Antonio Zanardi Landi, il papabile alto rappresentante a Sarajevo, piace più agli Usa che agli europei. E mentre in Albania si protesta per «l’isola di Kushner», la premier aiuta Rama

(Francesca De Benedetti – editorialedomani.it) – Questo venerdì in Montenegro si tiene il vertice tra Ue e Balcani occidentali. Che si tratti di Albania o di Bosnia ed Erzegovina, purché lontano dagli sguardi degli elettori nostrani, che non amano Trump né i rincari a lui dovuti, Giorgia Meloni continua a facilitare gli interessi del tycoon, pensando così di fare anche i propri. Basta partire da due vicende e due nomi – quello di Antonio Zanardi Landi, nome spinto dall’Italia come futuro alto rappresentante in Bosnia ed Erzegovina, e quello di Jared Kushner, il genero di Trump che scatena le proteste in Albania per i suoi piani imprenditoriali nell’area – per osservare in che modo l’agenda della premier si incroci con quella del presidente Usa.
Già, perché il Maga-presidente ha puntato lo sguardo rapace anche sui Balcani occidentali, e non ci sarebbe troppo da stupirsene – si sa che Kushner sfrutta il ruolo di «inviato» per procacciarsi affari e che il grande regista, l’inquilino della Casa Bianca, usa il mandato per trarne profitti miliardari per sé e famiglia – se non fosse che la regione è proiettata verso l’ingresso in Unione europea. Rischia di entrarci col cappellino Maga sul groppone.

Le nomine e l’energia
Non a caso sono gli americani ben più che gli europei a spingere perché il friulano Antonio Zanardi Landi, sponsorizzato dal governo italiano, rimpiazzi l’alto rappresentante Onu uscente a Sarajevo.
Chi è Zanardi Landi e perché il suo nome si intreccia col duo Trump-Meloni? Cominciamo dall’ultima puntata, cioè quella che si è svolta giovedì nell’alveo dell’Onu, al Comitato direttivo del Consiglio per l’attuazione della pace. I francesi che spingevano per René Troccaz, e che avevano trovato anche la sponda della Germania, assieme a Londra hanno fatto saltare il piano dell’elezione rapidissima di Zanardi Landi come nuovo alto rappresentante Onu in Bosnia ed Erzegovina.
Quel ruolo era nato per sorvegliare sugli accordi di pace di Dayton del 1995, dai quali tuttora deriva una complessa articolazione istituzionale (presidenza tripartita serba, bosniaca e croata) e territoriale (federazione di Bosnia-Erzegovina e Republika Srpska). Ma l’Alto rappresentante non è solo un vigile, affianca anche le istituzioni locali e soprattutto determina la proprietà statale, aspetto particolarmente cruciale quando bisogna costruire gasdotti e via dicendo.
Il motivo per cui si è in cerca di un nuovo nome è proprio che quello precedente, il bavarese Christian Schmidt, era visto come un intralcio da Trump, il quale porta avanti una aggressiva strategia di colonizzazione energetica dell’Europa: dopo aver ottenuto da von der Leyen col «patto di Scozia» sui dazi l’impegno ad acquistare gnl e fossili Usa, sta ulteriormente approfittando sia del distacco europeo da fonti russe che degli aumenti innescati dalla guerra in Iran. E nel frattempo porta avanti progetti infrastrutturali per poter fornire e vendere: il «corridoio verticale» per far fluire dalla Grecia, attraverso l’Europa centrale, ulteriore gnl Usa, o quegli accordi sul nucleare firmati dal governo Orbán prima della sconfitta, per fare da portale del nucleare Usa nell’Ue.
E poi quel gasdotto per far scorrere il gnl americano tra Croazia e Bosnia: ecco perché l’amministrazione Trump insiste che la figura stessa dell’alto rappresentante Onu va completamente reinterpretata; la ragione è che vuole un mediatore (il più possibile compiacente) tra interessi, invece di una figura che promuova l’emancipazione verso lo stato di diritto. Il tedesco Schmidt non si è semplicemente dimesso: è stato fortemente spinto a farlo da Washington (pare che siano state minacciate pure sanzioni contro di lui).

Per la sua uscita di scena pochi hanno pianto ma sicuramente qualcuno ha gioito: Milorad Dodik, il separatista serbo che già aveva il sostegno di Putin (e Orbán) e che si è comprato anche quello di Trump. Ha infatti ingaggiato come proprio lobbista, con stipendi a zero multipli, l’ex consigliere di Trump, Michael Flynn, grazie al quale ha ottenuto la svolta Usa (e il ritiro delle sanzioni nei suoi confronti). Questo Flynn è fratello di Joseph, che – guarda un po’ – guida la compagnia energetica e di infrastrutture di area trumpiana alla quale è affidato il gasdotto tra Bosnia e Croazia. Tout se tient.
Oggi ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta presso la Santa Sede, ma con esperienze chiave a Belgrado e Mosca, Antonio Zanardi Landi – che Berlusconi nominò ambasciatore in Russia nel 2010 e cioè nel momento chiave per le intese energetiche con Putin – è il nome italiano sì, ma sostenuto anche da Trump: la testata bosniaca Istraga riporta che «gli americani avrebbero insistito affinché Landi venisse eletto giovedì stesso». Del resto lui per primo, che aspira a diventarlo, propende per ridurre il ruolo dell’alto rappresentante.
Il genero e il porto
Intanto in Albania sono in corso le proteste contro il via libera del governo Rama ai piani trumpiani nell’isola di Saseno. Si parla di un resort di lusso legato agli interessi di Kushner, ma il puntino sulla mappa è dirimpetto alla base militare di Pasha Liman, nodo chiave per la Turchia: pare quasi che gli occhi del genero trumpiano e del duo Trump-Netanyahu si poggino lì guardando al Mediterraneo orientale. Rama ha già detto che quel piano non si tocca, e nel frattempo conta su Meloni per mettere il turbo all’adesione all’Ue: proprio dopo il patto sui migranti tra i due, Ursula von der Leyen era corsa a Tirana confermando al premier albanese le promesse di un ingresso in Unione. Che però non corrispondono necessariamente a una strategia europeista.