Il partito Ue, Giorgia Meloni e la palude del non voto

Giorgia Meloni preferisce ignorare Marine Le Pen, forse perché la leader del Rassemblement National rappresenta un destra gonfia di voti che in Francia non riesce a vincere, condannata all’eterna opposizione […]

(di Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano) – Giorgia Meloni preferisce ignorare Marine Le Pen, forse perché la leader del Rassemblement National rappresenta un destra gonfia di voti che in Francia non riesce a vincere, condannata all’eterna opposizione. Mentre la leader di una forza stabilmente in testa ai sondaggi non solo vuole vincere, si candida a governare l’Italia nel 2023 e nella Conferenza programmatica di FdI (Milano, 29 aprile) ci spiegherà come. Ciò che colpisce è l’apparente indifferenza di quello che semplificando si può chiamare il partito Ue (unico europeo) messo di fronte alla crescita costante del fronte conservatore in Francia e Italia, ovvero nel cuore stesso dell’Europa. Infatti, i complimenti sperticati giunti a Emmanuel Macron da Ursula von der Leyen e Mario Draghi (per citare gli altri due influencer dello status quo) sembrano dire: dài, per altri cinque anni abbiamo salvato la pelle nostra e dell’Unione europea. Non è così e loro sono i primi a saperlo, visto che hanno sotto gli occhi i giganteschi costi economici e sociali prodotti, dopo la pandemia, dalla guerra e dalle sanzioni-boomerang alla Russia. Non rendersi conto che nei prossimi mesi a Parigi, Roma, Bruxelles ci si potrebbe ritrovare a governare con maggioranze parlamentari sempre più minoranze nelle rispettive comunità significa guidare a fari spenti nella notte.

Se il presidente francese, almeno per qualche tempo, potrà contare sull’inerzia positiva della nuova investitura, in Italia la rappresentanza dei non rappresentati dovrebbe essere la questione politica dominante. Parliamo dei non rappresentati per autoesclusione, che si riversano senza sosta nella palude del non voto e del distacco dalle istituzioni. Poi c’è la destra rappresentata nelle istituzioni ma non nel governo del Paese. Per scelta autonoma, con il rifiuto di partecipare alla maggioranza di unità nazionale. E per effetto della cosiddetta discriminante antifascista, l’ultima tuttora operante dopo la scelta di FdI di pieno sostegno alla Nato e all’Ue (qui con il freno a mano tirato). Adesso ci si aspettano da Giorgia Meloni parole ancora più nette sulla collocazione europea, occidentale e anti-Putin. E, naturalmente, su fascismo e antifascismo. Sarà ugualmente interessante ascoltare cosa risponderanno in proposito Enrico Letta e Giuseppe Conte, impossibilitati a evitare una scelta chiara. Se ricacciare FdI nelle braccia di Salvini e Berlusconi. Se continuare a confinare il 20 per cento dell’elettorato nel limbo dell’ininfluenza. O se aprire un confronto diretto con la destra italiana.

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1 reply

  1. Io questi editoriali di Padellaro proprio non li capisco. La Meloni, per citare Tomaso Montanari, è molto più fascista della Le Pen, ma pare che in Italia nessuno se ne accorga e si auspichi sempre un dietrofront rispetto a certe posizioni, che puntualmente non è mai arrivato. Giorni e giorni persi a guardare il pericolo in Francia(che poi quale sarebbe stato per noi?)ma nulla su questa fadsciocoatta guerrafondaia sempre arrabbiata col mondo intero su cose pressoché inutili e fuori dalla realtà.

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