I funerali della Balena bianca

A raccolta i potenti di ieri e di oggi. La Balena bianca ha finito di vivere questa sera, a Nusco. I superstiti si sono dati appuntamento accanto alla bara di Ciriaco De Mita, col quale più volte si sono abbracciati e più volte si sono pugnalati. […]

(DI ANTONELLO CAPORALE – Il Fatto Quotidiano) – La Balena bianca ha finito di vivere questa sera, a Nusco. I superstiti si sono dati appuntamento accanto alla bara di Ciriaco De Mita, col quale più volte si sono abbracciati e più volte si sono pugnalati.

Una schiera di democristiani canuti, alcuni piegati dai dolori dell’età come Nicola Mancino, altri invece liberati dal peso del potere ormai lontano, come Gerardo Bianco. E Clemente Mastella, l’ex portavoce, l’ex amico, l’ex delfino che tradì De Mita per passare con Silvio Berlusconi. Nomi e cognomi del secolo scorso. Ricordate Renzo Lusetti? L’emiliano cooptato nella squadra irpina, bravissimo a fare le imitazioni. Ricordate Angelino Alfano? Democristiano in purezza, poi convertito al berlusconismo, infine ministro dell’Interno, ricordato da Berlusconi come colui a cui mancava il “quid” per succedergli. Oggi avvocato d’affari. E Ortensio Zecchino, capo della lobby della Coldiretti, spigolo d’Irpinia a Strasburgo dove soggiornava da eurodeputato.

Nusco è la spiaggia dove la Balena bianca, come Giampaolo Pansa su Repubblica aveva definito la dimensione macro della Democrazia cristiana, deposita il suo corpo, e sceglie di chiudere la sua lunghissima stagione di trionfi e di soprusi.

C’è il capo dello Stato Sergio Mattarella, il più giovane della corrente della sinistra dc, che oggi ritrova i suoi colleghi e li consola con lo sguardo.

Roma è sotto l’afa mentre a Nusco soffia un vento indisponente.

Nusco è il nome del paese che ha più contato in politica, nel secolo scorso non c’era cronista obbligato al pellegrinaggio nel luogo dal quale De Mita trattava, confabulava, scriveva, dettava ordini, riceveva i clienti.

“È stato un colpo di fulmine” dice Mastella, suo portavoce e amico per venticinque anni. Ha gli occhi lucidi anche Pier Ferdinando Casini, che nella Dc tifava per Forlani, altra razza e altra corrente. Ecco, piegato dal tempo, Giuseppe Gargani, lo stratega del team irpino.

Tutti maschi, tutti potenti, tutti credenti e tutti peccatori.

Hanno dominato l’Italia tenendosi per mano, rincorrendosi nelle preferenze, e Lusetti naturalmente ricorda: “Ero il numero nove sulla scheda”. C’è Vincenzo De Luca, il conducator della Campania, col quale De Mita aveva stretto un robusto accordo di potere (tu mi dai un assessore e io ti faccio votare).

Il Pd? Boh. Enrico Letta è a Sesto San Giovanni, troppo lontano. Il de cuius non andava d’accordo con Berlusconi, proprio no. Non poteva esserci Renzi, né Giorgia Meloni, figurarsi il leghista Salvini.

Ma lui certo che sì. Lui, sorpresa, è Luigi Di Maio, grillino di notevole cablatura moderata, perfetto per la postura, la cravatta, la misura, la prudenza, l’astuzia.

La delegazione grillina sopravanza nelle aspettative (visti Gubitosa, un fedele di Conte, e il governativo Sibilia), e le auto blu si fanno serpentone che dalla chiesa di San Francesco, dove la cerimonia funebre si tiene, si allunga fino al cimitero dove la bara è diretta, scortata dalla figlia Antonia, che ha lasciato Roma per stare ogni giorno negli ultimi due anni accanto al papà: “Vederlo andare a letto, verificare che non avesse preso sonno con gli occhiali sul naso e la tv accesa, e poi salutarlo in silenzio”, ha confidato.

“Sei stato tenero e ruvido”, gli ha detto un nipote, tenendo a freno le lacrime.

“Sei stato un grande”, gli dice don Mimì, da Ariano Irpino. “Sei stato ingiusto”, gli spiega la signora Rosina.

Ciriaco, tutti lo chiamano col nome.

Gerardo Bianco, insieme amico e nemico, sostenitore e contraddittore, lo piange: “Ero sempre io a svegliarlo al mattino…”.

De Mita ha dato, ha tolto e ha anche tenuto per sé. Controllava i voti come nessun altro: scheda per scheda, casa per casa. Non si arrendeva mai all’evidenza e ha voluto comandare finché ha potuto. È morto da sindaco, dopo essere stato deputato, ministro, presidente del Consiglio, segretario della Dc, e notevole giocatore di tressette. “Lucido fino all’altro giorno”, dice il suo medico. “Io non ho le sue spalle”, si scusa il vicesindaco a cui tocca far finta che De Mita sia immortale.

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3 replies

  1. Ora renderà conto, come tutti noi, di quello che ha fatto in vita…
    Per quanto uno possa credersi potente, verrà sempre quel giorno, prima o poi

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  2. Di De Mita (Re Mita?) mi dispiace anche, non era più un problema vero per la politica, forse non è mai stato un problema lui, mentre i cialtroni che sono venuti dopo fanno uno più schifen dell’altro.

    Il Pd? Boh. Enrico Letta è a Sesto San Giovanni, troppo lontano. Il de cuius non andava d’accordo con Berlusconi, proprio no. Non poteva esserci Renzi, né Giorgia Meloni, figurarsi il leghista Salvini.

    ECCO, già il fatto che De Mita non andava d’accordo con Letta/PD, Berlusconi, Renzi, Meloni, Salvini è una nota di merito indiscussa.

    ”’Ma lui certo che sì. Lui, sorpresa, è Luigi Di Maio, grillino di notevole cablatura moderata, perfetto per la postura, la cravatta, la misura, la prudenza, l’astuzia.”’

    ECCO, questo non è colpa di De Mita, ma di questo bibitaro che vorrebbe essere anche lui un feroce e potente democristiano, un guappo di cartone anzi di cartongesso, è la sua vera natura, altro che grillino.

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