E adesso la Nato è pronta alla sua guerra Green

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Vedrete, poco ci manca che la Nato che da sempre è caratterizzata dalla sua attenzione per i grandi temi sociali detti le linee guida per un’iniziativa globale e volontaria di Responsible Care che potrebbe intitolarsi Guerra Green, alo scopo di adottare procedure e iniziative per conflitti equi e sostenibili.

Perché su una cosa ormai si è tutti d’accordo: le guerre anche quelle giuste e sante dichiarate e mosse dalla civiltà occidentale impegnata a condividere con il dovuto entusiasmo i suoi valori superiori e il suo stile di vita, sono sempre “sporche” e costano un prezzo ambientale elevatissimo.

Poco ci manca, dunque, perché gli Usa hanno già messo al lavoro una organizzazione “indipendente”,  il Ceobs, Conflict and Environment Observatory (Ceobs),  che svolge indagini sugli effetti  ambientali e umanitari dei conflitti e più in generale dei sistemi di difesa e sicurezza, a conferma che come la distruzione diventa il fertile terreno per la ricostruzione, è già allo studio un ennesimo e fecondo business per le imprese dell’apocalisse bellica green, quelle che sbaraglieranno la concorrenza con dispositivi e prodotti ecofriendly, rispettosi e verdi.

Magari non si userà il termine biologico abusato dalla dinastia Biden  e che suo malgrado ha assunto un carattere inquietante e negativo, ma di sicuro verranno stabiliti degli indicatori di sostenibilità, già oculatamente suggeriti da Bennett Ramberg del Dipartimento di Stato americano, che raccomanda di mettere le basi per una strategia di lungimirante  “risparmio energetico”.

Il comparto di produzione di armamenti è infatti uno dei più energivori, consuma formidabili quantità  di risorse,  metalli comuni, terre rare, come ittrio e terbio utilizzati per le armi nei veicoli da combattimento, acqua, idrocarburi. I  veicoli e vettori impiegati, aerei, navi e infrastrutture per addestramenti  si alimentano con il petrolio e la loro efficienza energetica è bassa.

E va aggiunto il contributo delle basi, dei poligoni, delle sedi operative, degli effetti della rottamazione delle armi convenzionali che avviene per combustione a cielo aperto o detonazione, tanto che il bilancio delle emissioni  dell’esercito americano conferma che si tratta di  uno dei maggiori inquinatori climatici della storia, dei maggiori consumatori “istituzionale” mondiali di petrolio e il  principale emettitore di gas serra.  E naturalmente durante il negoziato sul panel di gas serra oggetto del Protocollo di Kyoto, gli Usa hanno ottenuto l’esclusione   di queste necessarie emissioni  finalizzate a pace e sicurezza.

Se poi si sa che una delle concause che spingono una potenza a intraprendere una grande impresa bellica è anche la previsione dei grandi affari della ricostruzione, le dimensioni dei disastri prodotti dalle guerre “moderne” superano i preventivi più ottimistici: l’uso di  esplosivi nelle aree urbane producono mostruosi volumi di detriti e macerie, causa di inquinamento dell’aria, del suolo e delle falde acquifere, le polveri tossiche contaminano tutte le risorse avvelenano la fauna e la flora e compromettono le coltivazioni. E ancora oggi in molte parti d’Europa affiorano dal terreno mine antiuomo, munizioni a grappolo, residuati bellici, forse quel 50% di oltre un miliardo di proiettili sparati durante la prima guerra mondiale.

Il conflitto locale in corso sappiamo già che sta minacciando oltre 70 mila specie animali e vegetali presenti in Ucraina, che pur rappresentando, in termini di estensione, il 6% del territorio del continente Europeo, ne possiede ben il 35% in termini di biodiversità, formato da da foreste, paludi, steppe e habitat salini, un ambiente già fortemente compromesso da una gestione dissennata del bene comune attuata dal governo “democraticamente eletto”, che tollera scempi e oltraggi come lo sversamento di oltre 6 mila tonnellate di fosfati nel Dnipro, provenienti per lo più dagli scarti industriali, nel 2021, che non interviene sui bacini idrici,  55 dei quali  su 66 erano considerati non potabili, o sui livelli di inquinamento prodotto da imprese con licenza di avvelenare, oltre  170 impianti chimici ad alto rischio e più di un centinaio di siti in cui vengono usati materiali radioattivi,  sui giacimenti di carbone con centinaia di chilometri di tunnel che si snodano nel sottosuolo e nei quali si sono svolti test nucleari, che li rendono potenzialmente  radioattivi al punto che gli scienziati locali hanno da tempo denunciato che i rischi per la regione potrebbero essere “più profondi e pericolosi rispetto a Chernobyl”, anche senza i pericoli aggiuntivi del conflitto.

Eh si le guerre sono sempre sporche e lo ammette perfino la Repubblica in evidente conflitto d’interesse per via del coinvolgimento dell’editore nel malaffare “difensivo” grazie a  Iveco Defence Vehicle, che produce veicoli per scopi speciali consorziata  con Leonardo nel Consorzio Iveco Oto Melara (Cio), una joint venture che produce autoblindo Centauro II e veicoli di combattimento fanteria Vbm Freccia e che solo negli ultimi due anni ha venduto 96 Centauro II e 46 Vbm all’Esercito italiano, oltre ad averne forniti a Spagna, Giordania e Oman.

E difatti con quel voluttuoso esercizio di ipocrisia monopolio degli oligarchi e dei loro servitori ammette che perfino una guerra giusta e doverosa come quella in corso e che pare non si voglia concludere con negoziati e compromessi ragionevoli, concordando con la Banca Mondiale  che già nel 2015 La Banca mondiale, già nel 2015, aveva sollevato la questione della vulnerabilità  di quei territori  che potrebbe essere incrementata dagli innumerevoli effetti della guerra a cominciare dalla presenza di 15 reattori nucleari sulla cui sicurezza nessuno sembra pronto a giurare.

Intanto qualche effetto del profitto aberrante dell’economia di guerra lo conosciamo già, se da più di un mese si registra un’impennata delle emissioni tossiche dell’ex Ilva interessata da un provvidenziale aumento della produttività a fini bellici, salutata con entusiasmo per il contributo allo sviluppo industriale dell’aree, costo quel che costi.

Al lupo, al lupo, grida irragionevolmente la stampa europea  pronta a alimentare un provvidenziale incidente che legittimi una suicida estensione del conflitto, denunciando la probabilità che l’empio tiranno che fa il bagno nel “sangue delle corna di cervo”, contro ogni legge di natura, per rafforzare il sui istinto bestiale e feroce, stia per usare armi chimiche e biologiche cui sarebbe inevitabile rispondere con quelle che da anni vengono predisposte e allestite dal laboratori americani in terra ucraina. E difatti la Repubblica, come il Corriere o la Stampa non ha considerato degna di nota la notizia che nel 2017, con tre anni di anticipo sulle scadenze concordate,  Mosca ha  aderito in toto alla Convenzione sulle armi chimiche ratificata nel 1997, provvedendo alla distruzione di oltre 40mila tonnellate fra gas nervini e sostanze vescicanti, tanto che quella degli ultimi quantitativi fu oggetto di una cerimonia ufficiale per celebrare  il grande passo compiuto “per un maggiore equilibrio e sicurezza nel mondo di oggi”.

Anche Biden ci tiene all’equilibrio come caposaldo della sicurezza ed è per quello che ribadisce che la Nato è preparata a rispondere con pari forza all’uso di armi chimiche da parte della Russia, rassicurato dalle esperienze maturate a Douma, in Siria,  dal fosforo bianco impiegato in Iraq e ancora prima dal napalm delle sue prime performance di Apocalyps now.

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