Alessandro Di Battista : “Per non dimenticare…”

(Alessandro Di Battista) – Sottotitolo: “Anche i miti crollano, soprattutto se non sono miti sebbene vengano mitizzati”.

“Draghi e Trichet, con la letterina alla quale aveva lavorato anche il ministro Franco, chiedevano all’Italia i famigerati aggiustamenti strutturali. Aggiustamenti in effetti realizzati. Soprattutto da Monti, ma anche da Renzi, basti pensare all’abolizione dell’Articolo 18, richiesta contenuta di fatto nella letterina. Quella lettera altro non era che la summa del pensiero liberista: privatizzazioni, taglio dei salari, pensionamenti posticipati. Un bignami di tutto quello di cui si era iniziato a discutere sul Britannia.

La Banca centrale europea aveva bisogno di tali garanzie per continuare a sostenere l’Italia. Senza, avrebbe chiuso i rubinetti. E infatti le garanzie arrivarono. Il pareggio di bilancio venne messo in Costituzione in tempi record e con un anno di anticipo rispetto al crono-programma immaginato da Tremonti. Al Popolo italiano neppure venne data la possibilità di esprimersi con un referendum, rivelandosi quella sul pareggio di bilancio, una delle riforme costituzionali più votate nella storia repubblicana. Fu Giancarlo Giorgetti, uno degli uomini più potenti del governo Draghi, a presentare alla Camera il disegno di legge costituzionale. E la legge la votarono praticamente tutti. Da Teresa Bellanova alla neo sottosegretaria ai rapporti con il Parlamento Deborah Bergamini. Da Mara Carfagna a Massimo D’Alema, dal leghista Massimiliano Fedriga a Dario Franceschini, dal ministro del Lavoro Andrea Orlando a Bruno Tabacci – appena nominato da Draghi Sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alla programmazione economica – passando per l’ex ministro Saverio Romano, finito sotto indagine per traffico di influenze illecite nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma per la fornitura di mascherine. Anche Fabio Rampelli e Giorgia Meloni, diventati, a parole, fieri oppositori delle politiche di austerità, votarono a favore. Oggi si oppongono a Draghi, ieri sostenevano le sue richieste.

Ad ogni modo quel che impressiona sono le date: 5 agosto 2011, parte la letterina. L’8 settembre il Consiglio dei ministri presieduto ancora da Berlusconi approva il ddl costituzionale sul pareggio di bilancio. Il 1 novembre Mario Draghi diviene ufficialmente presidente della bce. Undici giorni dopo, era il 12 novembre, si dimette Berlusconi. Il 16 novembre Mario Monti, che con Draghi ha in comune il passato in Goldman Sachs, giura al Quirinale come presidente del Consiglio. Il 30 novembre, dopo appena un mese dall’insediamento di Draghi alla bce e due settimane dopo quello di Monti a Palazzo Chigi, la Camera dei deputati approva, in prima lettura, il ddl costituzionale. I Sì sono 464, gli astenuti undici, i contrari zero! Quel giorno non vi fu un solo deputato della Repubblica che ebbe il coraggio di votare No. Tuttavia si astenne Scilipoti, dimostrando più serietà dei vari Bellanova, Bitonci, Carfagna, Tabacci, Franceschini, Giorgetti, politici di tutti i partiti che, tra l’altro, fanno parte del governo dei migliori.

In meno di due settimane la legge costituzionale arrivò in Senato e anche lì passò in un lampo. Era il 15 dicembre e anche in quel caso non vi fu neppure un voto contrario. 255 i Sì, quattordici gli astenuti. Votò Sì Massimo Garavaglia, Lega, scelto da Draghi come ministro del Turismo, votò sì Calderoli, votarono Sì Gasparri, la Bonino e Luigi Zanda. Dell’Utri, come Scilipoti, non ebbe il coraggio di votare tale indecenza. Era in missione. Dove e con chi, meglio non saperlo. Un dibattito pubblico su una modifica così importante della Costituzione non vi fu. I cittadini non ebbero nemmeno modo di informarsi e prendere posizione. D’altro canto il Parlamento sembrava il Soviet supremo ai tempi di Stalin. Non esisteva dissenso. Le leggi di natura costituzionale, infatti, per essere approvate hanno bisogno di due passaggi alla Camera e due al Senato. Per quale ragione i padri costituenti pensarono a quella che viene definita “procedura aggravata” per approvare le modifiche costituzionali? Proprio perché, essendo la Costituzione un atto normativo estremamente delicato, innanzitutto meglio toccarla il meno possibile e, se proprio si intende modificarla, che lo si faccia almeno con un ampio coinvolgimento della pubblica opinione.

Per questo il 138, l’articolo che disciplina proprio le modifiche alla Costituzione, impone al Parlamento quattro deliberazioni per approvare le leggi costituzionali e soprattutto che tra la prima e la seconda approvazione, sia alla Camera che al Senato, intercorrano al- meno tre mesi. I padri costituenti intendevano lasciare tre mesi ai parlamentari per riflettere bene tra un voto e l’altro e tre mesi alla pubblica opinione per informarsi, prendere posizione e, all’occorrenza, farsi sentire. Ma a tutti quei parlamentari non interessò affatto sollevare un dibattito pubblico. Tacquero e pigiarono il bottone salvo piangere, anni dopo, lacrime di coccodrillo prontamente asciugate con il foglio che si firma quando si viene chiamati a giurare come ministri.

Il 6 marzo del 2012, tre mesi e tre giorni dopo il primo passaggio alla Camera, il ddl tornò a Montecitorio. 489 Sì, tre No e diciannove astenuti. Scilipoti passò dall’astensione al No. Il 17 aprile si votò per la quarta e ultima volta il pareggio di bilancio in Costituzione. Il Senato approvò con 235 Sì, undici No e trentaquattro astenuti. Tre giorni dopo un Giorgio Napolitano – immagino al settimo cielo – promulgò la modifica costituzionale.

Ma poi quelle ricette hanno funzionato? Nel 1998, a un anno dalla sottoscrizione da parte dell’ue di quel Patto di stabilità che, pare, sarà sospeso fino alla fine del 2022, in Italia c’erano 1381 istituti di cura: 61,3 per cento pubblici e 38,7 per cento privati. Nel 2007, a dieci anni dal Patto, gli istituti sono diventati 1197: 55 per cento pubblici e 45 per cento privati. Nel 2017 gli istituti di cura sono scesi a 1000: 51,8 per cento pubblici e 48,2 per cento privati. Nel 1980, poco prima del “divorzio” tra la Banca d’Italia e il Tesoro, per i malati gravi c’erano 922 posti letto ogni 100.000 abitanti. Durante il governo Monti erano scesi a 275. Privatizzazioni, aggiustamenti di bilancio e tagli alla spesa pubblica non hanno tuttavia fermato la crescita del debito pubblico. Nel 1980 il rapporto debito/pil era del 58 per cento. Nel 1992 del 90 per cento, nel 1999 del 106 per cento, nel 2011 del 116 per cento, nel 2014 del 131 per cento. Nel 2018 il rapporto tra debito pubblico italiano e il prodotto interno lordo ha raggiunto il 134,8 per cento. Oggi, chiaramente in virtù della pandemia, quella pandemia che ha mostrato al mondo intero l’importanza dello Stato, viaggiamo verso il 160 per cento. Le ricette teorizzate sul Britannia e poi realizzate negli anni successivi fino al trionfo della letterina hanno funzionato eccome. Non per raggiungere gli obiettivi ufficiali, chiaramente, ma per ottenere quelli nascosti”.

(Tratto dal mio libro “CONTRO, perché opporsi al governo dell’assembramento” https://www.paperfirst.it/libri/contro/)

5 replies

  1. Brutte facce, brutti ghigni tutti e due questi della foto.

    Che schifezza.

    Le date poi, messe in fila una dietro l’altra, fanno paura proprio.

    A confronto i corleonesi sono dei dilettanti.

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  2. ELIO LANNUTTI
    Doveva dare ai cittadini e non prendere: stangate senza precedenti a danno famiglie, con rincari medi di 1.875 euro a nucleo.
    Doveva essere lo scudo anti spread, per le sue contiguità con i banchieri centrali e la finanza criminale: spread + 41 punti base: da 94 a 135;
    Doveva diminuire il macigno del debito pubblico, che con il governi dei migliori é salito da 2.603 a 2710 mld di euro + 107 mld, al ritmo di 13,5 miliardi al mese, 450 milioni al giorno;
    Doveva varare una Riforma Irpef più equa, ma secondo l’Ufficio di bilancio: “Per i dirigenti 368 euro di risparmi, agli operai 162”. Le stesse tabelle che Draghi aveva davanti durante l’incontro con i giornalisti (e che ha negato), mostrano che il risparmio, raggiunge il livello massimo da 40mila euro di imponibile: 945 euro l’anno contro i 336 riservati a chi ne guadagna 15mila;
    Doveva varare una riforma più giusta nella P.A. rendendo meno odiosa la forbice di stipendi e retribuzioni: ha tolto il tetto dei 240.000 euro;
    Si era impegnato (a parole) a combattere le morti bianche e gli infortuni sul lavoro: nel 2021 il record di oltre 1.000 morti sul lavoro, al ritmo di 3 al giorno.

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  3. ecco, bravo il nostro Dibba….ora leggilo a casa dei nostri “portavoce” pentacomprati e del tuo amico giggino , eletti per combattere questi soggetti e invece si sono messi al loro servizio come portaborse !! Eletti per difendere la loro ” comunità” si sono resi irreperibili alle piazze che li hanno votati ! E a parlare a nome dei sudditi oggi, tocca affidarsi a …..Capezzone (!!!)
    Quelli che tiravano le monetine a Craxi oggi si fanno la fila dal boia per la “punturina” , e a quello che scriveva “quanto manca?” , oggi sappiamo la risposta : tempo scaduto !

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