Perché Borsellino fu davvero un eroe

(Marcello Veneziani) – Il giorno in cui Paolo Borsellino fu assassinato, il 19 luglio 1992, aveva risposto alla lettera di una studentessa di 17 anni di Padova che gli poneva domande sulla mafia. «Oggi non è certo il giorno più adatto per risponderle – scrisse Borsellino – perché la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche ai miei figli. Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande». La prima domenica, cioè l’ultima. Ho avvertito un brivido lungo la schiena leggendo quelle righe che sembrano quasi far la cronaca profetica di quel che gli sarebbe accaduto poche ore dopo; e suonano come un messaggio di congedo verso la famiglia e i figli, col rimorso di aver dedicato tutto il suo tempo, anzi la vita, al servizio dello Stato.

Quando si parla di Falcone e Borsellino, nutro per entrambi massimo rispetto e ammirazione; però, lo confesso, propendo per Borsellino; finora lo spiegavo col fatto che lui non era uomo di potere, come invece è stato Falcone; era un uomo di destra, ed è andato incontro alla morte con virile fatalismo, sapendo già ciò che sarebbe accaduto, dopo l’uccisione di Falcone. Era un morto che camminava, ma a testa alta. Dopo la strage di Capaci disse a sua moglie: “La mafia ucciderà anche me quando i miei colleghi glielo permetteranno, quando Cosa nostra avrà la certezza che adesso sono rimasto davvero solo”.

Ma poi la spiegazione chiara della mia preferenza per Borsellino me l’ha data lo stesso Falcone in un’intervista: “quello che mi separa da Borsellino: lui crede di recuperare valori che per me sono obsoleti”. E poi: ”non si può andare contro i missili con arco e frecce”. Eccolo l’eroe, il don Chisciotte, che combatte con armi inadeguate nel nome di principi che non ci sono più. Ma alla fine, l’esito fu tragicamente uguale per entrambi, l’idealista Borsellino e il realista Falcone. E davanti al comune destino di vittime, ti sfiora un’obiezione: non è meglio morire per i valori e attaccando seppure “con arco e frecce”, piuttosto che negoziando con poteri e istituzioni, muovendosi con accortezza e ritenendo ormai superate le motivazioni più nobili? Pur essendo morti entrambi per l’Italia, per lo Stato e per la Giustizia, come si può chiamare quella differenza? Senso dell’onore, missione eroica, amor patrio.

Ho conati di vomito quando vedo le autorità, anche altolocate, del nostro paese celebrare Borsellino. Quanti sordi, muti, collusi, figli di collusi, complici, reticenti e omertosi, magari passati pure per combattenti e vittime della mafia.

Quella pagina scritta e strappata il 19 luglio di trent’anni fa è una vergogna per la magistratura, per le istituzioni, per il potere, e di riflesso per l’Italia. Borsellino chiamava il Palazzo di giustizia “un covo di vipere”; ma altre serpi covavano in seno le istituzioni, e in alto…

“Fin quando siamo stati zitti – ha detto la figlia di Borsellino, Fiammetta – il salone di casa nostra era pieno di presunti amici di mio padre che venivano a raccontare balle a mia madre. Da quando invece ho deciso di parlare, di dire senza peli sulla lingua che le responsabilità delle stragi di Capaci e via D’Amelio sono a più livelli, da quel momento ci siamo improvvisamente ritrovati soli. E conclude che suo padre incarnava “la faccia pulita dell’Italia”.

Quel 19 luglio del ’92 fu ucciso a Palermo il presidente ideale della seconda repubblica italiana. Era un magistrato come colui che fu poi eletto presidente della repubblica (Scalfaro) ma lui all’Italia dette la vita e non la retorica. Era un magistrato ma non era malato di protagonismo e di livore. Tre giorni prima della strage di Capaci 47 parlamentari del Msi lo votarono presidente di una repubblica ideale. Quarantasette, morto che parla; e dopo che uccisero FalconeBorsellino era un morto che parlava. Sapeva ormai da due mesi che il prossimo sarebbe stato lui ma rimase al posto suo, a testa alta. Perché lui era davvero un uomo d’onore, nel senso che alla mafia di una volta incuteva timore e rispetto; meno alla nuova, più spregiudicata e cinica. Lui era un servitore dello Stato, credeva nell’autorità dello Stato e nella missione del magistrato. Non serviva solo la Repubblica e la Costituzione ma amava la sua patria, l’Italia, a partire dalla sua Sicilia. Da giovane aveva militato nelle organizzazioni del Msi. Peccato che furono così pochi a votare per lui: se quel voto lo avesse portato al Quirinale, avrebbe salvato la vita a lui e la dignità alla Repubblica.

Quanta gente campa ancora sulla morte di Borsellino. Quanti magistrati devono a eroi come lui se hanno avuto largo credito e pubblica fiducia. La magistratura italiana per anni ha campato sull’eredità di toghe insanguinate come la sua, godendo di un’autorevolezza assoluta. Nessuno poteva toccare il prestigio delle toghe dopo il sacrificio di Falcone e Borsellino. Quanti politici e giornalisti si fanno ancora belli in suo nome e pretendono, al riparo della sua ombra, di stabilire chi sono oggi i mafiosi, i loro alleati e succedanei, e chi sono invece i loro nemici, legittimati a sentenziare. Quante anime belle hanno inzuppato la loro retorica nel sangue di quel magistrato. C’è una vena di sciacalleria in tutto questo e di appropriazione indebita della memoria di un eroe, un martire e un galantuomo. Borsellino non era un giudice d’assalto malato di protagonismo e di furore ideologico. Non era amato dai suoi colleghi di sinistra. Non era un giudice giacobino, non cercava popolarità attraverso clamorosi atti giudiziari, non scriveva romanzi come tanti suoi colleghi vanesi e non pensava di darsi alla politica, di portare all’incasso la sua fama di giudice antimafia. Sul suo conto in banca c’era solo un milione di lire. Di lui resta appesa al muro la bicicletta. Poi le foto, con Falcone e senza, la sigaretta appesa alle labbra, lo sguardo, e dentro il destino.

La Verità

11 replies

  1. Che Borsellino fosse di destra ha la stessa importanza rispetto al fatto che amasse la pasta al forno: zero.
    Falcone e Borsellino sono l’esempio di come vengono considerati gli uomini che servono fedelmente lo stato senza fare compromessi: vengono eliminati.
    Chi vuole mettere ordine in questo paese fallito viene isolato o eliminato, anche fisicamente.

    "Mi piace"

    • Il NERO nacque dal ROSSO; ma Borsellino di destra, Fiano, Guerini, Ingroia, Scalfarotto di sinistra, fa venir voglia di gridare eiaeiaeia alalà tutta la vita

      "Mi piace"

  2. Il suo destino segnato.. nonostante ciò visse con coraggio gli ultimi giorni, non arretrando mai per dare l’esempio! Borsellino e Falcone sapevano cosa avrebbero subito.. veri eroi veri martiri😢😢😢

    "Mi piace"

  3. Strano che FI sia la federatrice del centro destra., strano perché due fondatori di fi sono dell’utri e berlusconi……mah sarà il caldo che mi fa pensare strano.
    la meloni è dello stesso partito di Borsellino quindi….che brivido caro venesian.

    Piace a 1 persona

  4. Un’abbastanza condivisibile celebrazione – e, forse proprio per questo stracolma di un dolore che dovrebbe essere divenuto, ma non è divenuto, un sincero e oltremodo condiviso patrimonio valoriale nazionale. Ci sarebbe da precisare che chi fa il proprio dovere fino in fondo prima di “volere essere un eroe” (espressione che almeno da vivi sa di sfottò, e allora perché non anche da morti?) è una persona assolutamente normale, sebbene una persona di solidissimi valori e di sanissimi principi. Ma è proprio la stabilizzazione di queste fondamenta di “normalità” che una società sana dovrebbe costantemente perseguire! Ahimè, quanto questo risulti invece piamente illusorio lo scorgiamo già nei più alti consessi della vita politica e sociale: più in alto si sale e più si è costretti, se non a produrla, a “spalare m.” e ad assistere a questo costante ininterrotto spettacolo! Da tali consessi dovrebbe provenire l’adeguata celebrazione?! Certo i Borsellino, i normali che credono nei valori fondamentali della coesione e della solidarietà civile, non mancheranno mai; solo che da morti verranno tutt’al più legittimati come “eroi”, ma più per sbarazzarsene meglio sul piano pratico che per diffusa, onesta ed effettiva, e soprattutto empatica convinzione. Solo una forma di strumentalizzazione si rivelerà così la derubricazione in “eroismo” del loro operato. Fosse altrimenti sarebbero i Gratteri – ossia i Borsellino ancora vivi e non ancora legittimati “eroi” (se non nel senso cinico dei “fessi che fanno il loro dovere”) – a ricoprire gli incarichi più adatti a continuare meglio il loro operato di magistrati in prima linea. Ma scherziamo? Nel linguaggio dei cinici furbacchioni, supporter del potere di sempre mafioso o para-mafioso che sia, bisogna “immolarsi” per divenire “eroi”: da vivi se si crede pericolosamente in quegli stessi valori si potrà restare più o meno solo degli illusi idealisti. Tutt’al più un tantino pericolosi per quella parte di establishment direttamente o indirettamente colluso, dapprima con l’operato e appresso con l’omicidio mafioso. L’ipoteca soluzione politica(nte) suggerita: Borsellino salvato come eventuale Presidente della Repubblica, in quanto proposto dalla destra post-fascista? Mi spiace dirlo, ma quella vicenda sembrerebbe quasi una barzelletta se dietro di essa non si celebrassero le tante, infinite, tragiche ipocrisie delle strumentalizzazioni dei politicanti. Dov’erano quegli stessi al momento della ricerca della verità giudiziaria dei fatti di allora pre- e post-mortem di Borsellino? Come si collocano oggi davanti alle problematiche della giustizia sociale e della giustizia tout court? Un uomo di sani principi non è di destra, di centro, di sinistra … E non è neppure un Eroe. È semplicemente un uomo “Vivo”! Ossia un uomo in cui riconoscersi incondizionatamente in ogni attimo della propria esistenza, se se ne vuole veramente perpetuare la memoria. Sono altri gli zombi, già morti seppure convinti di essere vivi, e solo perché una società malata preferisce celebrare loro nelle pratiche della quotidianità. VIVA INVECE BORSELLINO e solo perché UN UOMO DA IMITARE IN VITA e non certo in morte (come preferirebbero i suoi assassini). E basta!

    "Mi piace"

  5. Mi dispiace Veneziani. Ma sei poco credibile nel pur doveroso omaggio a Paolo Borsellino. Che era un uomo di destra certamente, ma di una destra perbene, seria, legalitaria, cosa ben diversa da quella destra che tu in questi ultimi 15 anni hai, in qualche modo, sostenuto. D’altronde hai preferito Berlusconi, i berluscones e tutta la robaccia destrorsa che da anni ulula contro la magistratura che indaga contro mafia e corruzione ( la magistratura alla Palamara, quella no, quella mo’ va a braccetto con Sallusti…facciamo finta non esista) piuttosto che sostenere Fini che con tutti i suoi limiti era comunque una persona perbene. Non sei credibile.

    "Mi piace"

  6. Veneziani i tuoi compagni di merende in Sicilia sono alleati con Cuffaro e Dell’Utri.La memoria di Borsellino è rispettata dai tuoi compagni di merende?.E poi questa squallida distinzione tra Falcone e Borsellino..vai a letto Marcellino

    "Mi piace"

  7. Vabbè! Leggetivi una grande poesia di Jorge Luis Borges! ” I giusti” ! E poi fatevene tutti una ragione! Trovatela da soli !

    "Mi piace"

  8. Grazie per l’interessante segnalazione.
    Ecco qua;
    JORGE LUIS BORGES,

    I giusti

    Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
    Chi è contento che sulla terra esista la musica.
    Chi scopre con piacere un’etimologia.
    Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
    Il ceramista che premedita un colore e una forma.
    Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.
    Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
    Chi accarezza un animale addormentato.
    Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
    Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
    Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
    Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

    =======
    D’accordo, meglio la retorica della quotidianità dei “giusti” che “salvano il mondo” e ciascuno secondo le proprie capacità, misure e qualità; piuttosto che quella falsamente celebrativa dell'”eroe” che dovrebbe invece salvarlo da ben altro, seppure ne venga impedito nel proprio “più che giusto” attivismo dai tragici meccanismi dell’ingiustizia! Troppa enfasi nella retorica dell’eroe immolatosi per un ideale di giustizia e al contempo (anche dimostrativamente) impedito in quella sua azione etc. etc. …
    Resta il fatto che una cosa è scrivere e anche fare proprio un testo poetico, per quanto profondo, altro è fare della propria vita e morte un “poema di giustizia”, per quanto tristemente drammatico. E peraltro: un Borsellino, assassinato perché il suo giusto operato contro la grande criminalità organizzata fallisse, non sarebbe più un “giusto” proprio per questo suo fallimento? Il rischio qualunquistico sta, mi pare, dietro l’angolo e magari andrebbero con chiarezza più valorizzate certe particolarità quali, appunto, capacità e misure e qualità (sociale) …. dell’operato? Oppure si vuole proprio cinicamente sottintendere quell’altra verità: “ma chi gliel’ha fatto fare”?

    "Mi piace"