
(di Michele Ainis – repubblica.it) – Mentre il pubblico pagante svuota le tribune (affluenza al 52 per cento nei ballottaggi delle amministrative), i giocatori si moltiplicano, s’accoppiano, si sdoppiano, si scambiano la maglia. E in questo finale di partita la politica ci elargisce lo spettacolo della frammentazione.
Facciamo un po’ di conti, magari con l’aiuto d’un pallottoliere. A destra si è affacciata la creatura di Vannacci, Futuro nazionale: sfiora il 5 per cento nei sondaggi e schiera già otto parlamentari, ovviamente transfughi dagli altri partiti. Nuovo e temibile concorrente per le altre due formazioni di destra-destra: Lega e Fratelli d’Italia. Anche a sinistra le squadre in campo sono tre: Pd, 5 Stelle, Avs (che a sua volta comprende due partiti). Poi c’è l’area di centro, che non è più centrale da quando è defunta la Dc, pace all’anima sua. Ma il caro estinto ha lasciato una folla di vedove piangenti. Sono almeno nove, per essere precisi.
Forza Italia, alleata con la destra. Italia Viva di Renzi, alleata con la sinistra. Azione di Calenda, alleata (non sempre) con sé stessa. Poi c’è Più Europa di Bonino e Magi, che pencola a sinistra. Noi moderati di Lupi, che invece pende a destra. Sempre sulla corsia di destra, l’immarcescibile Democrazia cristiana di Rotondi: conta un solo parlamentare, ossia il medesimo Rotondi. Sulla corsia di sinistra viaggia invece il Centro democratico di Tabacci, e pure in questo caso il leader è anche il suo unico parlamentare. I leader di se stessi. S’avvistano, però, altri capitani. Da mesi si scalda a bordo campo Ernesto Ruffini, che ha fondato il movimento politico Più uno. Mentre a sua volta Pina Picierno, divorziando dal Pd, lancia un’associazione: Spazio pubblico. Dai capitani ai caporali.
Questo processo di scomposizione determina una quantità d’effetti perniciosi. In primo luogo, mette in crisi le leadership: se Meloni e Conte appaiono ben saldi al comando, altrove soffiano bufere. Nel Partito democratico Elly Schlein viene accusata d’una deriva troppo identitaria e radicale; nella Lega Salvini ha il fiato di Zaia sul collo; dentro Forza Italia il ministro Tajani viene amministrato dalla famiglia Berlusconi.
In secondo luogo, tutto ciò rende impervia ogni decisione, sicché l’esito è sempre la paralisi, lo stallo. Ne offre prova, sui banchi di destra, l’immobilismo del governo, che non riesce — per fare un solo esempio — ad accordarsi sulle nomine al vertice della Consob o dell’Antitrust, o sulla poltrona vuota alla Privacy, o sul presidente del cda della Rai. Ne offre prova, sui banchi di sinistra, l’eterno rinvio delle primarie per decidere la leadership della coalizione. Di più: non è ancora deciso se le primarie si faranno, e come, aperte o riservate ai militanti.
In terzo luogo, la forza centrifuga che scompagina i partiti li allontana ulteriormente dal consenso popolare. Conseguenza inevitabile, quando ai cittadini arriva l’eco delle manovre di palazzo, degli sgambetti incrociati, dei cambi di casacca. E infatti i partiti italiani, ai quali nel secondo dopoguerra s’iscriveva oltre l’8 per cento della popolazione, adesso ne raccolgono meno del 2 per cento.
C’è un rimedio a questa crisi? Nella patria del diritto, la soluzione resta affidata alle virtù giuridiche, anziché a quelle politiche. E chiama in causa, tanto per cambiare, la legge elettorale. Che tuttavia non è una panacea, altrimenti non ci appresteremmo a sostituirla per la quinta volta in 33 anni. Ciò nonostante, l’argine alla frammentazione, la nuova legge elettorale, si giustifica per una doppia qualità. Una dichiarata, l’altra occulta. Una nobile, l’altra ignobile.
La parola magica con cui lorsignori ne sospingono l’ennesima modifica è sempre una: stabilità. Servono nuove regole elettorali per rendere più stabili i governi, dicono gli alfieri del governo che s’appresta a stracciare ogni record di sopravvivenza. Ma davvero la stabilità rappresenta un valore assoluto? Se lo fosse, dovremmo considerare valoroso Mussolini (vent’anni al potere), o adesso il nordcoreano Kim Jong-un, che sta lì da quindici anni. In realtà non sempre gli esecutivi stabili sono anche i più virtuosi. Anzi: in Italia è accaduto per lo più l’opposto, come ha mostrato Carlo Gaudio qualche settimana fa su «La Ragione».
E infatti. Negli anni Cinquanta governi brevi (Scelba, Segni, Zoli) permisero l’avvio della Consulta, del Csm, e istituirono Iri ed Eni. Nei primi anni Sessanta i governi altrettanto brevi di Fanfani e Moro nazionalizzarono l’energia elettrica e vararono la scuola media unica. Negli anni Settanta un valzer d’esecutivi introdusse le Regioni, il Servizio sanitario, lo Statuto dei lavoratori. All’alba degli anni Novanta governi brevissimi come Amato I e Ciampi gestirono la tempesta finanziaria e avviarono il percorso verso l’euro. Il paradosso della prima Repubblica fu esattamente questo: esecutivi di breve durata, riforme di lungo respiro.
Se dunque la ragione nobile non è poi così stringente, rimane quella ignobile. Che dal Porcellum (2005) in poi, è sempre la medesima: sottrarre agli elettori il potere di scegliere gli eletti. Stavolta il Bignami bis, o come diavolo si chiama, ci toglie pure la facoltà di conoscerne anzitempo i nomi. Eppure c’è almeno un principio che andrebbe rispettato: non tocca agli elettori adattarsi alle leggi elettorali, sono queste ultime a doversi adattare agli elettori.
Il fatto,appunto, è che un governo che è in azione da quasi quattro anni vuole scusare il suo intervento sulla legge elettorale per garantire la stabilità politica . Ma quanto dovrebbe durare un governo democraticamente eletto un secolo ? Altrove esistono governi con lo stesso leader da vent’anni ma comunque è stato rieletto più volte per il suo valore dimostrato sul campo a e di provveduto. A migliorare le sorti di milioni di suoi connazionali , oppure esistono le dittature o i governi autoritari oltre alle monarchie assolute , ma basta dirlo ,essere chiari : noi non crediamo più nella democrazia .
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“Anche a sinistra le squadre in campo sono tre: Pd, 5 Stelle, Avs…”
Quante volte bisogna ripetere che il M5s non è di sinistra e non fa parte di nessuna coalizione? E’ una forza PROGRESSISTA e INDIPENDENTE, chiaro? O serve un disegnino? 😠
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