(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Non è la prima volta che i Mondiali di calcio si giocano in un paese governato da un prepotente, ma non era mai successo che il prepotente fosse un tipo così caotico. Il povero Cannavaro annusato voracemente dai cani antidroga all’ingresso dello stadio di New York – in quanto c.t di una nazionale invisa a Trump, l’Uzbekistan – rappresenta un momento di tragicomicità surreale. E che dire di Omar Artan, il somalo premiato come miglior arbitro africano dell’anno, che al suo arrivo a Miami è stato sottoposto a un interrogatorio di undici ore e rispedito a casa nonostante il visto diplomatico perché la Somalia è nella lista nera del Presidente? 

Una lista, ecco il punto dolente, sempre passibile di modifiche in base al suo umore. Poiché cambia idea di continuo su tutti, persino su Khamenei, nessuno si stupirebbe se chiudesse i giocatori iraniani a chiave negli spogliatoi e subito dopo andasse in curva a tifare per loro.

La verità è che con i bioritmi di Trump nessuno può sentirsi al sicuro. Gli spagnoli meno di tutti. Se domani Sanchez ne dice un’altra delle sue, quello è capacissimo di mandare l’ICE nel ritiro delle furie rosse a Chattanooga, prendere Lamin Yamal per le ascelle e portarlo via. E nel caso in cui gli Stati Uniti dovessero disgraziatamente perdere una partita, l’Ingrugnito in Capo accetterebbe il risultato o invaderebbe il campo travestito da sciamano? 

L’unica certezza immutabile è che, in qualunque stadio vada, la gente lo fischia a più non posso. E non sono fischi uzbeki o somali. Sono fischi rigorosamente americani.