex forzista ma ora solidamente leghista.

Si dice molto – ed è molto probabilmente vero – che poca autonomia sarà concessa in materia di politica economica e di politica internazionale. Per questo è interessante annotarsi le scelte – tutte molto identitarie – che vengono giocate sui ministeri più culturali e simbolici. Eugenia Roccella, cattolica ultraconservatrice, alla famiglia, e Gennaro Sangiuliano – ex fronte della gioventù, grande amante di Prezzolini, già direttore del tg2 – alla Cultura. In attesa di capire cosa potranno fare, annotiamoceli come segnali con cui Meloni ha voluto comunque – legittimamente, anche onestamente, potremmo dire – ricordare chi è e da dove viene, se ce lo fossimo dimenticati. Parole come “sovranità”, “natalità” o “sicurezza” sono del resto sottolineature sparse a piene mani tra le deleghe: come si fa col proverbiale cacio – naturalmente “Made in Italy” – sui maccheroni.

Restano poi i bilanci, ma quelli – direte – si possono fare coi fatti in mano. Vero. Ma ci sono anche bilanci che sin possono tracciare prima, solo scorrendo i nomi. La destra italiana che si rappresenta in questo governo è uno specchio abbastanza realistico di un pezzo ancora importante di paese: vecchio, sempre uguale a se stesso, incapace di esprimere nomi davvero nuovi e quindi obbligato a ricorrere all’usato (quanto sicuro, lo dirà il tempo). Un’aurea mediocritas, di cui certa è, a occhio, solo la mediocrità. Nessuno potrà lamentarsi troppo, però, per l’ampia predominanza di ministri maschi. Perché la presidente del consiglio è per la prima volta una donna, in oltre settant’anni di storia repubblicana. E, come a scacchi, la regina vale dieci pedoni. Che sia successo oggi, con il governo sicuramente più legato alla cultura e alla storia della destra italiana, è un dato di fatto su cui una riflessione – non formale, non consolatoria, e ovviamente neppure autopunitiva, per carità – andrà fatta. Una, tra le tante, che spetta a chi siede da domani all’opposizione.

E buon lavoro, naturalmente, a Giorgia Meloni e al suo governo.

3 replies

  1. Dici che dunque non ci sono più le vie di mezzo?
    Ma quale altro migliore avrebbe accettato di posare il suo cxxx su poltrone ancora calde del cxxx dei precedenti? La Giorgia avrebbe dovuto targiversare,prendersi più tempo x fare il governo aspettando che la seduta si raffreddasse?Hai ragione,vah!, e s/za voler insinuare che la ragione è del pro. fesso.re,come normalmente si dice.Con simpatia,oh!

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