Dalla gaffe di Ronzulli sul console americano all’intervento di Luigi Di Maio, ormai guru della diplomazia venuto dall’oriente. Ecco come è andato il 111esimo annual meeting della Camera di Commercio USA a Milano (tra cheese burgers e mcnuggets)

(di Gianmarco Serino – mowmag.com) – “Sono venuto da Roma e non c’è neanche un posto a sedere, volevo solo dirle che me ne vado. E’ una cosa ridicola”. Assieme al badge con su scritto “guest”, il signore in giacca e cravatta dalle sopracciglia corrucciate rassegna all’organizzatrice dell’evento anche il proprio biglietto da visita. Quando la responsabile lo legge rabbrividisce da dietro i suoi occhiali da vista rotondi. “Riceverà una telefonata da Roma” conclude l’uomo, uscendo di scena. “Si sarà forse andato a sedere dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati?” – si domanda Bertold Brecht osservando dall’alto la scena – macché, di questi tempi sedersi dalla parte del torto vuol dire sedersi per terra, anche se a schiena dritta. Giorgia Meloni lo sa bene. Tra l’altro, prima del misterioso uomo d’affari che indignato ha abbandonato il Museo della Scienza a Milano, è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a dare forfait al 111esimo Annual General Meeting della Camera di Commercio Italo-Americana. La vice presidente del Senato Licia Ronzulli, invece, si è limitata a mandare un video dalla sua fresca Forte dei Marmi per problemi logistici – complice, forse, anche il caldo irrespirabile di Milano – in cui si è voluta congratulare con il console generale americano a Milano, Douglas Benning, per la riconferma della sua carica prima ancora della sua ufficializzazione. Alla luce di questo principio, sarà vero che la situazione è seria ma non è grave, per dirla alla Flaiano?

Ma certo, d’altronde nel video riassuntivo dei traguardi raggiunti dall’AmCham proiettato durante l’intervento del consigliere delegato Simone Crolla, vengono citati i grandi eventi che hanno segnato il 2025, tra cui anche il gran galà del dicembre 2025 a New York, quello in cui si omette di ricordare che vi prese parte anche la mitologica Claudia Conte regalandoci momenti di grande divertimento. Il presidente della Camera di Commercio Stefano Lucchini, poi, prima dell’intervento del Console, tira fuori la nuova parola d’ordine di questa edizione: “happiness”, perché “uniti si regge, divisi si cade. Come si dice in America: business never sleeps”. Eh sì. Poi il presidente continua sulla stessa traccia spiegando che l’ambasciatore Tilman Fertitta non è fisicamente lì, ma è pur sempre un caro amico. Un amico che tra l’altro di recente si è comprato il Caesar Palace a Las Vegas – di questo non si parla – il famosissimo Casinò che ultimamente avrebbe registrato un calo di turisti, forse complice anche la crescita del settore del gambling online contro quello fisico, ormai in declino. I soldi, ad ogni modo, sono la cosa più importante e sono la parola d’ordine di Trump in ogni trattativa, accostata all’uso della forza. Il danaro è l’unico linguaggio possibile anche se ora si scontra con le sue estreme conseguenze ad Hormuz. Ma vabbé, la politica è passeggera no? L’economia no e il presidente Lucchini proprio così commenta le slide dell’export italiano in Usa che indicano appunto, un aumento dell’interscambio. “There is no better place for italian to invest than in United States Of America”, subentra il console Bennings, implicitamente ricordando a tutti che “sono finiti i tempi in cui ci si poteva divertire in Cina”. Frase, questa, sentita pronunciare a Luigi Di Maio durante il rinfresco a stelle e strisce al termine del convegno. Ormai, lo sanno anche i muri, e infatti era una battuta. Nell’intervento successivo, quello di Carlo Fidanza, l’onorevole di Fratelli d’Italia pone grande accento sul fatto che un’alleanza con gli Stati Uniti non debba equivalere a sudditanza. Per carità, come si può non essere d’accordo con questo credo, ma un conto è farlo proprio, l’altro è farne sfoggio per consenso in un momento così delicato. E’ così evidente che Trump prenda un po’ tutto sul personale e che tenga parecchio al suo ego. La sua delusione nei confronti dell’Italia non è molto diversa da quella del presidente Woodrow Wilson durante la Conferenza di Pace di Parigi per la disputa su Fiume. Qui Wilson scelse di scavalcare la delegazione italiana rivolgendosi direttamente alla popolazione italiana per convincerla a rinunciare a Fiume, convinto di essere a tal punto ben voluto. Durante una visita a Torino, affacciandosi su piazza San Carlo credette che il calore della piazza nei suoi confronti fosse dovuto ad un amore incontrastato del popolo italiano verso di lui. Sigmund Freud arrivò a definire quello di Wilson un caso di “complesso messianico”. Cosa che Fidanza e colleghi probabilmente sanno, ma sfruttano a loro vantaggio, pericolosamente. Nonostante ciò, durante il suo intervento, l’onorevole cerca anche un po’ di mostrarsi responsabile, spiegando che la parola ordine, d’ora in avanti, dovrà essere “rassicurare”. Un punto che solleva interessanti interrogativi, poi confermati dalle parole di Luigi Di Maio, sulla centralità della presidenza del Consiglio nella politica estera. Tra i corridoi del ministero degli Esteri a Roma è risaputo ormai che la Farnesina non si occupino più politica come un tempo, focalizzandosi perlopiù sul lato economico delle relazioni internazionali. La causa sarebbe proprio questo accentramento dei poteri che ha origine nei governi Berlusconi ma, come raccontato da Di Maio in questo atteso intervento, si è fatta prassi consolidata dal 2019 con l’avvento di Giuseppe Conte e poi con Mario Draghi. Mancanze che il Corriere della Sera, dal canto suo, prova a sopperire con il libro di Danilo Taino “Il secolo americano”, presentato nello stesso panel, e con i numerosi articoli di Federico Rampini. L’assessore(a) alla cultura del comune di Milano, Alessia Cappello, addirittura nel suo intervento scomoda la Bibbia, citando la parabola dei fratelli Giacobbe ed Esaù. Iperbole eguagliata soltanto dall’immancabile Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia oggi presidente della commissione affari esteri alla camera, il quale, oltre a specificare dal palco di essere stato anche lui alpino, come quelli che recentemente hanno riempito di calore Giorgia Meloni, ha fatto tutto un ragionamento che è partito dalla Chiesa greca d’oriente, è passato per Il Nome della Rosa, sino a giungere al monopolio del potere concentrato nei social network, e all’invenzione dei caratteri mobili che, secoli fa ormai, infranse quel monopolio della conoscenza.

In chiusura non poteva mancare una citazione del suo amatissimo Faust di Goethe, probabilmente il suo libro preferito in assoluto. Finita la lectio magistralis in cui il cetriolo globalista non viene quasi citato, sale sul palco Luigi Di Maio, la cui ormai lunga permanenza in Oriente in qualità di rappresentante dell’Unione Europea presso il Golfo Persico lo ha trasformato in una sorta di guru della diplomazia dall’abito blu – e un po’ abbronzato – che tutti ascoltano con grande riverenza nonostante per lunghi anni sia stato ampiamente dileggiato e, fondamentalmente, preso per il culo. Di Maio si rivolge al presidente della camera di Commercio, al pubblico, ma il suo sguardo è rivolto agli Stati Uniti. Parla dell’importanza di relazionarsi “con i bad guys”, alla Trump. Perché dal suo punto di vista l’importante è invertire il processo diplomatico, che spesso parte dal basso, dagli esperti, e ribaltarlo facendolo discendere da una telefonata tra leader. Cosa certamente auspicabile nelle situazioni più pericolose, ma anche pregna di effetti negativi.

Lo scontro Meloni-Trump ne è l’esempio più evidente. Per Di Maio, però, l’Europa, essendo incapace di condurre la leader to leader diplomacy per la sua frammentazione politica, non riesce ad avere quella credibilità necessaria nei confronti degli interlocutori statali del Medioriente. Conclusi gli ospiti sul palco del museo della scienza si passa al tradizionale buffet, tutto in salsa americana nel porticato che si affaccia sul chiostro dell’antico monastero di San Vittore al CorpoCeasar saladcheese burgers rigorosamente Mcdonald’s, come pure i chicken Mcnuggetts e qualche mini hamburger vegetariano. Curiosa scelta alla quale è forse dovuta qualche piccola ragione diplomatica, per restare in tema, magari per far colpo su quelle cordate Dem molto radicate a Milano. Chissà, questa è chiaramente una speculazione culinaria che non spetta a nessuno provare, o smentire.