La mafia e il tabù del sesso: così i boss punivano gli amanti

Nelle organizzazioni criminali italiane, la «regola della monogamia» è ancora ritenuta l’elemento fondante per misurare valore e affidabilità degli affiliati. E ogni violazione è sufficiente a decretare una condanna a morte

(Roberto Saviano – corriere.it) – Palermo, novembre 1993. Totò Riina è seduto nella gabbia dell’aula bunker dell’Ucciardone. Il presidente della corte ha appena accolto la richiesta di quello che si prefigura come un confronto epico: quello tra l’ex capo dei capi di Cosa nostra, arrestato pochi mesi prima, e il più importante pentito di mafia, quel Tommaso Buscetta cui Riina ha massacrato la famiglia. Riina ha uno scatto. Si agita, chiede urgentemente la parola. E a sorpresa, dopo averlo richiesto, rifiuta il confronto. «Non è un uomo adatto a me», dice. «Non è della mia statura, è un uomo che ha troppe amanti».

Per capire come la regola monogamica sia sempre stata il pilastro di quella mafiosa — l’ossatura su cui costruire la catena di vincoli che strozzano la vita d’ogni affiliato e d’ogni territorio egemonizzato dal loro imperio — non si può che partire da qui. Dal momento in cui, cioè, l’uomo che diede l’ordine di uccidere Falcone e Borsellino decide di accusare chi lo accusa non di essere un ciarlatano, un golpista, o un assassino (e poteva dirlo: Buscetta aveva ucciso uomini quando era giovane affiliato). No, l’accusa è quella di essere un uomo «con troppe mogli».

Per qualche strana ragione, dovuta soprattutto alle rappresentazioni americane delle organizzazioni criminali, è pensiero comune che i boss siano uomini dissoluti, donnaioli, con il vizio come nadir pronti a guidarli. Eppure nelle organizzazioni criminali italiane la monogamia è ancora l’elemento fondante per misurare valore e affidabilità degli affiliati: ogni violazione è sufficiente per decretare una condanna a morte. Le mafie come ogni potere del resto, controllando la sessualità controllano la vita, punendo a loro arbitrio i comportamenti sessuali che violano le regole, dimostrano di poter colpire su qualsiasi aspetto della vita che non obbedisce al loro dominio. A rivelare le regole è stato lo stesso Buscetta: in Cosa nostra non si entra da divorziati o figli di divorziati, né c’è posto per chi frequenta prostitute, ha «amanti», è stato iscritto al partito nazionale fascista o al PCI, fa uso di droghe, è omosessuale.

Per questo, davanti ai giudici esterrefatti, Riina – un uomo accusato di centinaia di omicidi, di aver assassinato innocenti, di aver torturato e organizzato attentati – parla con voce ferma della sua «moralità»: «E parto», dice, «dalla mia famiglia. Mio nonno è rimasto vedovo a quarant’anni e aveva cinque figli con papà, e non ha cercato più moglie. Mia madre è rimasta vedova a trentatré anni. Noi viviamo, nel nostro paese, di correttezza morale».

(Il confronto, poi prima di bloccarsi per via di Totò u Curtu ebbe un breve momento di svolgimento dove Buscetta disse a Riina: «Quest’individuo può parlare di moralità quando ha ucciso tanta gente innocente. Dov’è la tua moralità, Riina? Perché sono andato a letto con tua moglie? Io lo so perché. Tu eri troppo preso a seguire le tue cose mafiose. Tu eri troppo preso a diventare la star della Cosa Nostra, quindi non ti preoccupasti delle donne, ti preoccupavi di inseguire altre cose»).

La regola monogamica assoluta non è limitata alla sola Cosa nostra.

Paolo Di LauroPaolo Di Lauro

Il boss Paolo Di Lauro decretò, per l’organizzazione camorristica secondiglianese, vincoli molto chiari. Non ci si uccide per soldi: quando ci sono problemi economici, si convoca una riunione tra vertici e si prova a negoziare, non sparare. Non ci si uccide se c’è un conflitto territoriale con un’altra famiglia, a meno che non sia stata l’intera camera formata dai vari boss a dare autorizzazione. Per la camorra secondiglianese riformata da Di Lauro in un caso si può uccidere senza chiedere il permesso: uno solo. Quando un uomo ha una relazione fuori dal suo legame, e corteggia la donna di un altro affiliato. In quel caso l’esecuzione è lecita con la sola clausola di portare prove oggettive che quell’uomo ci abbia provato con la propria fidanzata, la propria moglie, la propria figlia.

In tutte le organizzazioni mafiose, è persino il corteggiamento ad essere vietato: e questo dall’origine dei tempi mafiosi, e fino ai giorni nostri. Nel 2001, nel Casertano, Domenico Bidognetti ordina l’eliminazione di Antonio Magliulo perché aveva osato corteggiare una ragazza nonostante fosse sposato: lo fa legare su una sedia, in spiaggia, e dinanzi al mare gli fa riempire bocca e narici di sabbia, fino a strozzarlo. Gaetano Formicola, all’epoca 21enne, scopre che un suo amico, Vincenzo Amendola, ha iniziato a inviare a sua madre dei messaggi che vengono considerati come avances. La sola idea che la madre possa avere una «sessualità» è intollerabile, come lo è il pensiero che il padre, carcerato, possa venirlo a sapere. Attira Vincenzo, con l’inganno, in campagna, lo fa inginocchiare in un fossato, gli spara in testa.

È l’insaziabile fame mafiosa di possesso a determinare la necessità di una regola monogamica priva di eccezioni. E in una società dove la morale sessuale ha fatto progressi minimi (come analizzato in quel piccolo capolavoro pamphlettistico intitolato Ancora Bigotti. Gli italiani e la morale sessuale, di Edoardo Lombardi Vallauri, pubblicato da Einaudi), le mafie utilizzano i comportamenti sessuali dei loro obiettivi, per delegittimarli. Le mafie sanno che, se la nostra vita sessuale è resa pubblica, ci espone alla derisione. Chiunque, qualsiasi vita sessuale, anche la più ordinaria, resa pubblica, appare grottesca.

Per questo, dentro le organizzazioni criminali, prima di arrivare alle pistole, si delegittima; quando si deve agire contro qualcuno, la prima cosa che si utilizza è l’insinuazione, prima scherzosa e via via sempre più pesante, il sospetto di tradimento, della violazione della monogamia.

Alcune organizzazioni decidono di eliminare chi ha «tradito»; altre fanno fuori entrambi gli «amanti». La decisione è presa in base al caso specifico: si uccide la donna quando «poi se ne sceglierebbe un altro» (sono parole di Marchese, boss di Cosa nostra); si uccide invece soltanto il «traditore» maschio quando si pensa di poter così interrompere la «vergogna» dando una lezione di morale al territorio ma salvando la moglie, la figlia, la sorella. In ogni caso, aleggia una sorta di solidarietà criminale, tra tutte le famiglie, che fa eliminare gli «amanti» di mogli e fidanzate degli affiliati in carcere. Chi tocca una donna che ha il proprio compagno detenuto deve morire: pena il rischio che senza punizione tutti i carcerati diventino «cornuti».

È il caso, ad esempio, di quanto avvenuto a Rocco Anello, capo della ‘ndrina di Filadelfia, in provincia di Vibo Valentia. Sua moglie, Angela Bartucca, rimasta sola in giovane età col marito in carcere, ebbe una storia con Santino Panzarella. Quando gli uomini del clan se ne accorsero lo pestarono a sangue, e lo chiusero nel bagagliaio di un’auto in attesa di liberarsi del cadavere. Ma lui era ancora vivo. Quando riaprirono il cofano, lui allungò una gamba per evitare che richiudessero: gliela spezzarono sbattendoci contro il portellone del cofano e lo finirono sparandogli in faccia. Era il 2002, Santino aveva 27 anni. Bartucca ebbe un’altra storia, con Valentino Galati, ex seminarista che l’aiutava con le faccende quando lei ne aveva bisogno. Quando venne scoperto, Galati scrisse ad Anello: «So che questi errori si pagano con la morte, venga ad uccidermi, perché so che sarà questa di sicuro la vostra decisione».

Ancora: pochi mesi fa Antonio Abbinante, boss dell’omonimo clan di Scampia, aveva già scavato la fossa dove attirare e seppellire un uomo, poi salvato dagli inquirenti, con la sola colpa di aver avuto una relazione con la moglie di un detenuto. E Maria Buttone, moglie del boss di Marcianise (Caserta) Domenico Belforte, lo costrinse a uccidere Angela Gentile, con cui aveva intrecciato anni prima una relazione. Da questa donna, Belforte aveva avuto una bambina, tredicenne all’epoca dell’omicidio: la Buttone la accolse in casa come fosse figlia sua, ma la madre della ragazzina doveva sparire, per lavare il nome della famiglia.

Maria Buttone, Angela Gentile e Domenico BelforteMaria Buttone, Angela Gentile e Domenico Belforte

Come tutte le morali repressive, negli uomini la violazione della monogamia viene maggiormente tollerata. A due condizioni: che il tradimento avvenga in assoluta segretezza e che, soprattutto, che si rimanga perfettamente incasellati nei ruoli tradizionali di maschile e femminile. Ferdinando Caristena, un commerciante di 33 anni di Gioia Tauro, aveva iniziato una relazione con la sorella del cognato del boss Mimmo Molè. Tutto stava procedendo bene: ma prima delle nozze emerse che, in passato, Caristena aveva avuto relazioni anche con uomini. Fu lui stesso ad ammetterlo ai suoi assassini: fu ucciso nel maggio 1990.

Sul «tradimento» femminile si articola l’intero potere di vendetta e di intimidazione di un cartello. Angela Costantino aveva 25 anni, e 4 bambini. Il marito ‘ndranghetista Pietro Lo Giudice era nel supercarcere di Palmi: è destinato a rimanerci per anni. Così inizia a frequentare un uomo. Non vuole lasciare il marito: vuole solo passione, tenerezza, amicizia. Quando i parenti del marito la scoprono, Angela viene strangolata. Era il 1994, il corpo fu fatto sparire.

Rosalia Pipitone, anche lei ventenne, moglie e madre, fu uccisa durante una rapina nel 1983, a Palermo. Anni dopo un pentito, Francesco di Carlo, spiegò che la rapina era solo una copertura: era Lia — «nata per la libertà, morta per la sua libertà» – il vero obiettivo. Quando Ciccio Madonia convocò il padre mafioso di Lia, Nino Pipitone, dichiarandogli la necessità di uccidere la figlia, «colpevole» di tradimento, fu lo stesso genitore della ragazza a convocare l’uomo che avrebbe portato a termine l’esecuzione. Il giorno dopo l’agguato, verrà inscenato il suicidio dell’«amante» di Lia, scaraventato dal balcone da due sicari.

E ancora: Giuseppe Lucchese fece uccidere nel 1984 la cognata, nel bar Alba di Palermo, perché «si lasciava corteggiare» mentre suo marito Antonio era in carcere. Nel 1982 aveva ucciso sua sorella, Pina perché seppur sposata aveva una relazione con un cantante neomelodico, Giuseppe Marchese, che a sua volta venne assassinato, incaprettato e ritrovato con i suoi genitali in bocca.

Non deve stupire che spesso a decretare la condanna sia la famiglia stessa della donna «fedifraga»: dare ordine di morte del proprio congiunto significa intestarsi la pulizia, non delegare ad altri il compito e soprattutto mostrare a tutti che nulla viene perdonato a chi viola il codice d’onore. Come avvenuto nel 1995 ad Alessandro Alleruzzo, figlio del boss Santo detto «a’ vipera», che guidava il gruppo di Paternò di Cosa nostra. La sorella Nunzia, dopo aver lasciato il marito, aveva deciso di non avere una nuova relazione esclusiva. Alleruzzo la portò in campagna, la rimproverò per essere uscita alcune sere con uomini diversi mentre i figli venivano affidati alla nonna; poi – mentre era di spalle, non riuscendo a sostenerne lo sguardo – la uccise, sparandole in testa.

Alcune donne, in queste dinamiche di terrore, scelgono di farsi carnefici prima di diventare vittime: alla fine degli anni Ottanta il camorrista acerrano Nicola Nuzzo venne ammazzato a martellate in una clinica romana su ordine di sua moglie, Carmela Frezza De Rosa. Nuzzo aveva scoperto che lei aveva una relazione con il medico di famiglia: la donna temeva la vendetta su di sé e sui figli, così far ammazzare il marito sembrava l’unica via di scampo. L’«onore» camorristico della famiglia venne vendicato dal fratello in ascesa di Nuzzo, Raffaele, che fece uccidere il medico.

Sono comportamenti estremi, certo. Ma le mafie permettono di guardare lo scheletro e le fasce muscolari della realtà, senza l’infingimento della pelle, dei vestiti, delle posture. In questo senso, la premessa per l’esistenza di una morale mafiosa è la capillarità di una morale repressiva – «ancora bigotta», per tornare al titolo del saggio – nella società. Una morale per cui il sesso è male, va praticato in circostanze limitate, riscattato col sentimento dentro un impegno monogamico. Una morale, ancora, che rende «mafioso» il nostro linguaggio, facendo utilizzare in modo aberrante alcune espressioni, da «amante» a «tradimento», o alcuni termini sessuali, adoperati come strumenti di insulto.

Se le mafie sono strutturate sempre intorno all’ossessione monogamica, se i boss sentono il proprio potere vacillare quando la monogamia è violata, allora la liberazione sessuale è certamente un atto antimafioso, una strada maestra per smontare alla radice la mentalità mafiosa. Attraversando queste storie trova senso ciò che Don Peppino Diana scelse di dire nella sua attività pastorale con i ragazzi. Nelle riunioni scout parlava organizzare festosamente la vita, di scegliere la ricerca della felicità, la libertà del viaggio, di innamorarsi, di sbagliare, e legava queste indicazioni all’impegno antimafia.

Mi chiedevo, da adolescente, cosa invece c’entrassero queste cose con gli appalti, o con le sparatorie; e riflettevo sulla necessità di invitare invece alla denuncia, a studiare il potere dei boss, a picchettare i loro feudi, accendere la luce sulle discariche.
Sbagliavo.
La prima scelta contro la prassi mafiosa è rompere le sue regole, scardinare la sua aberrazione moralista, smontare nel vivere quotidiano i meccanismi socialmente accettati che risultano da concime al potere criminale.

Scegliere la vita, la sessualità libera di vincoli, un corpo non assoggettato dalla morsa della convenzione è un atto antimafia. Anzi: è l’atto antimafia.

5 replies

  1. Parlare di “morale”, “moralità”, “onore” nei riguardi di criminali è incongruo. Possono, forse, definirsi ” usi sociali “. E’ come promuovere l’infibulazione o la circoncisione (mutilazioni permanenti praticate su minori) a “cultura” propria di certe scelte religiose o appartenenze etniche.

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    • Verissimo. Oltre a essere pura ipocrisia, è una forma di bigottismo; non certo segno di buoni principi o valori!
      Ne è una chiara dimostrazione il fatto che si difenda “l’onore” del carcerato, per esempio, e non il principio in sé!

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  2. Mah. A me pare, ma certo non posso dare lezioni in proposito a Saviano, che non si tratti di ‘morale’ mafiosa, pur con tutte le aberrazioni che un’espressione del genere comporta. A me pare so tratti di regole ‘machiavelliche’, di prassi di potere, di gestione del potere, di economia mafiosa. Dato il ‘mestiere’ che fanno, come può, l’organizzazione criminale, fidarsi di uno che ha delle relazioni clandestine? Che diventa, in questo modo, ricattabile? Che è ‘distratto’ da un ‘amore’ vietato? Che deve occultare parti della sua giornata per vedere l’amante? Che ha più necessità economiche del normale per gestire un rapporto amoroso, o più rapporti amorosi, in più? Ammantano di ‘etica’ (malata), necessità impellenti e inderogabili di controllo che hanno tutte le entità che hanno, praticano e gestiscono un potere. Là, in terrotorio mafioso e criminale, fanno fronte a quelle necessità anche ammazzando, torturando e devastando i corpi dei propri affiliati. Con la scusa della loro ‘etica’. Stupisce che Saviano colga poco questo aspetto. Ma forse sbaglio io..

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  3. Eccole! Le “amanti”punite!
    Un po’ di sesso non guasta mai.
    (Ma esistono ancora le “amanti”? Non è politicamente scorretto?)

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