Senza il petrolio russo finiremo a gambe all’aria

Siccome il Covid non ha fatto sufficientemente danni all’economia, la classe politica europea si sta impegnando per escogitare soluzioni che costringano nuove imprese a gettare la spugna e buttino altre centinaia di migliaia di famiglie sul lastrico.

(Maurizio Belpietro – laverita.info) – L’ultima proposta per rendere più complicata la vita alle persone l’ha fatta quel genio di Ursula von der Leyen, ossia colei che da ministro della Difesa non si è mai accorta che la Germania aveva da anni una spina nel fianco costituita dalla guerra in Donbass. Allo scopo di allietare la Pasqua degli europei, la presidente della commissione Ue ha annunciato che presto Bruxelles decreterà l’embargo del petrolio russo, così da costringere Mosca alla resa. Non sappiamo se davvero questa mossa costringerà Vladimir Putin ad alzare bandiera bianca, ma siamo certi che invece la sventoleranno numerose aziende e altrettanti lavoratori. Rinunciare al greggio di uno dei principali esportatori mondiali di oro nero, significa infatti provocare un aumento dei prezzi della benzina e del gasolio tale da mettere in ginocchio tutte le imprese di autotrasporto, con conseguente aumento della spesa in beni di consumo. Senza contare che chiunque sia costretto a spostarsi per ragioni di lavoro con la macchina si troverebbe a fare i conti con un pieno che rischia di costare il doppio. Già abbiamo misurato nel portafoglio il prezzo della guerra in Ucraina, con un aumento dei valori alla pompa che, nonostante i miliardi messi in campo, il governo è riuscito a contenere per un paio di giorni. Ma nel caso in cui davvero venisse decretato l’embargo del terzo esportatore al mondo di petrolio, gli effetti sul mercato sarebbero devastanti. Mosca produce 11,3 milioni di barili al giorno e per numero viene dopo Arabia Saudita e Stati Uniti. Considerato che poco meno della metà delle estrazioni è esportata, vuol dire che la Russia è il principale fornitore di petrolio dell’Europa. Secondo i dati Eurostat, il 26% del greggio che consumiamo è venduto da Putin; seguono poi molto distaccati altri Paesi, tra i quali l’Iraq, con il 9%, la Nigeria, con l’8, l’Arabia, con un po’ meno dell’8. Detto in parole povere, il tasso di dipendenza dell’Europa dal petrolio russo è elevato, un po’ sotto quello del gas, ma non di molto. La Germania, patria della presidente Ue, importa da Mosca il 30% di ciò che consuma, la Finlandia e la Lituania addirittura superano l’80%. Per quanto ci riguarda, stiamo al 13, quota che potrà sembrare facilmente recuperabile, ma in un mercato dove mancano milioni di barili non è detto che sia così facile reperire ciò di cui si ha bisogno. Gli effetti di uno stop al petrolio russo, comporterebbero un drastico calo dell’offerta di una materia prima che, osserva un esperto del settore energia come Gianni Bessi, intervistato da Repubblica, è utilizzata non soltanto nei trasporti, ma anche in molte produzioni di materiale plastico, «con annesso un possibile aumento dei prezzi».

Prima di Pasqua, cioè prima che a Ursula von der Leyen venisse la brillante idea di un embargo degli idrocarburi russi, due ricercatori (Gabriele Masini e Antonio Sileo) avevano pubblicato sul sito di informazione economico Lavoce.info un interessante studio dal titolo «Prezzo del gasolio: la tempesta non è finita». In esso si segnalava che a peggiorare la situazione, oltre alle tensioni provocate dalla guerra in Ucraina, contribuivano altri due fattori, ossia il calo delle scorte di gasolio e la riduzione delle attività di raffinazione. Per i due analisti, sui prezzi dei prodotti petroliferi siamo davanti a una crisi globale, che ha portato la benzina a costare fino a sei dollari al gallone in California, uno Stato dove basta trivellare il giardino di casa per estrarre greggio.

Masini e Sileo lanciano tuttavia l’allarme sulla disponibilità di gasolio, le cui forniture scarseggiavano già prima della guerra. «In Italia», scrivono, «oltre alla quasi totalità di autoveicoli leggeri e pesanti, circolano oltre 17 milioni di vetture con motore diesel, ossia quasi il 43% del totale e con tutta probabilità sono quelle che percorrono più chilometri». A fine 2021, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, le scorte di gasolio nel mondo sono scese al livello stagionale più basso dal 2008 e perfino negli Usa le scorte di olio combustibile sono 30 milioni di barili sotto la media stagionale (meno 21%) e in Europa mancano 35 milioni di barili (meno 8%). Che fare, dunque? Ovvio, decretare l’embargo di petrolio russo, come vogliono Ursula von der Leyen e Joe Biden, rinunciando alle forniture del Paese da cui importiamo il maggior numero di barili. Tutto questo, concludono Masini e Sileo, eserciterà una pressione al rialzo dei prezzi in tutta Europa, esattamente ciò che ci serve in un momento in cui l’inflazione ha ripreso a correre. Se sommate la geniale idea della von der Leyen a quelle del ministro alla Transizione ecologica Cingolani, il quale dice no alle centrali a carbone ed è pure contro le trivelle, capite in che mani siamo. Altro che l’immaginazione al potere, come recitava un vecchio slogan coniato da Herbert Marcuse e ripreso nel ‘68. Qui siamo all’autoflagellazione al potere. Masochismo puro, peccato che a pagarne i danni siamo noi. E infatti a Mosca, la prima reazione è stata eloquente: tagliate il petrolio per farci fallire? A fallire sarà l’Europa, ha detto Dmitry Medvedev. E a guadagnare? Manco a dirlo, l’America, che nei giorni scorsi ha ripreso a trivellare in patria.

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