Il nostro occidente e la “sua” guerra

Non esiste nessun riferimento “geografico” o “culturale” che tenga assieme le nazioni che hanno armato l’Ucraina contro l’aggressione di Putin. La bandiera dell’Ovest non può essere sventolata. Si stanno facendo largo tre idee, venate di orgoglio quasi razziale, accreditate da Federico Rampini […]

(DI DOMENICO DE MASI – Il Fatto Quotidiano) – Si stanno facendo largo tre idee, venate di orgoglio quasi razziale, accreditate da Federico Rampini nell’editoriale del Corriere di domenica 17 aprile: 1) Quella in Ucraina è una guerra della Russia contro l’Occidente; 2) Una nazione non è degna di rientrare nella cerchia di “noi occidentali” se non applica le sanzioni contro la Russia; 3) Troppi “occidentali” sono ingiustamente critici contro lo stesso Occidente.

Queste tre idee presuppongono anzitutto che le categorie di “Occidente” e di “occidentali” siano chiare a tutti e una volta per tutte.

Henry Kissinger diceva che, se ci si volesse mettere in contatto con l’Europa, non si saprebbe a chi telefonare. Temo che sarebbe ancora più difficile mettersi in contatto con l’Occidente, definito in mille modi nella sterminata letteratura che tenta di tracciarne l’identikit. Cos’è, infatti, l’Occidente? È un luogo, una civiltà, una cultura, o cos’altro? Quali sono i tratti che lo connotano? Razionalità, liberalismo, libertà, capitalismo, fraternità, Cristianesimo, Auschwitz, umanesimo, razza, lingua, illuminismo, Nato o cos’altro ancora?

Nella concezione fascista, Inghilterra e Russia erano escluse dall’Occidente, mentre l’America era considerata “estremo Occidente”, infido e minaccioso. Niall Ferguson, autore del notissimo saggio Occidente. Ascesa e crisi di una civiltà, scrive che, dopo la Seconda guerra mondiale, le persone colte intendevano per Occidente il corridoio che va da Strasburgo a San Francisco. Ferguson, invece, vi comprende anche la Russia europea mentre il suo collega Samuel P. Huntington, autore del saggio altrettanto fortunato Lo scontro delle civiltà, vi include soltanto l’Europa occidentale e centrale, il Nordamerica e l’Australasia, con esclusione di Messico, Russia, Grecia, Israele, Romania, Ucraina e isole dei Caraibi.

Difficile pensare a un Occidente senza la Grecia, universalmente considerata come sua culla. È invece bizzarro constatare che, adottando il criterio geografico, una parte del Medio Oriente è esclusa dall’Occidente benché sia situata a ovest della Grecia mentre la capitale del Marocco, decisamente orientale, si trova a occidente di Land’s End, il punto più occidentale dell’occidentale Inghilterra.

Anche se sostituiamo gli indicatori geografici con quelli culturali, la localizzazione dell’Occidente resta sfuggente. Nel 1977 sono state inviate nello spazio le due sonde Voyager dotandole di 27 brani musicali ritenuti rappresentativi di tutta la musica prodotta dagli umani, ma solo 10 di essi appartenevano a compositori “occidentali”. Così pure, nel 2010, il direttore del British Museum ha pubblicato una History of the World in 100 oggetti di cui solo 30 appartenevano alla “civiltà occidentale”.

Se invece di un parametro qualitativo ne usassimo uno quantitativo, ammettendo in “Occidente” i soli Paesi che hanno adottato le sanzioni contro Putin, saremmo costretti a riconoscere che, messi insieme, essi rappresentano la maggioranza del Pil mondiale, ma non la maggioranza delle nazioni e delle popolazioni terrestri.

Potremmo allora appellarci a un parametro valoriale e, in tal caso, ci verrebbe in aiuto un prestigioso interprete del pensiero antico come Giovanni Reale, secondo cui l’Occidente è connotato dall’eros platonico, dall’amore cristiano, dalla metafisica classica e dal senso della misura. Ma in base a questi criteri resterebbe difficile capire se sia più occidentale Salvador Allende o Richard Nixon, Gandhi o il suo persecutore Freeman-Thomas, marchese di Willingdon.

Più prosaicamente, Ferguson sostiene che sono sei le forme istituzionali, con tutto il loro bagaglio di idee e di comportamenti, che oggi connotano l’Occidente e ne determinano la potenza globale: la competizione, la scienza, i diritti di proprietà, la medicina, la società dei consumi e l’etica del lavoro. Ma anche applicando questi parametri resta vaga l’identificazione di “Occidente”.

Proviamo allora con la sociologia. Nella seconda metà del secolo scorso, alcuni sociologi statunitensi come Leon Bramson, Edward Shils o Daniel Bell identificarono l’Occidente con la società di massa che si andava affermando soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in Inghilterra, in Francia, nell’Italia settentrionale, nell’Europa nordoccidentale, nel Giappone e via via in alcuni Paesi dell’Europa centrale, orientale e persino del Terzo mondo. Alfiere di questo Occidente post-moderno erano, ovviamente, gli Stati Uniti dove – secondo questi sociologi americani entusiasti dell’America – regna la democrazia; non vi è mai attecchito né il fascismo né il comunismo; tutti possono permettersi eccentricità e anticonformismo; è concentrato il numero maggiore di musei, libri e concerti; dove esiste un avanzato egualitarismo morale; la tecnologia ha liberato l’uomo dalla fatica fisica; non esiste la censura; gli individui sono affrancati dal giogo della tradizione, della scarsità e dell’autorità.

È questa la visione idilliaca dell’Occidente, appiattita sul modello americano, che oggi vediamo trionfare nel mainstream dei nostri talk show.

Rampini teme che la potenza dell’Occidente sia oggi intaccata dal rimorso che gli stessi occidentali provano per i lunghi soprusi inflitti al resto del mondo: colonialismo, imperialismo, mercato degli armamenti, corruzione, aggressione, tortura, sfruttamento, saccheggio di risorse. Ma, a prescindere dal fatto che questi soprusi continuano imperterriti, perché considerare come indice di debolezza e non di forza il prendere coscienza del danno arrecato all’umanità? Spengler imputava il tramonto dell’Occidente alla sua forsennata dinamica faustiana; Rampini lo paventa come conseguenza di una formazione anti-occidentale che si va diffondendo in tutto il mondo, alimentata dagli stessi occidentali in preda a rimorsi sproporzionati rispetto alle loro colpe. Una chiave ben più robusta ce la fornisce Heidegger denunciando che l’Occidente ha convogliato nello sviluppo tecnologico tutta la volontà di potenza dell’uomo, trasformandola in fine a se stessa. Così facendo ha ucciso l’umanesimo, ha trasformato il mondo in apparato tecnico e noi tutti in impiegati di questo apparato. “Dio è il sommo Tecnico del passato, la Tecnica è l’ultimo Dio del presente”, aggiungerebbe Emanuele Severino che, insieme a Umberto Galimberti, ha offerto i maggiori contributi italiani a questa riflessione. Dunque non è più l’uomo a dare forma alla tecnica ma è la tecnica che ricrea l’uomo a sua immagine e somiglianza, guidando il mondo in una corsa frenetica. Oggi possiamo constatare che questa corsa è ormai giunta a un tale vertice di follia che Russia, America, Cina e Nato gareggiano a chi accumula più migliaia di testate nucleari, pur sapendo che ne bastano solo sessanta per distruggere l’intero pianeta Terra.

Non sappiamo dove ci porterà la guerra ucraina ma sappiamo che ciascun suo protagonista, nessuno escluso, opera attraverso l’avanzatissima tecnica delle armi e, dunque, mette in campo la parte comunque “occidentale” della propria essenza.

5 replies

  1. Bandiera americana e ucraina, tavolata da banchetti a ferro di cavallo con tovaglia plissettata, moquette color vomito anni ‘80 con motivi ipnotici da lsd, gente in mimetica o con giacca blu e cravatta fluo. Età media 60 anni, canuti o un po’ pelati, facce da burocrati sfatti e feroci.
    Sembra il set della serie “Deutschland 83”.

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  2. Ha scritto bene Travaglio: guerra per procura in cui l’ Ucraina ci mette i morti e la NATO (obtorto collo per quanto riguarda l’ Europa) le armi. Meglio di così non si poteva dire.

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