Marco Travaglio: Borsellino, 30 anni senza verità

È incredibile, rileggendo la storia degli ultimi giorni di Paolo Borsellino e della sua morte violenta insieme agli uomini della scorta, il 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo, scoprire quante cose la gente non sa anche del pochissimo che se ne sa […]

(DI MARCO TRAVAGLIO – Il Fatto Quotidiano) – È incredibile, rileggendo la storia degli ultimi giorni di Paolo Borsellino e della sua morte violenta insieme agli uomini della scorta, il 19 luglio 1992 in via D’Amelio a Palermo, scoprire quante cose la gente non sa anche del pochissimo che se ne sa. Le indagini e i processi sull’assassinio di Borsellino hanno accertato molto meno che su quello di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e dei loro angeli custodi a Capaci. Hanno condannato il solito gotha di Cosa Nostra e qualche componente del commando, ma il quadro completo di chi collocò e azionò il congegno esplosivo rimane un mistero (come l’uomo che, secondo testimoni oculari, assisté ai preparativi dell’autobomba senza che i picciotti mafiosi lo conoscessero). Eppure anche quel poco che è ormai accertato è in gran parte sconosciuto ai più. Soprattutto la natura politico-terroristica della strage di via D’Amelio e le peculiarità che la distinguono da quella di Capaci e vanno lette con quanto accadde in contemporanea (la trattativa fra il Ros e Totò Riina, tramite Vito Ciancimino) e un anno dopo: le bombe del ’93 a Milano, Firenze e Roma e poi la “pax mafiosa” iniziata col mancato attentato allo stadio Olimpico, coincisa con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, e proseguita fino a oggi.

È incredibile come migliaia di articoli, centinaia fra libri, film, fiction, dibattiti e decine di celebrazioni siano scivolati sulla memoria collettiva come l’acqua sul vetro, senza lasciare traccia dei dettagli decisivi. Due su tutti: la scomparsa dell’agenda e il depistaggio. Subito dopo la strage di via D’Amelio, un uomo delle istituzioni ammesso all’area recintata del cratere estrae dalla borsa di Borsellino (intatta nell’auto carbonizzata) l’agenda rossa su cui il giudice annotava gli esiti delle sue indagini segrete, e la fa sparire. Intanto altri uomini dello Stato ripuliscono i cassetti del suo ufficio di procuratore aggiunto, al Palazzaccio: vedi mai che il contenuto dell’agenda sia in qualche verbale.

Poche settimane dopo, alcuni agenti di polizia della squadra guidata dal capo della Mobile, Arnaldo La Barbera, organizzeranno un mega-depistaggio per consegnare ai magistrati di Caltanissetta verità e colpevoli “di comodo”. Tali Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino, due mezze tacche della malavita, vengono imbeccati e convinti o costretti ad autoaccusarsi della fase esecutiva. Le loro confessioni, confermate da un compagno di cella, sono un abilissimo mix di bugie e verità (fra queste le prime accuse ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, che si riveleranno i veri mandanti diretti anni dopo, grazie alle rivelazioni del killer pentito Gaspare Spatuzza). In realtà Candura e Scarantino sono totalmente estranei. Perché quel depistaggio? Solo per l’ansia della Polizia di giungere subito a una soluzione purchessia? O per “tarare” l’inchiesta verso il basso e scoraggiare ogni accertamento verso l’alto, cioè sui mandanti esterni dietro Riina e i Graviano (legatissimi al mondo imprenditoriale e politico, che in quei mesi si dividono tra Palermo, Milano e la Costa Smeralda)? Il processo ai tre presunti agenti infedeli s’è appena chiuso in primo grado con due prescrizioni e un’assoluzione.

Non si sa neppure chi abbia rubato l’agenda. Si sa però che esiste e da trent’anni anni qualcuno se ne serve probabilmente a scopo ricattatorio. Sempre più stancamente e con memorie sempre più sbiadite, si indaga ancora sui “mandanti occulti” che fior di sentenze, anche definitive, affermano esistere. Cioè: chi ha ideato o suggerito le stragi è ancora a piede libero e ricopre posti di potere proprio in forza del suo potere di ricatto. L’idea che degli stragisti circolino indisturbati per l’Italia dal 1992-’93 avrebbe dovuto provocare una mobilitazione politica, investigativa, informativa, culturale incessante per assicurarli alla giustizia e riempire i buchi neri della nostra storia. Invece nulla. Anzi, tutto il contrario. Chiunque si sia accostato a quel tema-tabù è stato spazzato via. Giornalisti e persino attori satirici cacciati dalla Rai con l’accusa di “uso criminoso della televisione pubblica”. Magistrati epurati o puniti o isolati. Collaboratori di giustizia indotti al silenzio da controriforme legislative, attacchi politici, campagne mediatiche, sentenze della Cedu e della Consulta.

Chi tocca quei fili muore, o è come se fosse morto. Ai piani alti del potere quelle verità indicibili le conoscono in tanti. L’agenda rossa è la scatola nera della Seconda Repubblica. Se cadesse nelle mani “sbagliate”, quelle dei magistrati e dei cittadini onesti, tutti capirebbero tutto.

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