Quarant’anni dopo, il vero goal è stato segnato contro la realtà

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Sono passati quarant’anni da quel goal di Maradona contro l’Inghilterra, nella sfida mondiale di Messico ‘86 – la partita in cui, nella stessa mezz’ora di gioco, el pibe de oro mise in scena due dei goal più iconici della storia del calcio. Il secondo – quello considerato il più bello di sempre – fu la cavalcata solitaria: quando si fumò mezza squadra inglese prima di depositare il pallone alle spalle di uno Shilton incredulo e sgomento. Ma nonostante la bellezza di quella cavalcata, è il primo goal a tenere banco da sempre. Il goal segnato di rapina con la mano. In una delle giornate più simboliche della storia del calcio mondiale.

Nella ripresa, con le squadre ancora a secco, fu il rinvio sbilenco del centrocampista Hodge ad innescare la miccia: ciccando il pallone, servì involontariamente un assist formidabile verso la propria porta. Fu lì che si fermò il tempo. Maradona prese la rincorsa, si inerpicò al cielo. Avendo intuito – nella sua splendida elevazione da brevilineo – che per raggiungere l’appuntamento con quel pallone avrebbe avuto bisogno di un chichinin, uno sputo, un soffio, mezzo pugno. Fu lì che il genio – intuizione, velocità, esecuzione – riuscì dove la natura non poteva. Ad allungare el pibe de oro, grazie a un pugnetto nascosto dietro alla nuca che gli consentì di arrivare in orario a quell’appuntamento con il pallone. E di conseguenza con la storia.

In quella storia era compreso il fatto decisivo che l’arbitro – impallato forse dalla canicola dell’Azteca o stordito dall’aria rarefatta di Città del Messico – non aveva rilevato il dolo. E che pertanto, in assenza di riscontro – il VAR era ancora destinato a molto tempo a venire – aveva convalidato il goal.

Fu il tripudio, come si può bene immaginare. Alla fine della partita – vinta da Maradona e compagni per 2-1, Argentina che poi vinse quei Mondiali – si andò dipanando la narrazione della giustizia divina: l’epopea dei diseredati, la nemesi della storia, la vendetta dei parias contro i ricchi e i potenti del mondo. E il fatto che qualche anno prima il pasticcio delle Falkland – per gli argentini Malvinas, l’arcipelago al largo delle coste argentine – fosse costato quasi 650 morti argentini per mano dell’esercito inglese, in una guerra coloniale veloce e cruenta, avrebbe alimentato ancora di più quell’epopea. Intervistato dai giornalisti, Maradona ammise con la sua ironia tagliente che il goal era stato segnato parte con la testa e parte con la mano de Dios. Da allora il mito avvolse uno dei più grandi personaggi del Novecento, cresciuto alla luce dei riflettori di una vita non sempre facile e non sempre fortunata, culminata con la morte drammatica nel novembre del 2020 per arresto cardiaco.

Oggi, a quarant’anni da quella mano, non c’è stato giornale, notiziario, magazine – online, generalista o sportivo – che non abbia ripreso la notizia. Fra una pausa e l’altra mi sono trovato a spulciare divertito i resoconti di quella guapperia passata alla storia, fino a quando non ho smesso di cercarne di nuovi. Credo sia stato quando ho letto un’analisi che mi ha lasciato basito. Non citerò la testata né l’autore – non è importante polemizzare con chi l’ha scritta. Piuttosto quel ragionamento – sono sicuro non impopolare ai più – mi serve a dimostrare quello che da tempo sembra lo spirito del tempo.

In questi quarant’anni, nel descrivere la furbata dello scugnizzo cresciuto nelle baracche di Villa Fiorito, periferia sud di Buenos Aires, se ne sono scritte tante. C’è chi si è concentrato sul genio, chi sulla furberia, chi sulla rapina. Chi ha dato una lettura storica e chi una lettura morale. Chi l’ha incensato e chi – molti meno – l’ha condannato.

Fino all’articolo di oggi. La tesi era semplice, esposta senza troppi giri di parole: meglio la mano, meglio il furto, meglio la menzogna consacrata dalla storia – perché senza di essa non ci sarebbe stato il mito. Il VAR avrebbe annullato tutto: l’epica, la vendetta delle Malvinas, la poesia dei poveri che fottono i ricchi davanti al mondo. A favore di telecamera. Quindi: benvenute menzogna, scaltrezza, furberia. Abbasso la verità.

Può sembrare una boutade: il tipo di cosa che si urla allo stadio quando l’istinto animale si impossessa della ragione, quando si direbbe qualsiasi cosa pur di difendere la propria squadra, il proprio beniamino, la propria comfort zone. E in parte lo è. Ma il problema è che non lo era. Era ragionamento a freddo: argomentato, costruito, quasi matematico. E questo cambia tutto. Specie se da questo si intende trarre una lezione per i posteri.

Quell’articolo smetteva a un certo punto di parlare di calcio e cominciava a parlare di noi. Di come siamo diventati. La prima cosa che ci dice è questa: non siamo disposti per nulla al mondo a rinunciare alla nostra narrazione. A quello che abbiamo stabilito che ci faccia più bene, che ci renda più felici, che ci convinca – nell’inganno, nella finzione – di essere sempre dalla parte del giusto. La verità, quando disturba, si mette da parte. La giustizia, quando costa troppo, viene sacrificata sull’altare della convenienza. Al loro posto si installa la storia che vogliamo raccontare: quella che ci fa sentire eroi, o almeno vittime nobili.

La seconda cosa è più grave. In nome di quella narrazione siamo disposti a combattere. A difendere con le mani e con i piedi il nostro status quo; quello che abbiamo decretato essere il bene, per noi e per il mondo. Chi si oppone va scacciato, con le buone o con le cattive. Non c’è spazio per il dubbio, per la revisione, per il ripensamento. E in questo senso: il mito non si tocca e non si fanno processi. Il mito si venera e basta.

Ecco, in tutto il suo splendore, lo spirito del tempo.

Certo, il mito non è nato con i social, né con gli algoritmi: anche se entrambi lo hanno accelerato fino a renderlo irriconoscibile. È qualcosa di più antico e più profondo: la tendenza umana a preferire la narrazione confortante alla realtà scomoda è sempre stata di questo mondo. Quello che però è cambiato è la velocità con cui questa tendenza si organizza, trova i suoi sacerdoti, si radicalizza e scomunica gli eretici.

Quarant’anni fa Maradona non poteva certo sapere che il suo gesto avrebbe scoperchiato il vaso di Pandora e che un’umanità sempre più perduta avrebbe rivendicato quella bravata come la vera bussola della società. E così per molti quello che resta da fare è inginocchiarsi davanti alla narrazione di quell’opera, come davanti a un novello san Gennaro. Poco importa se lui, Maradona- da spirito critico quale era – ne avrebbe riso e avrebbe probabilmente smentito tutti, a partire da sé stesso. Come spesso faceva. Perché questa è la cifra dei grandi: rivedere le cose dall’altro angolo e ammettere anche di aver sbagliato.

El pibe de oro lo sapeva. Mentre in molti continuano a guardare il dito al posto della luna.