
(estr. di Roberto Scarpinato – ilfattoquotidiano.it) – […]Tre sono le ossessioni dei colletti bianchi corrotti e collusi: i collaboratori di giustizia, le intercettazioni, l’incontrollabilità della magistratura a causa delle garanzie di indipendenza attribuite dalla Costituzione. Dal suo insediamento, la maggioranza di governo si è impegnata per porre fine ai “rischi” derivanti da questi tre fattori.
[…] Nel dicembre del 2022, ha azzerato il rischio che condannati per associazioni per delinquere finalizzate alla corruzione (comitati di affari, cricche, P3, P4 e via elencando), potessero cadere nella tentazione di collaborare con la giustizia, inguaiando così altri complici e rivelando patrimoni sfuggiti alla confisca. Hanno infatti abrogato la norma che stabiliva che i condannati per tali reati non potevano accedere ai benefici penitenziari se prima non collaboravano con la giustizia. Contemporaneamente rigettando gli emendamenti correttivi dell’opposizione per limitare i danni, hanno gravemente disincentivato la collaborazione dei condannati per reati di mafia, concedendo ai boss ergastolani la possibilità di accedere ai benefici penitenziari senza necessità di collaborare, di rinnegare il codice dell’omertà, di rivelare i patrimoni occulti e i nomi di coloro che continuano a mafiare e a uccidere. Alla luce di una fredda analisi costi-benefici, oggi la collaborazione resta conveniente solo se attuata prima della condanna, nella fase delle indagini, a condizione tuttavia di limitarsi a riferire solo crimini della mafia militare, senza aprire bocca su segreti che chiamano in causa gli “intoccabili”, potenti ai vertici della piramide sociale e politica. La realtà dimostra infatti che gli attuali vertici governativi non sono stati in grado di garantire l’incolumità a Bernardo Pace, colletto bianco di altissimo livello, trovato morto nella sua cella con una corda intorno al collo, dopo che aveva iniziato da appena due mesi a collaborare con la Procura di Milano, anticipando rivelazioni di grande rilevanza sulle complicità eccellenti di Matteo Messina Denaro, di altri vertici della ’ndrangheta e del clan Senese nel processo Hydra in corso a Milano. Nonostante Pace avesse manifestato il forte timore di essere ucciso, rifiutando anche il vitto del carcere per scongiurare il pericolo di essere avvelenato, e nonostante la Procura di Milano avesse segnalato tale pericolo, nessuna reale precauzione è stata assunta, neppure quella minimale del monitoraggio della sua cella con una telecamera. Una morte misteriosa che suona come un monito per altri che avrebbero potuto seguirne l’esempio. A proposito di fattori disincentivanti di nuove collaborazioni sui rapporti mafia-politica, non è certo incoraggiante per chi fosse tentato di vuotare il sacco, apprendere che l’intero staff del Dap, l’articolazione del ministero della Giustizia che si occupa della gestione dei detenuti e della loro sicurezza, pasteggiava all’interno di un ristorante romano gestito da un riciclatore già condannato dei Senese, con un sottosegretario di Stato, vertice del Dap, socio di quel ristorante.
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Dopo essersi adoperata per sminare il terreno dei collaboratori, la maggioranza di centrodestra si è prodotta in una poderosa produzione di leggi il cui combinato disposto è stato disinnescare un altro pericoloso fattore di rischio per la criminalità dei colletti bianchi: le intercettazioni, l’unico strumento in grado di perforare il granitico scudo di omertà trasversale che li mette al riparo dalle indagini della magistratura. La riduzione a soli 45 giorni dei termini per le intercettazioni, l’impossibilità di utilizzare come elementi di prova le conversazioni comprovanti la consumazione di gravi reati diversi da quelli per i quali le intercettazioni sono state autorizzate e altre norme similari non sono il frutto di errori di valutazione, ma scelte politiche meditate. I segnali di allarme ripetutamente lanciati nelle sedi istituzionali da magistrati di prima linea dopo l’approvazione di tali leggi, prima ancora della recente lettera del Procuratore nazionale antimafia, sono stati ignorati anche grazie alla vigile indifferenza di una Commissione parlamentare antimafia tenuta in ostaggio dalla stessa maggioranza che aveva approvato quelle norme, e le cui energie sono state assorbite più che dal contrasto alle mafie, dal contrasto a ex magistrati antimafia componenti della Commissione. Un mix di indifferenza e di arroganza che ha caratterizzato quella che sembrava una marcia trionfale verso la vittoria del Sì, data per certa, al referendum sulla riforma costituzionale per ristabilire il primato della politica sulla magistratura (Nordio dixit).
Purtroppo per loro, ma per somma fortuna del paese, la maggioranza degli italiani avendo capito la vera posta in gioco, ha infranto i loro sogni di onnipotenza e impunità. Una coalizione politica che voglia accreditarsi come una credibile alternativa allo stato attuale delle cose, dovrebbe cogliere il segnale venuto dal paese, assumendo un impegno chiaro e inderogabile dinanzi agli elettori: abrogare nei primi cento giorni di legislatura tutte le schiforme di questa maggioranza di governo, non solo in materia di giustizia, restituendo credibilità allo Stato e alla politica. Il No referendario ha dato il la iniziale. Occorre mettere insieme una coalizione che assumendo come bandiera unificante la Costituzione, sappia assumere su di sé il compito di completare lo spartito, schiodando così dalle poltrone anche i tanti, troppi delusi che non vanno più a votare.