(lafionda.org) – Vi proponiamo un estratto del discorso di Pietrangelo Buttafuoco, Presidente della Fondazione Biennale, alla conferenza stampa di Biennale Arte 2026.

Oggi arriviamo a questa apertura dopo aver attraversato settimane complicate; vorrei dire giornate complicate, anzi ore complicate, momenti complicati. Ci sono state discussioni accese, richieste di esclusione, prese di posizione che spesso hanno preceduto l’ascolto.

Se c’è qualcosa che mi meraviglia è che tutto questo mondo che deriva dalla Rivoluzione francese, dall’ecumenismo, dal laicismo, dal voler trovare la formula perfetta della democrazia, si sia capovolto nel suo esatto contrario: in un laboratorio di intolleranza, di richieste di censura, di chiusura e di esclusione.

Si è parlato di chi deve esserci e di chi no. Di chi rappresenta cosa e di quale colpa porti con sé. E ci sono tragedie reali, ci sono guerre in corso, ci sono civili che in questo tempo muoiono molto più di quanto non accadesse quando pensavamo di avere chiuso nelle pagine dei libri di storia i massacri, le tragedie e l’abominio. E non lo vogliamo ammettere.

Però noi non ignoriamo quello che accade fuori di qui. Noi non siamo ciechi. In quella luna ci sono anche realtà — e sto parlando di democrazie, non di satrapie — che istituiscono d’improvviso la pena di morte. Ci sono continue discriminazioni, continue violenze, guerre che devastano vite e territori.

E qui sta il nodo: chiudere a qualcuno significa rendere più fragile l’apertura verso altri. Se la Biennale cominciasse a selezionare non le opere, ma le appartenenze; non le visioni, ma i passaporti, smetterebbe di essere ciò che è sempre stata: il luogo dove il mondo si incontra. E si incontra a maggior ragione quando il mondo è lacerato.

E poi c’è questa città, Venezia, che da secoli non ha mai avuto paura dell’incontro. Venezia non ha mai chiesto al mondo di essere puro per entrare. Venezia accoglie le differenze, le contraddizioni, persino i conflitti, e li trasforma sempre in dialogo e convivenza.

Questo ha fatto la Fondazione Biennale da 130 anni: ha raccolto le tensioni, i conflitti, le visioni, e li ha esposti senza mai banalizzarli, senza mai ridurli a slogan. Oggi lo dico ai colleghi, agli artisti, ai curatori, a chi ha responsabilità, ai cittadini che incontro ogni giorno: non intendiamo barattare, per il quieto vivere politicante, 130 anni di storia che hanno sempre raccontato così il mondo.

Noi qui non alimentiamo polemiche. Noi non diamo risposte. Ma apriamo discussioni. Anche questo è contenuto della mostra. Anche questo tema fa parte della mostra.

Questa edizione della Biennale, curata da Koyo Kouoh, è profondamente consapevole della fragilità del presente. È una Biennale che non pretende di risolvere, di semplificare, di rassicurare, ma vuole mostrare, stratificare punti di vista, aprire alle domande.

Qui l’unico veto è l’esclusione preventiva. Infatti mi preoccupa, e ci preoccupa, una particolare deriva: quella della sentenza anticipata, della censura che arriva ancora prima che qualcosa venga mostrato; delle dichiarazioni che piovono da ogni dove, costruendo un verdetto ancora prima del confronto.

Questo, lo sappiamo bene, è un clima che non aiuta la comprensione, ma la irrigidisce. La Biennale, sia chiaro — e fa bene spiegarlo continuamente — non è un tribunale. Qui non si assiste a un processo già celebrato, con sentenze già decise. Questo è un giardino di pace. È un luogo dove si espone, dove si discute, dove si ascolta.

Ed è un giardino — lo riprendo dalle immagini dei poeti a me cari, i poeti dell’anno Mille, Ibn Abdīs su tutti — non è mai un recinto. Questo ci serve per ribadire un principio semplice: noi non possiamo chiudere. Non possiamo considerare la chiusura come risposta automatica. Possiamo e dobbiamo discutere, possiamo dissentire, e lo facciamo anche con forza, ma dentro uno spazio condiviso, mai fuori da esso.

Alle istituzioni chiediamo dialogo, non documenti che circolano sottobanco. E quindi torniamo all’immagine iniziale: non fermiamoci al dito. Meno che meno a un dito puntato contro qualcuno. Proviamo insieme a guardare la luna, anche quando è offuscata, anche quando è difficile da sostenere. Perché è la luna la misura del senso di ciò che facciamo qui.

La Biennale di Venezia, fondata nel 1895 per iniziativa di un sindaco, di un gruppo di intellettuali, artisti, uomini d’industria, riformisti e progressisti, opera sin dalla sua nascita in modo asimmetrico. È una città oggi rappresentata da un’istituzione autonoma, che dialoga con i Paesi che decidono di partecipare a loro volta in modo autonomo.

Oggi, a 131 anni di distanza, alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte partecipano, per loro autonoma decisione, 100 Paesi ufficialmente riconosciuti dalla Repubblica Italiana; Paesi che a loro volta riconoscono la Repubblica Italiana come Stato sovrano. La presenza di questi Paesi si può realizzare nel rispetto del diritto internazionale e nazionale: lo ius. E quindi non ci sono margini per valutazioni di altra natura. Non ci sono margini per valutazioni di natura etica, politica, morale, religiosa, razziale.

Perché, sia chiaro una volta per tutte, è nel diverso da noi che troviamo noi stessi. È un crisma che ci arriva dalla lex romana, che è lo stesso di Cristo e delle civiltà universali. Vorrei dire: la mia Sicilia degli emiri. L’universalità.

Questi 100 Paesi partecipanti hanno deciso autonomamente di essere presenti qui e ora alla Mostra. Trentuno di questi Paesi hanno una casa; diciassette l’hanno eretta loro stessi, per loro iniziativa, e sono ai Giardini in via permanente.

Siamo tutti a Venezia, città che ha fondato sul dialogo, sul commercio, sull’incontro tra culture e religioni diverse la sua storia e la sua bellezza. Storia e bellezza di cui siamo tutti testimoni.

È su questi principi di incontro tra soggetti diversi che noi autonomamente celebriamo le arti. Ed è su questi principi che l’istituzione che guido trova fondamento. La Biennale di Venezia usa con tutti i Paesi lo stesso metro di relazione: il diritto, lo ius, il rispetto, la pace — potrei dire salam — e il dialogo.

È questa la migliore garanzia per tutte le nazioni che qui partecipano. Ed è questo che ci insegna Venezia: l’uguaglianza nella diversità e nel confronto. È questo autonomo operare di soggetti diversi che risolve la grave crisi, capovolgendo la prospettiva che stiamo vivendo: un bisogno assoluto di pace.

Occorre risolvere anche questa nostra volontà del non voler guardare, del non voler dire, del non poter pronunciare; questo rodio continuo, questo bisogno di censura e di esclusione, che può soddisfare solo l’ego e il narcisismo di chi, al chiuso e nella comodità della propria casa, pensa di risolvere tutto con un picco — ovvero una firma — e poi via.

No. Tutto ci offende e ci ferisce nel profondo, ma proprio per questo dobbiamo creare uno spazio e una possibilità alternativa.

Ai Giardini della Biennale oggi sono presenti l’Ucraina e la Russia. Come alla Mostra del Cinema, dove d’improvviso ho potuto scorgere vicine, accostate — e non certo solo per l’ordine alfabetico — la bandiera dell’Iran e quella di Israele.

Perché a Venezia noi non imbracciamo le armi. Ed è quello che dobbiamo a Koyo.