
(di Michele Serra – repubblica.it) – Forse Giorgia Meloni non ha usato l’esempio più elegantemente neutro, indicando se stessa ‘gnuda, come direbbe Benigni, come vittima di eventuali contraffazioni mediante intelligenza artificiale. Ma nel merito ha mille volte ragione: ogni contenuto creato con IA dovrebbe, per legge, portare impressa la sua matrice, in modo che sia immediatamente chiaro anche ai più sprovveduti che quello che stanno vedendo, quello che stanno leggendo, è l’artificio di una macchina. Specialmente le immagini, che poggiano sull’evidenza il loro potere di comunicazione.
Ci siamo abituati a sentir dire, negli ultimi anni, che la tecnologia procede a una velocità molto superiore a quella che occorre alle società umane per regolarla e governarla. È un cavallo scosso. Ma qui la posta in palio è troppo alta perché si possa darla vinta allo stato di fatto senza tentare di intervenire. Spacciare il falso per vero è un crimine politico, perché altera la percezione della realtà. Sappiamo anche che questa alterazione colpisce più gravemente i meno istruiti, i più esposti alla frode comunicativa. La lotta al falso è dunque un problema di democrazia (esattamente come le leggi sulla stampa, ma moltiplicato per dieci e forse per cento quanto a impatto pubblico). Non è una nuova lingua, il falso: è una vecchia truffa dei disonesti ai danni dei creduloni. Non si vede perché l’elaborazione digitale del falso debba rimanere impunita rispetto alla sua tradizionale confezione analogica.
Questo è un tema sul quale l’unità della politica dovrebbe essere non solo indiscussa, ma anche non difficile da ottenere. La protezione del discorso pubblico dalle manomissioni e dalla frode riguarda tutti, anche perché tutti, prima o dopo, potrebbero esserne vittime.