Resilienza is the new black: storia della parola 2021 (fin troppo) di successo

Com’è successo che un termine nato per indicare la proprietà dei materiali di resistere agli urti abbia pervaso la nostra quotidianità?

(Antonio Murzio – true-news.it) – “Resistere, resistere, resistere”. Il 12 gennaio saranno esattamente vent’anni che l’allora Procuratore generale di Milano, Francesco Borrelli, pronunciava per tre volte la parola “resistere” durante l’apertura dell’anno giudiziario milanese. Rileggendo le cronache di quei giorni, un dubbio si legittima: quella parola, oggi, sarebbe ancora usata o ci ritroveremmo con un invito a “resiliere, resiliere, resiliere?”. E già, perché adesso la parola con la quale quotidianamente siamo chiamati a confrontarci è “resilienza”.

Sdoganata come parola dell’anno nel 2020, grazie al suo inserimento nel Pnrr, il piano nazionale di ripresa e resilienza (appunto), oggi la ritroviamo usata in qualsiasi contesto, tanto che perfino una pizzeria di Salerno l’ha scelta come nome per il suo locale (non sappiamo se riferita al personale che ci lavora o ai clienti che la frequentano, che magari si sottopongono allo stress test di un’attesa prolungata per una quattro formaggi, ma lo fanno con ottimismo: prima o poi te la servono).

Ma la domanda è legittima se già nelle ultime settimane, a cena, più di un ingegnere ha posto ai commensali il seguente quesito: “Perché utilizzare una qualità dei materiali per parlare di esseri umani?”.

Ma quando siamo diventati tutti resilienti?

Già. Quand’è che siamo diventati tutti resilienti? E perché un termine che apparteneva soltanto al lessico dei tecnici – quelli veri – ha occupato militarmente il nostro vocabolario? Ormai “resilienza” e “resiliente” sono diventati come il nero nell’abbigliamento: li puoi mettere in ogni discorso e difficilmente qualcuno ti criticherà l’abbinamento.

Perché, non raccontiamoci frottole, se qualcuno ci chiede a bruciapelo “ma che cos’è ‘sta resilienza?”, non sempre siamo pronti a spiegarla. Non per cattiva volontà, ma proprio perché potremo averne letto cento volte sulla Treccani la definizione ufficiale, ma proprio non ci entra nella zucca. Ancora peggio quando fornisci uno straccio di spiegazione plausibile e l’interlocutore rilancia: “ma allora non possono usare la parola resistenza, così la capiscono tutti?”.

Ma com’è successo che un termine nato per indicare “nella tecnologia dei materiali, la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto” (Treccani) e “Nella tecnologia dei filati e dei tessuti, l’attitudine di questi a riprendere, dopo una deformazione, l’aspetto originale” (ancora Treccani) abbia compiuto una sorta di spillover dal linguaggio settoriale degli ingegneri prima alla psicologia e poi alla politica e all’economia?

Come la parola resilienza ha fatto irruzione nelle nostre vite

Simona Cresti, della redazione Consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca, ha fatto una ricostruzione dell’irruzione delle resilienza (intesa come parola) nelle nostre vite, dopo averne ripercorso l’excursus storico.

Scopriamo così che il suo utilizzo data molto prima del Pnrr: «Il primo accenno giornalistico alla resilienza compare nel 1986 in un articolo dedicato a Sam Shepard. Del commediografo statunitense si descrivono i personaggi, sorprendentemente capaci di sostenere le sollecitazioni violente cui sono sottoposti: “Magari si piegano – un po’ – alle necessità della vita.

Ma non si spezzano”; in una parola, presa questa volta in prestito dall’inglese, sono “resilient” (“La Repubblica”, 19 febbraio 1986).

Dei corrispondenti italiani si riscontra un uso più disinvolto a partire dagli anni Novanta: risultano resilienti il mercato giapponese (“La Repubblica”, 24 agosto 1990), le scarpe da corsa (“La Repubblica”, 23 novembre 2000), lo spirito di chi affronta le conseguenze del passaggio dell’uragano Katrina (“La Repubblica”, 27 settembre 2005). È in questo ultimo senso che resilienza e resiliente vivono la loro recente fortuna tra i parlanti.

Oltre alle attestazioni giornalistiche (225 sulla “Repubblica” dal 1984 a oggi; 72 sul “Corriere della Sera” dal 1992 a oggi)… Il termine sembra esercitare un fascino particolare in relazione al momento storico e sociale attuale; Federico Rampini sulla “Repubblica” del 23 gennaio 2013 commenta l’uso di resilience del presidente Obama auspicando per l’Italia l’uscita dalla recessione economica  sotto l’esempio dell’America resiliente; Stefano Bartezzaghi la definisce “parola-chiave di un’epoca”, sottraendola al rapido declino cui sarebbe destinata in quanto semplice “parola alla moda”. 

La resilienza come risposta alla crisi

Resilienza assume un valore simbolico forte in un periodo in cui l’accesso interpretativo più frequente alla condizione economica, politica, ecologica mondiale è fornito da un’altra parola, crisi: lo spirito di resilienza rappresenta la capacità di sopravvivere al trauma senza soccombervi e anzi di reagire a esso con spirito di adattamento, ironia ed elasticità mentale».

Dal 2011 resilienza è una “buzzword”

In un saggio pubblicato su Rivista Studio nel 2018 (“Aiuto! La resilienza ci ha circondato”), Andrea Beltrama, del Dipartimento di Linguistica dell’Università di Costanza, in Germania, scrive: «L’ascesa fulminea della parola può essere rappresentata da un processo che si snoda in tre fasi principali: una fase iniziale in cui è stata utilizzata come termine tecnico per descrivere le capacità di metalli o di altri materiali di non rompersi in caso di urto; una fase intermedia, in cui il significato del termine è stato esteso alla più generale capacità di un sistema di fare fronte ad eventi che ne minacciano l’equilibrio ed è stato così adottato da diversi ambiti disciplinari, come le scienze psicologiche, sociali, economiche, ambientali e informatiche; infine, una terza fase, che l’Accademia della Crusca localizza nel tempo dal 2011 ad oggi, in cui, a causa di una diffusione incontrollata, il termine è diventato una buzzword, ossia una parola di moda, con un forte impatto evocativo, che spesso è sconnessa dal significato letterale e rimanda ad un’ideale estetico e morale piuttosto che a un concetto meccanico quale inizialmente era. Da quel momento in poi la troviamo associata agli oggetti ed agli eventi più disparati: dai programmi televisivi alla musica rock, dei blog di moda alle fase dei biscotti della fortuna, dai capi di abbigliamento ai vini e gli aperitivi».

«Come spesso accade», dice ancora Beltrama, «il conseguimento dello status di parola alla moda è stato anche accompagnato dalla repulsione e dal rifiuto di utilizzare il termine – e tutto ciò che implica – da parte di una categoria sempre maggiore di critici, studiosi e persone comuni, nel tentativo di porre fine all’eccessivo dilagare o, meglio, alla “pervasiva stregoneria verbale” che si era creata intorno alla parola».

Il Comune di Bugliano vieta l’uso della parola resilienza

Tanto pervasiva che l’inesistente Comune di Bugliano emanava il 10 maggio 2020 un’ordinanza che vietava vieta «l’uso della parola “resilienza” sia in forma scritta che orale su tutto il territorio comunale». Prevedendo per i trasgressori «un’ammenda di € 25,00». Uno scherzo, certo. Ma quanti vorrebbero che una simile sanzione fosse introdotta veramente? Nel frattempo, resistiamo. Anzi, resiliamo.

Categorie:Cronaca, Curiosità, Interno

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15 replies

  1. ho fatto il progettista edile in modo esclusivo per una intera vita. Nei primi anni di professione(’70) imparai che i materiali resilienti erano soprattutto quelli dei pavimenti come il linoleum, il pvc, le moquettes, cioè materiali che si adattanoal supporto rigido sul quale si posano ; ed in effetti il sottofondo doveva essere tirato perfettamente liscio altrimenti il pavimento sovrastante si sarebbe adattato con indesiderabili rigonfiamenti o avallamenti . Quella capacità di adattamento, insieme a quella di impermeabilità, si utilizzava anche nel risvolto, a mo’ di battiscopa, dove il pavimento incontrava le pareti. Si parlava di materiali RESILIENTI .Adesso anch’io verifico giornalmente Resilienza è una parola spesso usata, anche giornalisticamente, con diverso ( anzi, diversi) significati. Nella babele della superficialità culturale d’oggi, non è l’unica parola ad aver subito questo destino, ma non è una buona ragione per essere indifferenti anche alla migrazione dei significati.

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    • “ Quella capacità di adattamento, insieme a quella di impermeabilità, si utilizzava anche nel risvolto, a mo’ di battiscopa, dove il pavimento incontrava le pareti”

      Ah, questo significa?
      Io dall’uso che ne fanno nel favoloso mondo dei talk (perché nella vita vera non l’ho mai sentita, nemmeno letta che ne so, in una mail di lavoro) avevo capito che significasse esattamente il contrario. Cioè una cosa tipo resistenza, forza d’animo. Senza adattamento, già “configurata” alla nascita così come è.

      Sul piuttosto che come “oppure “ che dire? Ho una reazione misurata, come al solito: sono sempre più convinta che gente come me proprio non dovrebbe possedere armi, ma per legge!

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  2. “..Nel frattempo, resistiamo. Anzi, resiliamo.” Eh, no! !!! I PARTIGIANI DELLA NOSTRA STORIA DEL ‘900 ERANO RESISTENTI O RESILIENTI ? FORSE CHE CI STIAMO PEEPARANDO A RISCRIVERE LA STORIA RECENTE ITALIANA E CHE LA RESISTENZA FINO ALLA LIBRAZIONE SARA’ CHIAMATA RESILIENZA ?

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  3. RESILIENZA, parola bellissima che vuol dire capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. È la capacità di ricostruirsi, restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità.
    Persone resilienti sono quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importantio a cambiare in meglio se stessi.
    In questa Italia sciagurata e scellerata, i verri eroi sono milioni di persone ‘resilienti’ che sanno che la battaglia sarà lunga ma che grazie a loro potremo avere un futuro migliore.
    In un mondo di disperazione può rinascere la speranza.

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    • questo lo sapevamo che ognuno ha la sua. Ma per lei gli attuali ” eroi”(come lei dice , corrispondono, in toto o in parte, ai “patrioti”?

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      • GENTILE pAOLA, ed invece io penso che gente come me dovrebbe possedere armi (ed ovviamente essere esenti da condanne), proprio perchè quelli come me hanno una reazione non “misurata”(il che significa inesistente, bensì ” appropriata”Ovviamente cio’, come molto d’altro , non è realistico.

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  4. Resilienza e resistenza sono tutt’altro che sinonimi e se vengono usati come tali la responsabilità è di chi sbaglia a farlo. L’introduzione nell’ambito delle scienze umane dell’espressione va ben compresa appunto traendola dal contesto originario, riferito a materiali inerti ma in quanto condizionati da una deformabilità subito compensata e riadattata se non addirittura spontaneamente eliminata. In ambito psicologico ed anche giuridico indica la capacità di riadattamento di caratteri comportamentali e di situazioni umane in base a sollecitazioni appropriate quali, ad esempio, l’attività mirata e professionale del mediatore a superare i conflitti interpersonali attraverso una loro riformulazione in termini costruttivi… E qui l’espressione “resistenza” non sarebbe per nulla appropriata. Per chiarire, un esempio ai limiti della banalità: “quella persona è un muro di gomma” costituisce una metafora che richiama quella qualità, di resilienza appunto – seppure espressa in termini sinestetici (ossia in trasposizione sensoriale) di plastico riadattamento a condizioni di avversità… Segnalo i testi psicologico-giuridici della mia amica Maria Martello, specialista nel campo e già docente alla Cà Foscari. Grazie per l’attenzione.

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    • RESILIENZA: in parole povere per me va intesa come la capacità, sotto spinta di una forza, di adattarsi : esempio, la capacita’ di resistere alla furia del vento delle canne, di piegarsi ma di non pezzarsi per ritornare in posizione passata la bufera ! Buono pure l’esempio dell’ elastico : mi piego ma non mi spezzo !

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      • MA QUESTA CHE TU DICI NON E’ L’ELASTICITA’ ? ACCIDENTI , CHE CASINO ! IN QUESTA BABELE DI SIGNIFICATI PENSO ADDIRITTURA CHE QUANDO LA MELONI HA AUSPICATO PER PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA UN ” PATRIOTA” VOLESSE INVECE INTENDERE UN “CAMERATA “. E SECONDO VOI ?

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    • tanto per parlarne ancora un po’ : un muro di gomma è diverso da un telo di pvc o di guaina impermeabile : questo secondo si adatta al supporto e prende la sua forma , mentre il primo anche se momentaneamente prende la forma imposta dal materiale che forzatamente lo deforma, mantiene però per sempre la capacità di tornare alla sua formapropria e primitiva (elasticità)

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  5. È come l’uso del “piuttosto che” utilizzato in forma disgiuntiva (o, oppure) o come “oltre a” invece che come sinonimo di “anziché”, che è l’unica forma corretta.
    È sbagliato e dovrebbe rinviare direttamente alle scuole elementari con apposito calcio nel sedere. Ma pare faccia “fico” usarlo in qualsiasi contesto e nella realtà superficiale che ci accompagna si è diffuso in modo preoccupante soprattutto fra professionisti ma anche docenti.
    Quando sento queste espressioni mi vengono li brividi e automaticamente precipita in me la considerazione dell’interlocutore.

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    • caro Mauro, hai toccato, giustamente, un’altra scemenza dell’auuale parlare e ripetere inconsciamente. Anche a me da molto tempo questa locuzione sta terribilmente sui gabbasisi. Cordialmente. buon anno

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  6. Ci sono parole che nascono con un significato magari inerente alla materia e prendono poi altri significato per esempio inerenti allo spirito. Perfettamente inutile confondere le due cose e non capire che gran parte del linguaggio che usiamo è metaforico. La metafora è un trasferimento di significato. Posso dire che uno è forte come un leone ma sarebbe stupido che mi mettessi a fare il pignolo sui gradi di forza che un leone concreto deve e può avere.
    E’ ovvio che chi si perde in queste piccolezze sarà incapace di intendere tanto la poesia quanto gran parte del linguaggio sia aulico che comune. Potrei dire che costui ha gravi deficienze di ordine cognitivo che riguardano il suo emisfero destro. Chi si affanna a demolire le metafore è come unsordo che spiega la musica..
    Una psicologa ha scritto: “Soprattutto in questo periodo storico si invoca la resilienza come virtù necessaria per resistere a situazioni che risultano essere traumatiche. La forza, la determinazione e la capacità di trasmutazione del problema in risorsa, del negativo in dono, dello stress in opportunità sono gli ingredienti principali di chi riesce a modulare se stesso adattandosi ai cambiamenti che la vita dispone.”
    ” Varie discipline, tra cui la psicologia, hanno adottato il termine resilienza per indicare “la capacità di riuscire, di vivere e svilupparsi positivamente, in maniera socialmente accettabile, nonostante lo stress o un evento traumatico che generalmente comportano il grave rischio di un esito negativo”.

    Alcuni autori hanno ideato delle metafore che raccontano in maniera poetica e profonda il significato psicologico della resilienza.

    1. La metafora dell’albero di Levine
    L’albero ferito da giovane, cresce intorno alla ferita. Ma, pian piano, l’albero assume dimensioni sempre più imponenti e al suo confronto la ferita risulta progressivamente più piccola.
    I nodi e i rami, anche se in alcuni punti assumono una forma deformata sono testimonianza degli ostacoli che sono stati superati e la forma finale assunta dall’albero ne determina l’unicità e la bellezza.

    2. La metafora dell’ostrica di Tisseron
    Quando un corpo estraneo, come un granello di sabbia, si insidia nella cavità dell’ostrica, E viene piano piano ricoperto da strati di madreperla allo scopo di difendere i tessuti dell’animale dall’irritazione.
    L’ostrica reagisce alle impurità producendo una perla, allo stesso modo la persona resiliente può trasformare un evento negativo in qualcosa che abbia un valore per sé.

    3. La metafora del Fiore di loto
    Il fiore di loto affonda le sue radici in un terreno melmoso di lagune e laghi. Di notte i petali si chiudono e il fiore si immerge sott’acqua, ma l’alba si innalza di nuovo sull’acqua sporca senza resti di impurità grazie alla disposizione a spirale dei suoi petali.
    È proprio il terreno paludoso, con le sue criticità, che fornisce il nutrimento al fiore e gli permette di crescere splendido e puro.

    4. La metafora delle tre bambole di Anthony
    Le tre bambole sono composte da materiali differenti: vetro, plastica e acciaio.se ricevono un colpo di martello di pari intensità gli effetti del colpo saranno diversi:
    la bambola di vetro si frantumerà in tanti pezzi,
    la bambola di plastica riporterà una cicatrice permanente,
    la bambola in acciaio non subirà alcun danno.

    5. La metafora della bambola spezzata di Manciaux
    L’autore ha ripreso la metafora delle tre bambole riformulando la in maniera diversa. Essa offre una visione comprensiva dei diversi fattori considerati dal costrutto della resilienza. se lasciamo cadere una bambola essa si romperà più o meno facilmente a seconda del materiale della bambola (rappresenta la resistenza dell’individuo ai traumi)

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