Si consolino pure, al governo, con l’orgoglio nazionale. Ma non si stupiscano del pregiudizio di chi ha visto tradire tutte le promesse

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump al G7 di Evian, 17 giugno 2026. US PALAZZO CHIGI/FILIPPO ATTILI +++FOTO DIFFUSA DALL’UFFICIO STAMPA – USARE SOLO PER ILLUSTRARE OGGI LA NOTIZIA INDICATA NEL TITOLO – NON ARCHIVIARE – NON VENDERE – NON USARE PER FINI NON GIORNALISTICI – NPK+++

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Squilli di trombe, rulli di tamburo. Con la povertà assoluta che morde (fonte Caritas), una trattativa di pace in Iran sempre più simile ad una telenovela in cui l’unica certezza è l’impennata dei prezzi di carburanti ed energia, il ricercato internazionale Netanyahu che continua a soffiare sul fuoco del Libano per sabotare il negoziato tra Trump e gli ayatollah e un’altra guerra che da ormai oltre 4 anni bussa alle porte dell’Europa con i sedicenti leader Ue impegnati H24 ad ostacolare ogni soluzione diplomatica, il centrodestra offre un’altra magistrale performance nella disciplina nella quale domina incontrastata: il distacco dalla realtà.

Sarà l’euforia per la flebo ricostituente di “orgoglio nazionale” che ha rianimato la premier Giorgia Meloni, domenica scorsa alla kermesse degli alpini, dopo i ceffoni rimediati dall’ex idolo – e ormai pure ex alleato – Donald Trump che ha descritto la nostra premier (ma lei ha smentito) implorante pur di avere una foto con lui, sta di fatto che l’annuncio, decisivo per i destini della nazione, è arrivato all’indomani della figuraccia internazionale della presidente del Consiglio al G7 di Evian. Un disegno di legge proposto da una pattuglia di senatori del centrodestra per inserire l’inno di Mameli in Costituzione.

Un’idea geniale per inseguire Vannacci sul terreno dell’identità culturale dell’italica stirpe su cui il leader di Futuro nazionale sta facendo il pieno di consensi. Sguardo fiero e petto in fuori, la seconda carica dello Stato Ignazio La Russa chiarisce il patriotico intento: l’inno in Costituzione “ribadisce l’orgoglio del nostro essere italiani, protegge la memoria storica e ne affida l’eredità civica e morale alle future generazioni”. Orgoglio nazionale, insomma, come antidoto a quattro di anni di riforme mancate, di cali della produzione industriale, di età pensionabile che si sposta sempre più in là, di precariato e contratti pirata, di credibilità internazionale sotto le suole delle scarpe di una premier dipinta (da se stessa e dai corazzieri stampa) come la pontiera tra Usa e Ue, ma che oggi paga il prezzo del suo vassallaggio all’alleato padrone.

Si consolino pure, al governo, con l’orgoglio nazionale se davvero in questo disastro riescono a trovare qualcosa in grado di giustificarlo. Ma non si stupiscano se nel Paese aumenta il pregiudizio da parte di chi ha visto tradire tutte le promesse fatte in campagna elettorale.