Le impronte americane sulla guerra in Ucraina

Joe Biden parla addirittura di genocidio. I suoi uomini comandano le operazioni militari, come testimonia l’ex vicedirettore di «Paris Match». Questo è sempre più un confronto diretto tra Washington e Mosca.

(Maurizio Belpietro – laverita.info) – Fin dai primi giorni di guerra mi sono chiesto quale fosse la strada per arrivare alla pace. E, come i lettori sanno, fin dai primi giorni ho pensato che rifornire di armi l’Ucraina non fosse una buona idea. Contro i russi, l’America sostenne per dieci lunghi anni la resistenza afghana, inviando soldi e mezzi, e alla fine l’Armata rossa si ritirò. Tuttavia, quella guerra costò centinaia di migliaia di morti. Non sto parlando delle truppe russe, che in dieci anni lasciarono sul campo più di 20.000 soldati a cui si devono aggiungere 50.000 feriti. No, mi riferisco ai civili. Secondo alcune fonti, si parla di 670.000 deceduti su una popolazione di poco superiore ai 13 milioni, ma qualcuno si spinge anche oltre, ipotizzando che i caduti siano stati più di un milione. Un prezzo enorme in vite umane, per avere in cambio che cosa? La peggiore sconfitta dell’Urss, ma anche l’instaurazione del peggiore regime islamico. A oltre 40 anni di distanza il risultato è sotto gli occhi di tutti: dopo l’invasione sovietica c’è stata quella americana e oggi il Paese è di nuovo in mano ai talebani. Con le dovute differenze, tutto ciò dovrebbe essere d’esempio, ma a quanto pare non si impara nulla dagli errori del passato.

Al momento non è possibile dire quante siano le vittime in Ucraina, ma credo che si possa già parlare di diverse decine di migliaia di morti. È questo il prezzo per la liberazione di Kiev e delle sue città? Molto probabilmente no: questo è solo l’acconto. Il Pentagono, ma anche alcuni think tank, lasciano intendere che la guerra possa durare anni e che una rapida sconfitta della Russia non sia possibile. Del resto, l’idea ottimistica che grazie alle sanzioni finanziarie Mosca sarebbe presto crollata, al momento non trova riscontro, anche perché meno di un quinto degli Stati del mondo ha effettivamente messo al bando Putin. Dunque, ci dobbiamo preparare a un conflitto molto più lungo di quello che ci immaginavamo, anche perché la posta in gioco a questo punto non sono più l’Ucraina e la difesa della sovranità territoriale di una democrazia ai confini dell’Europa. Nel mirino ci sono direttamente la Russia e il suo ruolo di superpotenza e questo appare ben chiaro dalle parole che, giorno dopo giorno, va pronunciando Joe Biden, il vero stratega di questo conflitto o, per lo meno, colui che tira le fila della resistenza a Mosca. Ieri il presidente americano, che in Polonia attaccò Putin definendolo un macellaio e auspicò che i russi lo eliminassero al più presto, è tornato ad attaccare a testa bassa, parlando di genocidio e dunque confermando l’idea che lo zar del Cremlino debba essere giudicato per crimini contro l’umanità e per lo sterminio degli ucraini. Se a sostenere questa tesi fosse stato un opinionista si sarebbe potuto discutere. Ma le frasi non sono di un direttore di giornale o di uno scrittore, che al massimo rappresentano i propri lettori e non hanno alcun potere reale, bensì dell’uomo che incarna la superpotenza americana e dunque, per definizione, non possono passare inosservate.

La domanda a questo punto è inevitabile: ma Biden vuole la pace o intende fare la guerra alla Russia? Le due cose, come chiunque può comprendere, portano a esiti assai diversi. Perché un conto è ottenere una tregua, magari anche un compromesso che salvi la faccia alle due parti in causa e, soprattutto, la vita di decine di migliaia di persone. Un altro è utilizzare l’Ucraina per fare la guerra a Putin. Il quale, sarà bene chiarirlo prima che a qualcuno salti in mente che io voglia difendere l’aggressore e non l’aggredito, è un autocrate cinico e sanguinario, ma se dovessimo dichiarare la guerra a tutti i satrapi del pianeta temo che non finiremmo più. O meglio, finiremmo per scatenare una terza guerra mondiale.

Il sospetto che l’America non voglia la pace, ma punti a usare il conflitto per piegare la Russia e, indirettamente, anche l’Europa (in particolare la Germania), riaffermando così il proprio ruolo di gendarme del mondo, per me è diventato qualche cosa di più dopo che ho letto la testimonianza di Régis Le Sommier, ex vicedirettore di Paris Match, il quale ha raccontato la sua esperienza in Ucraina, al fianco dei francesi intenzionati ad arruolarsi nelle brigate internazionali su invito di Volodymyr Zelensky. «Sono rimasto sorpreso dal fatto che per entrare a far parte dei ranghi delle forze armate ucraine si debba passare dagli americani. Sono loro che comandano. Pensavo che saremmo stati con le brigate internazionali, ma siamo finiti ad avere a che fare con il Pentagono». La conclusione del reporter di guerra è
amara: «Questa è una guerra tra Russia e Stati Uniti, dove l’Europa ha un ruolo marginale». Aggiungo io: questo è un conflitto dove, oltre agli ucraini, il conto più pesante lo paga l’Europa.

6 replies

  1. Classico atteggiamento di BP simile a Travaglio, i due con l’espressione eternamente presuntuosa che guardano gli altri con gli occhi stretti sono bravi a ribaltare la situazione, ma chi segue le notizie internazionali di sicuro non va contro l’Ucraina perché ospita il Pentagono (meno male) nel suo territorio. Io guardo alla paura della Finlandia che ha fatto richiesta per entrare nella Nato, e alla Svezia che pare intenzionata a seguirla, e pure alle repubbliche baltiche in allerta pur essendo Nato. La parola genocidio è sbagliata, ma a me preoccupa quella giusta, VENDETTA

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  2. Quindi ha ragione il dittatore macellaio sanguinario Putin :la guerra l’hanno voluta i buoni democratici libertari amerikani e lui cioè La Russia non ha avuto scelta. Solo che nè Belpietro,nè Travaglio ma neanche Orsini possono permettersi di dirlo.

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  3. E se ci è arrivato Bazzaunta, cittadino del Bel Paese, forse anche il rag.Cerasa e l’elefantino, ex Virginia cia, e altre menti grigie pennivendoli cosiddetti giornalisti possono nutrire buone speranze.
    Dimenticavo, nessuna speranza per Bobtail al secolo Severgnini.

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