Quirinale, le mosse dei partiti

Il paradosso del Colle è presto detto: ci sono due candidati (quasi) ufficiali, ma entrambi hanno una folta schiera di oppositori. Sono Mario Draghi che vuole traslocare da Palazzo Chigi al Quirinale per succedere a Sergio Mattarella ma ampi settori del Parlamento – bluffando o meno – preferiscono che resti a Palazzo Chigi. E poi […]

(DI GIACOMO SALVINI – Il Fatto Quotidiano) – Il paradosso del Colle è presto detto: ci sono due candidati (quasi) ufficiali, ma entrambi hanno una folta schiera di oppositori. Sono Mario Draghi che vuole traslocare da Palazzo Chigi al Quirinale per succedere a Sergio Mattarella ma ampi settori del Parlamento – bluffando o meno – preferiscono che resti a Palazzo Chigi. E poi c’è Silvio Berlusconi che ha già fatto partire lo scouting tra i parlamentari del gruppo Misto per arrivare a quota 505 voti al quarto scrutinio ma rischia di essere impallinato, in primis, dai suoi alleati Matteo Salvini e Giorgia Meloni che non hanno intenzione di assecondare il suo sogno di una vita. Tant’è che il leader della Lega gioca su più tavoli, nessuno dei quali però contempla l’idea di sostenere convintamente Berlusconi al Quirinale: probabilmente già la prossima settimana, Salvini vedrà in via riservata Enrico Letta per capire se ci sono le condizioni per mandare Draghi al Colle con una maggioranza ampia al primo scrutinio (l’ipotesi preferita dal leghista) e poi avrà un colloquio, telefonico o vis a vis, con Matteo Renzi per provare a eleggere un presidente che sia vicino al centrodestra. Sarebbe il “piano B” del segretario del Carroccio: se non va in porto l’ipotesi Draghi, allora, alla quarta votazione, il centrodestra potrebbe trovare una convergenza sul nome di Pier Ferdinando Casini, che ha ottimi rapporti con i due Matteo e che potrebbe contare anche su parecchi voti del Pd visto che l’ex presidente della Camera è stato eletto proprio con i dem. Un altro nome sul tavolo è quello di Marcello Pera, consigliere di Salvini e vicino a Renzi tramite Denis Verdini. Tant’è che Antonio Tajani, per conto di Berlusconi e per rispondere agli alleati, replica che Draghi deve rimanere premier, altrimenti si “andrà a votare”.

Le manovre di Salvini, dunque, assumono un peso ancora più rilevante: nessuna di esse prevede un sostegno convinto alla candidatura di Berlusconi. Il leader della Lega sa che una parte del suo gruppo non accetterebbe la corsa del neo “moderato” Berlusconi (si parla di 30 leghisti pronti a non votarlo) e inoltre è consapevole che quella del leader di Forza Italia non possa che essere una candidatura di bandiera. Per questo continua a ripetere che serve un Presidente “equidistante e condiviso da tutti”. L’importante, ha ribadito ieri, è che non abbia in tasca la tessera del Pd. Anche Giorgia Meloni, che ieri ha smentito la notizia di suoi incontri con Letta, ha fatto capire che la candidatura di Berlusconi esiste solo sulla carta: “I numeri sono complicati”. Per questo ieri Antonio Tajani, capita l’antifona, ha fatto muro sulla candidatura di Draghi dicendo che deve rimanere a Palazzo Chigi: “Non vedo nessuno che abbia la stessa autorevolezza di Draghi, in grado di tenere politicamente una maggioranza così eterogenea”. E poi, in funzione dell’ascesa di Berlusconi, ha usato l’arma da “fine di mondo” rivolgendosi ai parlamentari del gruppo Misto impauriti dalle urne: “Se Draghi viene eletto si va al voto”. Preoccupazioni reali anche negli altri partiti visto che l’elezione del premier al Quirinale potrebbe far rotolare tutto verso la fine della legislatura.

Quella di Tajani però è più una risposta agli alleati Salvini e Meloni, che sono scettici sull’elezione di Berlusconi al Colle. Al netto di Draghi, i due vorrebbero candidare l’ex premier come “bandiera” del centrodestra per puntare su un altro cavallo dal quarto scrutinio. Ma Berlusconi non si vuole far bruciare e quindi, se capirà che non ci sono le condizioni, potrebbe fare anche un passo indietro ufficiale. Ma alla condizione di rimanere centrale e far ingoiare un presidente a lui amico. Sarebbe una delusione, ma un po’ meno amara.

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