Il curioso caso di Renzi e Calenda: sono fuori dal Pd, ma pretendono di mettere bocca sulle candidature dei dem

(Luca Telese – tpi.it) – Conte dice di no: rinuncia a correre per Montecitorio, e alla fine sembra davvero che la polemica di un giorno finisca così: molto rumore per nulla.

Quindi ricapitolando: dopo alcune indiscrezioni sull’ipotesi di una discesa in campo dell’ex premier nelle elezioni suppletive nel collegio di Roma uno (lasciato libero da Roberto Gualtieri) Matteo Renzi e Carlo Calenda erano già scesi in campo a fare le barricate contro il leader del Movimento Cinque Stelle. Ma il piccolo dettaglio è che Conte non si era (e non si è) candidato. Viene da dire: peccato, vista la brutta figura dei suoi concorrenti guastatori.

Se c’è una morale straordinaria in questa breve vicenda, infatti, è il disvelamento della protervia. Ad esempio quella di Calenda, che basava la presunta legittimità del suo veto sulla frase “Quel collegio è mio perché alle municipali lí sono arrivato primo con la mia lista”. E poi quella di Renzi, che già ipotizzava di correre lui stesso, contro il centrosinistra giallorosso, solo per danneggiare la coazione di cui non vuole fare parte.

Il che – come minimo – dovrebbe essere un ragionamento da non fare, soprattutto se si ha un partito che nei sondaggi oscilla fra il 3% e il 4%. Perché vorrebbe dire che in una eventuale coalizione allargata, seguendo questa stessa logica, non ti dovrebbero dare nemmeno un seggio (perché non sei primo da nessun’altra parte).

Ma ancora più interessante è la posizione di Matteo duepercento Renzi: alle amministrative era quasi ovunque contro il Pd. Alle regionali tuonava che in Puglia il suo obiettivo era “far perdere Emiliano” (ovvero il candidato del Pd). In parlamento, da tre mesi i suoi parlamentari votano sempre con la destra cioè contro il Pd). Per quale recondido motivo il Pd dovrebbe privilegiare, rispetto al suo migliore alleato, uno scissionista che flirta con Lega e Forza Italia è davvero un mistero.

Lo stesso ragionamento vale a maggior ragione per Calenda, che pur essendo molto simpatico, da anni dice e ripete che lui, in una coalizione in cui ci sono i Cinque Stelle non ci vuole stare. Ma allora perché mai il Pd dovrebbe parlare di candidature con lui e Renzi, e non con i suoi alleati? Perché dovresti privilegiare chi non vuole sfere con te, rispetto a chi vuole stare con te? Altro mistero.

Dal canto suo, invece, Giuseppe Conte ha questi incredibili torti, agli occhi dei due litigiosi partitini centristi: è un alleato leale del Pd, e nelle ultime due elezioni suppletive, mentre Renzi e Calenda organizzavano altri progetti, ha sostenuto, senza avere nulla in cambio, due candidati dem: il segretario nazionale, Enrico Letta (a Siena), e il segretario romano Andrea Casu (a Primavalle). È del tutto logico, dunque, in una dinamica di coalizione, che il Partito democratico offra il seggio a Conte, per portarlo in Parlamento, esattamente come è accaduto per il suo leader solo pochi giorni fa.

Renzi e Calenda, invece, hanno questa singolare attitudine: non vogliono partecipare al matrimonio giallorosso (almeno per ora), dicono e ripetono che quel matrimonio è un errore, ma vogliono mettere bocca nelle candidature di quella coalizione.

Sarebbe come se durante una solenne cerimonia di nozze qualcuno gridasse la fatidica frase “Questo matrimonio non s’ha da fare”. E poi, dopo aver rovinato la cerimonia, pretendesse anche di andarsene dalla chiesa portandosi dietro sia la dote che il corredo, che gli anelli degli sposi.

A onor del vero va ricordato che lo stesso trattamento, questa estate, i signori dello zerovirgola provarono a farlo anche a Letta, ponendo, dall’alto della loro forza, un veto alla sua candidatura alla guida del centrosinistra a Siena, con una lunga polemica di cui resta traccia in un tragicomico e memorabile titolo di La Repubblica di quei giorni: “Renzi prova a mediare tra Italia Viva e il Pd sul seggio di Letta”. Evidentemente Renzi doveva essere impegnato a mediare con se stesso, facendo il gioco del ventriloquo con il proprio partito.

Sta di fatto che il leader del Pd, dopo tutti questi tira e molla renziani, come è noto, decise di candidarsi lo stesso, evitando veti e condizioni: in una città in cui il centrodestra aveva battuto la sinistra alle comunali. Letta ha poi vinto il collegio di Siena in quelle elezioni suppletive, e per giunta con ben dieci punti di distacco sul suo avversario di centrodestra. Forse le polemiche di Renzi alla vigilia gli hanno persino portato qualche voto in più.

Il che dispiace perché, probabilmente, avendo contro sia Renzi che Calenda, forse Conte poteva sperare di stabilire un record anche lui, e vincere (nel collegio Roma uno) di almeno venti punti.

11 replies

  1. Sì sono ancora lì perché la legislatura è in corso.
    Con tutte le colpe che ha Letta (tipo oggi dovrebbe rispondere a questi due buffoni che lo trattano come il loro sguattero) diamogli pure quella di aver fatto le liste in una notte nel 2018.

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  2. M.T Meli

    L’annuncio era nell’aria sin dalla mattinata, quando fonti non meglio identificate del M5S ,ma che si definivano autorevoli, rendevano note le «perplessità» di Giuseppe Conte. Poi in serata è arrivato il no ufficiale dell’ex premier all’offerta di candidarsi nel collegio di Roma 1 avanzatagli dai dem: «Ringrazio il Pd e Letta per la disponibilità e la lealtà della proposta, ma dopo un nuovo supplemento di riflessione ho capito che in questa fase ho ancora molto da fare per il Movimento 5 Stelle. Non mi è possibile candidarmi ad altro». Conte si è poi detto convinto di poter gestire «da protagonista» i rapporti «con gli altri leader» in vista della partita del Quirinale anche «senza uno scranno».
    Polemiche accese
    L’ex premier ha quindi tenuto a precisare che il suo non è un diniego per «spocchia perché da parte mia sarebbe un onore, ma ritengo che non sarebbe corretto, dovendomi dedicare al Movimento, candidarmi per una carica per cui rischierei di essere un assenteista». Le parole del leader M5S sono arrivate dopo una giornata di polemiche accese. Sia Carlo Calenda, che aveva annunciato di voler scender in campo contro Conte, che Matteo Renzi, infatti, sono partiti lancia in resta. «Se nel collegio di Roma 1 il Pd mette in campo una candidatura riformista — dichiarava Renzi — noi ci siamo. Se il Pd candida Conte, la candidatura riformista la troveremo in ogni caso. Perché il Pd può fare quello che crede, ma regalare il seggio sicuro al premier del sovranismo significherebbe subalternità totale. È un seggio parlamentare non un banco a rotelle». Durissimo Calenda: «Sono pronto a candidarmi pur di evitare che un seggio vada ai 5 Stelle. Non esiste cedere un collegio dove hanno fatto scempio. Basta con il M5S». Ma le critiche del leader di Azione erano rivolte anche al Pd: «Non esiste nessun Ulivo 2.0 ma semplicemente un patto di potere tra due classi dirigenti prive di coraggio, di spinta ideale e di coerenza».
    Pd alla ricerca di un altro candidato
    A sera Conte replicava sia a Calenda che a Renzi: «Quando uno vede delle uscite saccenti e sguaiate è inevitabile prendere atto che più che un campo largo rischiamo di diventare un campo di battaglia. Non ci sono i presupposti per costruire una collaborazione così larga». E Debora Serracchiani difendeva l’offerta dem: «In politica non ci devono essere né pregiudizi né veti, tanto più quando si vuole costruire un campo largo». Adesso che è tramontata l’ipotesi Conte il Partito democratico deve affrettarsi a trovare un altro candidato. Il nome più gettonato ieri sera era quello di Enrico Gasbarra, portato dai maggiorenti dei dem capitolini. Nel 2023, però, Gasbarra cederebbe quel collegio a Nicola Zingaretti. Oppure a Cecilia D’Elia. Una fedelissima del governatore del Lazio. Ma Calenda avvisa Letta: «Prima di combinare un altro macello facciamo una telefonata di 5 minuti…».

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  3. I due “signori” in cerca di visibilità hanno fin troppa attenzione mediatica e soprattutto attenzione/rispetto dal parte del PD che, evidentemente in pieno delirio masochistico, non è capace di rompere definitivamente con chi prima si fa eleggere al Senato, che voleva abolire, nelle liste del PD per poi fondare il proprio partito, e chi arriva al parlamento europeo, eletto sempre con il PD, per poi fondare il proprio partito, entrambi poi contro il PD alle elezioni amministrative regionali e comunali! Da cui o il segretario PD, Letta, insieme a tutto il cucuzzaro, è da TSO per nevrosi dissociativa con pulsioni masochistiche o i “signori” hanno facoltà e potere di parlare e mettere il becco nelle candidature/alleanze altrui! Siccome credo sia buona la seconda, il reale problema non sono lorsignori, ma proprio il PD, nato male, cresciuto peggio, invecchiato nella contraddizione di definirsi csn, quando non ha neppure la guida dell’ auto a sn, sarà angloarabo? Avrà autovettura con doppi comandi come i lavelli della cucina? …..da cui sarebbe da pazzi fidarsi di un conducente che, in decenni, non sa, ancora, distinguere la mano dx dalla sn, ma è esperto nell’ usarne entrambe quando si tratta di metterle sul potere…..a meno che il conferenziere di Rignano non sia arrivato alla segreteria del PD con la cicogna, che ha poi nidificato!!! Conte/M5S mantega la giusta distanza….di sicurezza! !! Meglio soli che mal accompagnati!

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  4. Appunto,c’è da chiedersi per quale motivo il pd è sempre attento a non guastarsi questi due individui.
    Forse è perchè il resto della ciurma(De Luca,Zanda etc…) non è molto diversa ?

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  5. È l’ eredità genetica del cromosoma con cappuccio, compasso e grembiulino. …per questo sono tutti fratelli, una famiglia più che un partito!

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  6. Telese dice ” Calenda, che pur essendo molto simpatico, …” ma non finisce la frase: simpatico come un attacco di dissenteria quando si è a teatro o a un concerto!

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