(estr. di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – […] La cosa più insopportabile – durante i dibattiti in tv, quando si parla di armi, armi, armi e tu provi a parlare di pace – sono le facce di questi guerrieri delle guerre in corso, questi strateghi del massacro permanente, accomodati sui seggioloni dei loro privilegi, attenti solo a non macchiarsi il vestito e la punta delle penne, con gli schizzi di sangue dei popoli lontani, lontanissimi, imprigionati dalla geopolitica e dal destino. Ti guardano, gonfiano le gote, soffiano un po’ di insofferenza, ti dicono: “Ehh, le guerre! Figuriamoci. Stai ad ascoltare il papa che dice: produciamo più armi che cibo. Ah, che banalità! Ah, che beata ingenuità!”.

[…]Le facce dei saputi, a quel punto, si allargano in un piccolo sorriso, contente come sono delle loro adulte convinzioni, dunque maturi, intelligenti, riflessivi. Tu invece idealista, sciocco, sognatore. Maneggiano le complessità, loro. Mica come te che la fai facile. Laddove le complessità non sono i morti ammazzati, il dolore, le devastazioni, ma sono i piani e i contro-piani degli stati maggiori, i soldi da investire, quelli da guadagnare, le alleanze da tutelare, i fronti da distruggere, le macerie da moltiplicare per potere, un bel giorno, ricostruire. Magari un resort sopra i 75mila cadaveri di Gaza.

A parte i generali che scannano di mestiere – e se ne vantano – i guerrieri di penna e di governo non hanno mai visto un corpo squartato dalle schegge, un campo profughi devastato dalla dissenteria, i bambini accartocciati dalla sete.

Il copione è sempre identico: il pacifista non viene confutato, viene deriso, che è esattamente la strategia di tutte le propagande al servizio dei governi, di chi li ispira, di chi li finanzia. E naturalmente dei fomentatori che neanche sanno di essere burattini immersi nell’inchiostro dei burattinai.

[…] Li vedi e li senti discutere di missili e di droni come si discuterebbe di derivati finanziari. Parlano di “teatri operativi”, “proiezioni strategiche”, “deterrenza”, “danni collaterali”. Un lessico igienizzato. Sterilizzato.

Quando li intralci con quella parola sconveniente, “pace”, allora ecco che compare la faccia e il sopracciglio, lo sbuffo, il sorriso. Si sentono avanguardisti in marcia. Considerano il papa un fesso e Trump un dritto con gli stivali, anche se fanno finta di detestarlo perché sputazza quando parla. E in suo onore pronunciano la frase più stupida del dibattito pubblico: “Ehh… le guerre sono più complesse di come le vedi tu”.

Ma certo. I morti sono semplici. Gli affari sono complessi. I profughi sono semplici. Le commesse militari sono complesse. La fame è semplice. Le alleanze strategiche sono complesse. La distruzione è semplice. La ricostruzione, con relativi appalti, è complessa.

Adepti del danno – alcuni di loro con l’allegro birignao delle bretelle colorate – ti spiegano perché è sempre inevitabile la guerra. Sempre necessaria. Sempre penultima, fino alla prossima. Oggi siamo a quota sessanta guerre nel mondo, domani vedremo.

[…] Guai a spiegare che le guerre nascono semplicissime dalle disuguaglianze del pianeta. Dalle rapine coloniali. Dall’imperialismo. Dall’umiliazione dei popoli. Dalla concentrazione delle ricchezze. Dalla fame trasformata in rabbia e dalla rabbia trasformata in eserciti. Dal fatto che sfruttando i poveri del mondo abbiamo avvelenato i mari e la terra e ora pretendiamo che siano i poveri del mondo a pagarne le conseguenze. Ma quando mai? Chi lo sostiene, ti dicono, è vittima del complesso di colpa dell’Occidente. Il quale fa benissimo a spendere 3mila miliardi di dollari l’anno in armamenti, altro che fame e malattie.

L’avete capito o no? Papa Leone è un bimbo. Il cardinale Zuppi un utopista. I pacifisti degli illusi. I furbi a lento rilascio sono loro: dovesse anche cascargli un palazzo in testa, ne uscirebbero allegri, soddisfatti, anche se non indenni.