Tabacci, highlander della politica italiana. Dalla Dc a Giggino

Il suo nome è Tabacci, Bruno Tabacci. Nato a Quistello nel 1946, Tabacci fa politica da prim’ancora che la politica esistesse. Quando i compagni festeggiavano un compleanno, lui fondava un partito. Quasi sempre a uso e consumo […]

(di Andrea Scanzi – Il Fatto Quotidiano) – Il suo nome è Tabacci, Bruno Tabacci. Nato a Quistello nel 1946, Tabacci fa politica da prim’ancora che la politica esistesse. Quando i compagni festeggiavano un compleanno, lui fondava un partito. Quasi sempre a uso e consumo unicamente di se stesso. Bruno Tabacci è da decenni il democristiano fuori tempo massimo di nicchia. Non sta antipatico a nessuno, perché è una brava persona. Onesta e preparata. Ha pure quei lineamenti da nonnino tollerante che gioca alla bocciofila e non bestemmia quando perde. Sembra uscito da una canzone di Gaber e Luporini, I padri miei: “Gli abiti grigi, i modi calmi e misurati / Persino nei divertimenti”.

Tabacci è da decenni o giù di lì un politico senza elettori, anticipando in questo i Renzi e Di Maio. Tra il luglio del 1987 e il gennaio dell’89, per la Dc (in cui ha militato sin dal 1970), è stato addirittura Presidente della Regione Lombardia: accadde per volere di Ciriaco De Mita. Dopo la Dc ha pascolato da un centrino all’altro (Ppi, Udr, Udc, Rosa Bianca, Alleanza per l’Italia, Centro Democratico) con orgogliosa e quasi ostentata mestizia. Conscio di avere meno carisma di un battipanni rotto, Tabacci ha tramutato quel suo spessore da impiegato del catasto in tratto distintivo di pregio. E i risultati lo hanno premiato, divenendo financo segretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei ministri del governo Draghi, con delega alla programmazione e coordinamento economico e all’aerospazio (ambito nel quale Tabacci è da sempre espertissimo: lui, con l’aerospazio, ci ha proprio un rapporto stretto).

In Italia la sinistra è così sbiadita che uno come Tabacci è passa per un cattocomunista. È sempre stato quello che militava nel centro, sì, però in fondo (ma proprio in fondo) aveva un occhio di riguardo per la sinistra. Nel settembre del 2012 si candidò alle primarie del Pd. Erano in cinque e vinse Bersani, davanti a Renzi (sic), Vendola e Puppato. Ovviamente Tabacci arrivò ultimo, la sua posizione preferita, con l’1,4% dei votanti.

Me lo trovai davanti su Rai 3 a commentare il voto delle politiche del 2013. L’exploit del M5S lo lasciò sgomento, quasi come quei genitori conservatori statunitensi di fronte all’avvento satanico di Elvis “The Pelvis”. Credevo che, dopo quell’esperienza lì, il nostro eroe sarebbe evaporato politicamente. E in effetti, dal punto di vista numerico, è stato così (alle Europee del 2014 la sua “Scelta Europea” prese lo 0,77%). Lui però, come l’ultimo dei soldati giapponesi a Iwo Jima, ha resistito a populismi e sovranismi inventandosi il miracolo: il simbolo del suo microscopico “Centro Democratico” è infatti diventato il Santo Graal per bolliti, transfughi, trasformisti, voltagabbana e scalzacani. Prima ha provato a salvare dal baratro la Bonino, diversissima da lui e quindi perfetta per allearcisi. Poi si è inventato “consigliere” di Conte dopo il tradimento di Renzi: “I responsabili ci sono, li troverà Tabacci”, sentenziarono gli esperti. E infatti poi si è visto. Tabacci non ha però mollato, conquistando anzi un ruolo di spicco nel governo dei migliori. Floris lo ha quindi scritturato come conservatore piacevolmente soporifero, da contrapporre in prima serata a scapigliati di varia natura (ora i no-vax, ora Di Battista, ora lo Scrondo del Missouri). Il governo Draghi è caduto, ma Tabacci si è consolato prestando lo scudo magico del suo partitino all’ex nemico Luigi Di Maio. Roba forte, quasi come veder duettare Claudio Villa coi Megadeth.

Da decenni guardavamo a Tabacci come a un perdente sbiadito. Sbagliavamo: Tabacci è l’highlander dei giorni nostri. Ne resterà solo uno: Bruno.

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