La cospirazione della Banalità

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – L’irruzione, la normalizzazione e infine l’abuso di termini e stilemi nel linguaggio corrente è un tema ricorrente, perché fanno parte dell’armamentario del potere la circolazione e gli effetti distorsivi di manipolazioni spesso previste all’origine, quando ancora  l’uso è circoscritto a cerchie che immaginano e prevedono i benefici della ripetizione, dell’estrapolazione, dello svuotamento di senso.

Oggi sembrano esercizi  arcaici le esplorazioni del distacco tra lingua scritta (espulsa anche dalle prove della maturità) e lingua parlata, la polemica tra Manzoni e Ascoli sui nessi  oralità-scrittura e popolo-intellettuali ripresa da Gramsci, quando ormai le sue intuizioni sulla costruzione di un linguaggio basata sui rapporti con altri idiomi e dialetti hanno passato la prova dell’esuberante occupazione del nostro comunicare da parte dello slang dell’impero d’occidente e del gergo persuasivo del marketing e della pubblicità.

Conserva invece una grande attualità molta parte dei suoi scritti sulla materia e in particolare un suo articolo  di “Sotto la Mole“, polemico nei confronti degli opinionisti che si esprimono per stereotipi e frasi fatte  di una lingua  che riferisce solo a se stessa, astratta dalla realtà sociale dei lettori, e che termina con l’elogio finale del vocabolario:  “Bella invenzione per chi non ha niente da dire e deve tuttavia scrivere qualcosa ogni giorno…..Le parole si drizzano su dei trampoli grammaticali e sintattici e se ne vanno a spasso come le persone vive, a farsi ammirare nei mercati della provincia ….”, se  pensiamo al contributo alla demolizione della lingua italiano dato dai media.

E  se riflettiamo all’apporto che hanno dato all’infantilizzazione del pensiero comune grazie a una comunicazione che per avvicinare la gente ai temi alti ne abbassa il livello, ridicolizzando il sapere ma anche la sintassi, idolatrando i neologismi introdotti da una finto linguaggio giovanilistico, riproduzione di slogan della pubblicità e ammessi gioiosamente dalla Crusca, come se obbligo della democrazia esausta prima de essere completata fosse quello di ridurre la società tutta alla mediocrità del livello più basso che non vuole affrontare la fatica di affrancarsi e ricattarsi dall’ignoranza.

Spetta a loro il primato poco edificante del ricorso alla desinenza in ismo ormai largamente impiegata per svuotare di senso, ridicolizzare idee, valori, ideali e ideologie retrocessi appunto a ideologismi come nel caso di  populismo, per intendere il malessere del popolo per imposizioni inique e disuguali,  sovranismo per definire la rivendicazione di chi non vuole essere espropriato di poteri e competenze statali.

E dire che una volta gli ismi erano largamente in uso per la valorizzazione di principi e beni morali, o per imporre convinzioni di parte in qualità di prodotti etici condivisi: atlantismo, globalismo, patriottismo, nazionalismo, o per sostituirne alcuni con altri più blandi e asettici, come cosmopolitismo al posto di internazionalismo  e, perché no? progressismo al posto di comunismo.

In alcuni casi gli ismi servono a delegittimare la ricerca e l’agnizione della realtà, vengono affibbiati come epiteto vergognoso per chi si interroga sulle origini di fenomeni e vuole conoscerne le cause e i possibili artefici.

E difatti complottista è diventato termine corrente, applicato largamente sui social e sulla stampa per denigrare e sottoporre a esecrazione pubblica chiunque intravveda nella gestione della pandemia il realizzarsi di un disegno cospirativo per concorrere a incrementare disuguaglianze, favorire l’imposizione di obblighi discriminatori e  repressivi, contribuire all’esclusione dalla società dei “malsani” intendendo con essi tutti quelli che non si adattano, che dubitano, che esigono risposte da un sistema di governo e informativo che tiene per sé i dati, che li somministra manipolati, che obbliga con il ricatto a uniformarsi a una narrazione incontestabile e non verificabile. Il che fa pensare che ormai immunizzati alla democrazia siamo convinti che qualsiasi tentativo di esercitare critica nei confronti del suo simulacro sia eversione, macchinazione a scopo destabilizzante.  Tanto che  è ormai in voga anche al supermercato per ridicolizzare i sospetti di chi non crede al prodotto a km 0 in offerta speciale dell’allevamento green che tira su maiali equi, sostenibili e contenti di essere destinati alle nostre mense.

Ha avuto recensioni favorevoli  un libro: “Complotti!” di Leonardo Bianchi inteso a costruire un quadro organico delle teorie del complotto, spiegando come e perché nascono e si diffondono, cosa rivelano della società in cui viviamo, Dai Protocolli dei Savi di Sion alla pandemia, passando per QAnon e l’assalto al Congresso degli Stati Uniti.

L’autore nel contestare l’interpretazione del complottismo come  di un fenomeno estremamente marginale, alimentato da disturbati maniaci e squilibrati, sostiene che  i “complottismi” affondano le loro radici in un lontano passato ma oggi fanno circolare le loro “credenze”  a un livello più trasversale di quanti si pensi tanto che “chiunque ha creduto ad almeno una favola cospirazionista: in gergo, quindi, è finito «nella tana del Bianconiglio».

Si tratta di un  lodevole inventario della trame oscure più o meno accertate e valutate secondo l’indicatore offerto dalla sociologia secondo la quale si intende per complotto «un’ipotesi che sostiene che un gruppo di individui agisca nell’ombra per raggiungere fini malevoli e illegali».

Peccato che si esima dall’impegnare il talento documentaristico per analizzare le cospirazioni di cerchie che hanno realizzato le loro visioni tossiche e criminali alla luce del sole, imponendo a un gruppo di nazioni unite solo dalla contiguità geografica  la rinuncia alla sovranità in cambio dell’appartenenza a una cupola sovranazionale, che ben lungi dall’esercitare ruoli difensivi e di promozione sociale, esige l’abiura alle democrazie nate dalle resistenze nazionali, alle loro costituzioni, ai diritti e alle conquiste maturate in anni di lotte dei cittadini. O per indagare sui processi che hanno accreditato la grande menzogna che non possa esistere alternativa possibile  e praticabile al capitalismo, allo sfruttamento, all’egemonia del profitto, da realizzare anche grazie il susseguirsi di condizioni di emergenza che richiedono autorità eccezionali, leggi e tribunali speciali, con l’introduzione di stati di eccezione intesi a demolire l’assetto dello Stato, dello stato sociale, dello stato di diritto.

4 replies

  1. Trovo queste articolesse illeggibili, prolisse, barocche nel senso negativo del termine, perché prive di senso estetico. Sarà anche condivisibile il contenuto, tuttavia una tale accozzaglia di periodi inutili, di perifrastiche non necessarie, di costruzioni artificiose per me evidenziano solo un provincialismo di fondo.

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    • Sabatino,
      Che sarebbero le perifrastiche? La perifrastica è una coniugazione: o è attiva o è passiva, per il resto “perifrastico” è un aggettivo, se non ci metti il nome cui si riferisce non ha senso. È un errore, oppure hai voluto usare un termine altisonante, ma in realtà volevi più normalmente intendere “perifrasi”?
      Se fosse la seconda sarebbe strano: non è proprio quello che rimproveri all’autrice del pezzo?

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