Da Fuortes a Orfeo, così il Pd domina una Rai che non c’è

Con l’improvvisa rimozione di Mario Orfeo dalla direzione Approfondimenti, ad appena sei mesi dalla sua nomina, si apre al vertice della Rai una crisi che va al di là dei meriti e demeriti delle persone. E investe direttamente la funzione, il ruolo e l’identità […]

(di Giovanni Valentini – Il Fatto Quotidiano) – “La nuova Rai deve sorgere su pilastri diversi. E la politica, con tutto il rispetto, deve restare fuori dalla porta” (Giuseppe Conte, Facebook – 2 maggio 2021).

Con l’improvvisa rimozione di Mario Orfeo dalla direzione Approfondimenti, ad appena sei mesi dalla sua nomina, si apre al vertice della Rai una crisi che va al di là dei meriti e demeriti delle persone. E investe direttamente la funzione, il ruolo e l’identità del servizio pubblico radiotelevisivo. Non solo perché Orfeo aveva già diretto tutti e tre i telegiornali e ora, per quanto sfiduciato, torna al vertice del Tg3 come “Ercolino sempre in piedi”, quel pupazzo di plastica gonfiabile che all’inizio degli anni Sessanta era il testimonial della crema Bel Paese. Ma soprattutto perché è stato addirittura direttore generale dell’azienda e quindi delle due l’una: o era fuori posto allora o è fuori posto adesso. O magari, in entrambi i casi.

Il vero problema, però, non è il povero Orfeo “tuttofare”. Chi lo conosce bene, sa che ha una straordinaria capacità mimetica di adeguarsi come un camaleonte a qualsiasi ruolo e situazione, all’insegna di un opportunismo che rischia di sconfinare nel trasformismo. Il problema, piuttosto, è quello di Carlo Fuortes, un amministratore delegato governativo che tenta di gestire la Rai come l’Opera di Roma o la Scala di Milano, dove pare che aspiri a trasferirsi in autunno. Quasi che la televisione pubblica fosse un teatro popolato di artisti e prime donne, un’azienda d’intrattenimento e di spettacolo, esente da obblighi sociali e istituzionali. Non a caso si colloca in prima serata la trasmissione Caro Presidente di un ex politico come Walter Veltroni che ottiene appena il 2,2% di share, mentre si relega a notte inoltrata la trasmissione O anche no di Paola Severini Melograni, dedicata ai diritti dei disabili e al mondo della solidarietà, che all’interno di un servizio pubblico meriterebbe una collocazione senz’altro più degna e rispettosa.

Qual è, dunque, la concezione che il Sovrintendente Fuortes, laureato in Scienze Statistiche, considerato un “manager ed economista della cultura”, può avere della Rai? Secondo quale logica padronale nomina e destituisce nel giro di sei mesi un direttore che lui stesso aveva insediato a capo degli Approfondimenti, per reintegrarlo subito dopo alla guida di un telegiornale sotto le pressioni politiche? E infine, perché si è esaurito in così poco tempo il “rapporto fiduciario” con Orfeo, uno che non tradirebbe la fiducia neppure del suo peggior nemico, ammesso che ne abbia mai avuto uno?

Sono tutte domande che risalgono inevitabilmente alla fonte di nomina dei vertici Rai e dello stesso Fuortes: cioè la partitocrazia, un male antico del servizio pubblico radiotelevisivo. Ma è dai tempi del governo Renzi e della sua “riformicchia”, al cui confronto si rivaluta perfino la legge Gasparri del 2004, che questo potere è stato indebitamente trasferito dal Parlamento all’esecutivo, aggravando ancor più la situazione. E così non c’è da meravigliarsi che oggi a farla da padrone alla Rai sia il Pd, quello che – secondo i sondaggi – è virtualmente il principale partito dell’attuale maggioranza.

È proprio su questo fronte che il Movimento 5 Stelle farebbe bene a prendere le distanze dai “dem”, marcando una differenza sulla governance e sulla lottizzazione della Rai. Sarebbe anche un tema popolare da proporre in campagna elettorale, per distinguersi dall’alleato di centrosinistra e promuovere la “liberazione” del servizio pubblico dal giogo della politica. “Dalla Rai dei partiti alla Rai dei cittadini”, può diventare lo slogan trasversale di questa battaglia civile. È un banco di prova per tutto lo schieramento progressista.

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2 replies

    • Da Fuortes a Orfeo, così il Pd domina una Rai che non c’è

      E il pd, c’è?
      Attualmente, questa piaga sociale (come la droga) chiamata pd, viaggia attorno al 20%, cioè 2 punti in più rispetto alle politiche 2018 (renzi e calenda nel frattempo se ne sono andati).
      Quali sono i meriti di questa sciagura politica, tra le peggiori dell’Italia repubblicana, per meritare un consenso del genere?

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