Le iniezioni anticipate di Draghi per il Colle

Nella sua corsa verso il Quirinale il premier ha come ostacolo principale la situazione della pandemia. In particolare teme un aumento dei contagi proprio nei giorni delle votazioni. Per questo ha dato ordine di accelerare la campagna vaccinale.

(Maurizio Belpietro – laverita.info) – La campagna vaccinale si incrocia con quella del Quirinale. Secondo Augusto Minzolini, che lo ha scritto sul Giornale, Mario Draghi esiterebbe a prolungare lo stato di emergenza per il Covid in quanto la decisione mal si concilierebbe con una sua possibile nomina a presidente della Repubblica. Secondo il direttore del quotidiano berlusconiano, l’ex governatore della Bce non farebbe una gran figura se mollasse Palazzo Chigi per il Colle mentre dichiara egli stesso che siamo ancora nel pieno della pandemia. L’addio al governo potrebbe risolversi in uno scioglimento anticipato delle Camere, visto che in Parlamento ci sono partiti, tra i quali Fratelli d’Italia e la Lega, ma anche leader come Giuseppe Conte e perfino Enrico Letta, che non vedono l’ora di correre alle urne. Alcuni vorrebbero vedere confermate dalle elezioni le previsioni dei sondaggi, altri, come i due ex premier, ambirebbero a disfarsi di una serie di nemici interni, in modo da poter controllare meglio i gruppi di Montecitorio e Palazzo Madama. Certo, il ragionamento di Minzolini è influenzato dalle ambizioni di Silvio Berlusconi, il quale aspira, come Draghi, a sostituire Sergio Mattarella. Ma anche se fossero ispirate da Arcore, le osservazioni del direttore del Giornale non fanno una grinza. Non a caso il leader di Forza Italia, nei giorni scorsi ha sottolineato che il presidente del Consiglio deve restare al suo posto fino al 2023. Se si riuscisse a imbullonarlo alla poltrona, il Cavaliere eliminerebbe un pericoloso concorrente nella corsa al Colle. Dunque, meglio enfatizzare il contrasto tra la dichiarazione dello stato di emergenza e l’addio al governo.

Anche perché la sostituzione di Draghi a Palazzo Chigi non sarebbe cosa facile. Si aprirebbe infatti una crisi al buio, senza sapere chi mettere al posto dell’ex governatore, il quale dovrebbe dimettersi per poi nominare il suo successore, oppure lasciare a Mattarella, in carica fino ai primi di febbraio, la nomina del nuovo premier. Nel primo e nel secondo caso, cioè con Draghi già eletto, ci sarebbe un periodo di reggenza, magari breve, che dovrebbe essere affidato al ministro con maggior anzianità di servizio, cioè Renato Brunetta, e non è detto che nella frastagliata maggioranza che oggi supporta il governo tutti siano d’accordo. Ma anche se tutti accettassero come un premier pro tempore il responsabile della Funzione pubblica, poi comunque bisognerebbe trovare un presidente del Consiglio in grado di condurre a termine la legislatura. Nei giorni scorsi si sono fatti i nomi di Daniele Franco, cioè dell’alter ego di Draghi, e di Marta Cartabia, ministro della Giustizia in quota Mattarella, ma nessuno dei due sembra avere il piglio per condurre il Paese in un momento di emergenza. Soprattutto, nessuno dei due sembra aver la determinazione di tenere unita una maggioranza multicolore come quella attuale, dove nel Pd non si vede l’ora di regolare i conti con Italia viva, riducendone la pattuglia, e dove nel Movimento 5 stelle si osservano con trepidazione gli sviluppi della guerra sotterranea fra Luigi Di Maio e il suo ex pupillo, Giuseppe Conte. Perfino Draghi a volte fatica a tener tutto unito, prova ne sia il suo stupore per lo sciopero generale indetto da Cgil e Uil, una decisione che certo intralcia un po’ il suo cammino verso il Quirinale.

Come dicevamo, le osservazioni sugli ostacoli che incontrerebbe una nomina di Draghi non sono infondate. Tuttavia, i problemi e la loro soluzione si possono guardare anche con gli occhi di chi sta a Palazzo Chigi e non solo ad Arcore. Infatti, per l’ex governatore della Bce il vero impedimento sarebbe rappresentato non tanto dalla dichiarazione dello stato di emergenza, che già esiste nei fatti, ma dall’aumento dei contagi e soprattutto dal rischio di un incremento dei decessi. Un alto tasso di mortalità rappresenterebbe un fallimento della campagna vaccinale e, così come fino a oggi i meriti per i risultati raggiunti sono attribuiti a Draghi, anche gli insuccessi ricadrebbero su di lui, sulla sua immagine, sulla sua figura di persona che si è caricata sulle spalle il peso di un Paese in un momento difficile. Si spiega in questo modo anche la pressione esercitata sul sistema per spingere ancora di più le vaccinazioni. Nonostante l’Italia abbia numeri migliori di altri Paesi, sia per contagi che per decessi, agitare nuove chiusure in caso di peggioramento dei dati e accelerare le iniezioni della terza dose, allo scopo di rivaccinare 30 milioni di italiani entro il 30 gennaio, è fondamentale per tenere sotto controllo per un tempo determinato l’epidemia. E la fine di gennaio coincide proprio con la nomina del nuovo capo dello Stato. Naturalmente è un caso che l’elezione del nuovo inquilino del Colle e l’obiettivo della struttura commissariale coincidano. Ma è un fatto che la campagna vaccinale e quella del Quirinale si intrecciano.

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